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Guerra e antimilitarismo

No alla guerra

Presentazione e obiettivi del tavolo

Contribuire alla ripresa del Movimento contro la Guerra significa individuare sia le cause generali della tendenza alla guerra sia i soggetti che gestiscono i processi di militarizzazione delle menti e dei territori.

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Il motore della tendenza alla guerra continua ad essere quell’irrisolvibile problema dei limiti intrinseci del capitalismo che, ad un determinato stadio di sviluppo, è costretto a distruggere sistemi produttivi, merci e forza lavoro per ricostruire le basi del proprio ciclo di produzione e valorizzazione: distruggere per ricostruire.

Oggigiorno tale crisi sistemica si manifesta attraverso interessi economici sempre più contrastanti nei vari scenari geopolitici e ricorre variabilmente a dispositivi di guerra guerreggiata o di guerra economica. Ma il capitalismo ha da sempre utilizzato le guerre per i propri profitti, fin dai suoi albori: come non ricordare il genocidio sistematico dei nativi americani, ultimato alla fine del XIX secolo, quale anticipazione della dottrina Monroe e dell’imperialismo USA.

La NATO è stata e continua ad essere la “cabina di regia” bellica dei paesi occidentali. L’alleanza Atlantica svolge infatti un ruolo centrale nella pianificazione e nella promozione delle strategie d’ingerenza, di aggressione e di guerra in tutta l’immensa area d’influenza che gli compete.

Nonostante l’emersione di segnali di contrasto tra USA e alcuni grandi paesi europei (dalla guerra in Georgia [2008] sino alle ultime vicende ucraine e siriane), la NATO continua a rappresentare il punto di maggiore sottomissione degli interessi divaricanti dei paesi membri a quelli USA, uniti solo dalla comune volontà di assicurarsi il dominio sulle fonti di approvvigionamento energetico, di materie prime, di mano d’opera a basso costo, del commercio e della finanza nei vari scenari geopolitici e a livello internazionale.

La stessa Unione Europea si trova ad essere in conflitto oggettivo con altre potenze economiche, finanziarie e militari. Questo comporta un ricorso sempre maggiore della forza sia nelle relazioni internazionali, sia all’interno dei propri territori per mezzo di guerre economiche, di negazione dei diritti fondamentali contro le classi sociali più deboli e di repressione del dissenso.

All’interno dell’UE si registra infatti ormai da tempo una “guerra” di classe condotta dai gruppi dominanti all’attacco delle classi sociali subalterne e in particolar modo dei migranti che punta alla riduzione del reddito diretto ed indiretto, alla completa subordinazione dei lavoratori ai principi del profitto della competizione, all’annichilimento politico degli spazi democratici, ad una “guerra tra poveri”.

La crescente repressione accentua il carattere autoritario e reazionario degli stati europei e ne amplifica le funzioni coercitive e di controllo, sia nei confronti del dissenso di natura sociale sia di qualunque altra contraddizione possa mettere a rischio una stabilità interna indispensabile a consentire all’UE di reggere una competizione internazionale sempre più feroce.

Di qui l’adozione di provvedimenti legislativi come il Decreto Minniti e il Decreto Salvini, o la trasformazione in legge dello Stato di Emergenza in Francia, o la reazione violenta contro l’insorgenza nazionale catalana.
A tal proposito risulta evidente il consolidarsi di un repentino processo di militarizzazione dei territori, direttamente proporzionale a quel lento e subdolo processo di militarizzazione delle menti in atto ormai da anni, teso a rendere ammissibile il ricorso alla forza armata per fini sociali, umanitari e di interesse collettivo.

Per raggiungere questo scopo, negli ultimi vent’anni i governi italiani hanno adottato acrobazie lessicali ed escamotage interpretativi per privare l’art. 11 della Costituzione della sua originaria componente pacifista e non belligerante: dalle “operazioni di polizia internazionale” (guerra del Golfo, 1991) agli “interventi militari umanitari” (guerra del Kossovo, 1999); dalle “azioni di contrasto al terrorismo internazionale” (guerra in Afghanistan nel 2001, in Iraq nel 2003), fino alle cosiddette “missioni di pace”.

Questa “politica dell’ossimoro”, tesa a giustificare operazioni che altrimenti risulterebbero anticostituzionali, si manifesta attraverso la “cultura della difesa e della sicurezza” e attraverso precise politiche amministrative – coadiuvate da un complesso sistema scientifico/culturale al fine di creare i presupposti congeniali per la crescita delle industrie delle armi.

Queste politiche che intersecano inscindibilmente civile e militare svolgono una funzione ideologica ben precisa, con l’obiettivo di esercitare egemonia culturale sulla società anche tramite il coinvolgimento diretto dei corpi intermedi di una “sinistra” che si è incaricata di veicolare a livello di massa le nuove forme dell’“interventismo umanitario”.

L’insistenza su tutto il territorio nazionale di insediamenti e infrastrutture militari (per es. le basi aeree statunitensi di Aviano e Sigonella, le basi militari di Camp Darby tra Pisa e Livorno, di Camp Ederle a Vicenza, la base militare della marina militare statunitense Naval Support Activity a Napoli, il sistema di comunicazione globale (MUOS) a Niscemi, i poligoni di tiro e la fabbrica d’armi RWM di Donusnovas in Sardegna, ecc…) e la presenza fissa nelle nostre città di militari e mezzi dell’Esercito italiano impegnati nella missione “Strade sicure”, sono una riprova di quanto sopra affermato.

Va segnalato che ad oggi la Sardegna subisce il più alto tasso di militarizzazione tra tutte le regioni italiane a causa della compresenza di poligoni di tiro, di basi militari e di fabbriche d’armi come la sopracitata RWM di Donusnovas. Da ciò deriva che nella definizione di una piattaforma di lotta alla guerra è necessario coniugare la più totale avversità alle basi militari, alle missioni militari – col conseguente ritiro delle truppe all’estero – e soprattutto alle spese militari (si calcola una spesa militare giornaliera di 80 milioni di euro circa). Queste ultime giocano un doppio ruolo: se da un lato sottraggono risorse alla spesa sociale provocando la distruzione del Welfare State, dall’altro offrono mercati sempre più prosperi al capitalismo in crisi.

Dalle analisi generali e di contesto fin qui esposte, emerge un chiaro quadro entro il quale i comunisti, gli antimperialisti e i pacifisti sono chiamati a svolgere un’importante battaglia politica e culturale:
Occorre riprendere il lavoro d’inchiesta, di denuncia e di mobilitazione contro le continue operazioni belliche sui vari fronti; contro gli insediamenti militari USA, NATO e UE sui nostri territori; contro le forze politiche, sociali ed istituzionali al servizio delle guerre e contro i pervasivi processi di militarizzazione della società.

E’ necessario ridare slancio alle mobilitazioni per lo scioglimento dell’Alleanza Atlantica e la rottura dell’Unione Europea. Occorre legare inscindibilmente la lotta contro la guerra alla più generale lotta contro le conseguenze della crisi sistemica del capitalismo nella vita reale del nostro blocco sociale di riferimento.

Scindere la mobilitazione contro la guerra dal più generale conflitto di classe rischia di riportarci nelle secche di un’esperienza già vissuta all’inizi del secolo, che ha espresso livelli altissimi di mobilitazione di massa, ma senza radici sociali. L’Italia è una portaerei al servizio della NATO e dell’UE.

È indispensabile denunciare il ruolo di punta che tutti i governi italiani finora succedutisi hanno assunto nelle politiche di ingerenza ed aggressione dettate dall’Unione Europea per difendere gli interessi delle multinazionali. Con la corsa al riarmo da parte delle principali potenze nucleari, il rischio di una guerra nucleare è diventato il più alto mai registrato nella Storia e il “Trattato di non Proliferazione nucleare” è assolutamente messo in discussione.

Occorre fare pressione affinché l’Italia firmi il “Trattato di Proibizione delle armi nucleari” del 7 luglio 2017. L’attuale ed epocale fenomeno migratorio è un prodotto diretto delle guerre di aggressione occidentali. Occorre che il movimento contro la guerra si batta con determinazione per i diritti dei migranti.

E’ quanto mai necessario ricordare le parole con cui la Costituzione repubblicana e antifascista tratta i pericoli di guerra nell’art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. La battaglia culturale contro la martellante campagna ideologica che prepara, legittima e accompagna le aggressioni militari deve divenire uno dei fronti centrali di lotta del movimento contro la guerra.

Il tavolo GUERRA e ANTIMILITARISMO si propone di:

  • Contribuire alla Ricostruzione del movimento contro la guerra e contro la permanenza dell’Italia nella NATO;
  • Legare la mobilitazione contro la guerra, contro la militarizzazione dei territori e il conflitto sociale alla più generale lotta al capitalismo, alle conseguenze concrete della sua crisi sistemica nella vita del nostro blocco sociale di riferimento;
  • Contrastare l’egemonia culturale che sostiene lo sforzo bellico dell’Italia e dell’Unione Europea;
  • Individuare e combattere i soggetti politici, le istituzioni amministrative e scientifiche, il sistema d’informazione propagandistico, gli insediamenti militari e produttivi che danno forma concreta al complesso militare-industriale italiano ed europeo;
  • Contrastare la propaganda che sostiene la “cultura della difesa e della sicurezza” nei territori;
  • Promuovere e sostenere ogni iniziativa che si batte contro la militarizzazione dei territori, contro le missioni e le spese militari e per il bando totale delle armi nucleari;
  • Promuovere e sostenere ogni iniziativa che si batte contro i legami accademici, scientifici, industriali, commerciali e militari con il regime criminale di Israele, abbracciando le campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzione BDS.
  • Creare un network di attivazione comune tra territori maggiormente interessati da insediamenti e infrastrutture militari e belliche (Aviano, Ghedi, Napoli, Niscemi, Pisa-Livorno, Vicenza, Verona, Sardegna e Sicilia…).

Lottare contro il proprio imperialismo deve essere un obiettivo centrale del movimento contro la guerra.

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