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Lettera. Come il CoronaVirus rafforza le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro (accademico)

Sono praticamente la prima persona ad essere stata licenziata prima ancora di essere assunta al tempo del Corona Virus. Ho superato una selezione e un colloquio per un PostDoc. La e-mail che confermava che avevo ottenuto il lavoro è arrivata lo stesso giorno del colloquio e la mattina dopo ho confermato che avrei accettato il lavoro. Uno dei capi, quello con cui ero in contatto fin dall’inizio del processo e anche quello con cui stavo parlando al telefono, si congratula e mi ringrazia e mi dice molto gentilmente di parlare prima con i miei supervisori e poi di contattarlo di nuovo per confermare la data di inizio. Ieri ho inviato loro una mail chiedendogli di spostare la data di inizio di un mese dalla loro offerta come misura precauzionale e di fare in modo che tra la difesa del dottorato, i problemi di salute di mia madre e il Coronavirus, potessi iniziare il nuovo lavoro con calma. Avevo però sottolineato che se non fosse stato possibile iniziare a Settembre, mi sarei comunque sentita pronta ad iniziare ad Agosto. Ah! Un dettaglio non da poco: ho chiesto di iniziare a Settembre esattamente come un collega maschio a cui questo è stato concesso. Ma il problema è che tra le mie motivazioni c’era anche quella familiare.

L’ Accademia – parlo delle Università, ma anche di altri luoghi in cui condurre ricerche, pubblicare, discutere e incontrare altri studiosi – non è quel posto ameno che ci si potrebbe immaginare, dove la conoscenza è intesa come ‘bene comune’ e le persone che se ne occupano sono tutelate e protette. Al contrario, l’Accademia è governata secondo logiche strettamente imprenditoriali, e il discorso sulla produttività, sulla privatizzazione della conoscenza e sulla precarietà dei lavoratori/ricercatori riguarda sia le università che altri mercati (accademici). Focalizzandosi sulla questione lavoro, è ben noto come il sistema accademico NON sfugga alle logiche del mercato capitalista e neoliberista, dove lo (auto)sfruttamento è percepito come un non-problema, anzi una condizione trascurabile, se non un dovere intrinseco e quindi accettabile. I ricercatori devono ‘stare sempre sul pezzo’, soddisfatti, grati e appassionati, nonostante le 60/70 ore (in media) di lavoro a settimana, i contratti precari, e senza alcuna certezza rispetto al proprio futuro occupazionale.

In questo sistema altamente competitivo e produttivistico, una persona che deve conciliare lavoro e questioni familiari può ritrovarsi ad essere soggetto di stigma e di discriminazione: se il tempo e la concentrazione sono dedicati alla famiglia, genitori o figli, allora si viene automaticamente considerati come non produttivi e quindi scartati, indipendentemente dalle proprie qualifiche e competenze (del resto siamo facilmente sostituibili!). A questo si aggiunge la questione di genere. Dato che sono una donna, si presume (e lo hanno scritto esplicitamente nella mail che mi hanno mandato per ritirare la loro offerta) che prendermi cura della famiglia mi renda meno impegnata (‘committed’) sul lavoro. Questa presunzione, per non dire stereotipo, è alla base del fatto che il mio lavoro è stato “revocato”.

Al tempo del CoronaVirus, tutte queste dinamiche si rafforzano. Il virus, o meglio la crisi sanitaria ed economica che il virus si porta dietro, amplifica le disuguaglianze di genere legate alla gestione famiglia-lavoro perché interagisce con la mia storia familiare (cioè lo stress per mia madre, l’assistenza sanitaria che è una merda, il blocco delle frontiere, sai se vai, ma non sai se torni), determinando i tempi, i ritardi, le paure e le ansie, le difficoltà. Il problema è che quando si tratta della famiglia, della prole o dei genitori, la donna e l’uomo assumono ruoli molto diversi. Ruoli di genere, definiti socialmente e culturalmente. La donna si prende cura della famiglia, che è un dovere morale (“la famiglia deve avere la priorità”, mi hanno scritto); e, in virtù di questo, non può essere abbastanza produttiva sul lavoro (“Potrebbe anche potenzialmente metterti molta pressione, mentre ti trovi in una situazione difficile”; “possiamo ovviamente capire che non sei in grado di impegnarti in qualcosa di più sicuro in questa fase, date le circostanze che riguardano il tuo dottorato di ricerca, e anche la situazione con tuo padre).  Sono stata licenziata prima ancora di essere assunta, ma la vera causa non è il CoronaVirus, ma le disuguaglianze di genere in un sistema capitalistico (accademico) del mercato del lavoro.

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