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Cultura e Spettacolo

L'arte non è uno specchio per riflettere la realtà, ma un martello con cui darle forma.

Presentazione e obiettivi del tavolo

poterealpopolo.spett.cult@gmail.com

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La cultura è qualcosa di cui tutti e tutte abbiamo bisogno e che ognuno di noi possiede (indipendentemente dalle possibilità economiche e dal livello di istruzione): è uno strumento potente che, se viene abbandonato in mano di altri, possiamo soltanto “subire”.

Per questo, come abbiamo già detto nel nostro programma, al punto 8: “Per noi la cultura e l’informazione sono un bene pubblico, patrimonio di tutti, non privatizzabile e non mercificabile. Sono diritti fondamentali e inalienabili.

Solo l’intervento pubblico può garantire un reale pluralismo e una reale indipendenza della produzione e dell’offerta di cultura e di informazione dalle logiche di mercato. Anche su questo si misura oggi la disuguaglianza: non solo tra chi ha e chi non ha, ma anche tra chi sa e chi non sa.”

Il diritto fondamentale e inalienabile alla fruizione e produzione libera della cultura è ormai giorno dopo giorno sempre di più messo sotto attacco dalla continua industrializzazione e mercificazione del settore culturale e dello spettacolo, a tutto discapito sia delle lavoratrici e dei lavoratori del settore sia dell’intera collettività, costretta a sottostare a un’offerta culturale misera e poco accessibile, una produzione in serie di intrattenimento sterile e vuoto di qualsiasi obiettivo culturale, sociale e politico.

Il tavolo quindi vuole prima di tutto essere un punto di riferimento per i tanti lavoratori del settore, che ogni giorno vivono condizioni di sfruttamento, lavoro sottopagato o -nella maggior parte dei casi- non pagato. Il settore culturale, al pari di altri settori lavorativi, è diventato terra selvaggia dove trovare lavoratori a basso costo o a costo zero, con la promessa di visibilità o di “fare esperienza”, o affidandosi all’unica speranza di “vincere un bando” in cui spesso i requisiti richiesti per partecipare si rivelano ben più onerosi di ciò che verrà eventualmente corrisposto in caso di vittoria.

Spesso dietro alle proposte di laboratori, stage, tirocini ci sono poi grandi enti pubblici e privati che non avrebbero certo difficoltà a pagare i lavoratori, ma che preferiscono portare avanti i loro progetti a costo zero, per poi magari pagare cifre esorbitanti per il grande nome di turno.

A questo scopo è nato l’Osservatorio nazionale permanente sulle condizioni di lavoro e il rispetto dei diritti dei lavoratori della cultura, dell’arte, dello spettacolo: un punto di riferimento per chiunque voglia condividere informazioni, denunciare ingiustizie e tentare di mettere in atto forme di comunicazione e protesta che possano contribuire a fermare le tante violazioni dei diritti che avvengono in questo settore.

Partiamo dai lavoratori perché siamo convinti, essendo anche noi lavoratori del settore, che siano gli unici ad avere il potere di cominciare a invertire la rotta.

Un altro obiettivo fondamentale del tavolo però è anche quello di costituirsi come un vero e proprio “braccio artistico” di Pap!, uno strumento comunicativo efficace di produzione culturale e artistica, di diffusione dei contenuti, delle lotte e delle vertenze che ogni giorno la nostra comunità porta avanti e di intervento in quell’ambito culturale troppo spesso abbandonato a se stesso. Una spinta a una produzione di un’arte politica, che si schiera, prende posizione, che vede lo spettatore come un soggetto in cui dover provocare una riflessione, una presa di coscienza, non come un oggetto da intrattenere e meravigliare.

Un intervento reale in un settore che è stato abbandonato da troppo tempo, ma che è “una rotella o una vitina” fondamentale del meccanismo generale del cambiamento al quale vogliamo arrivare.

Contattaci alla mail: poterealpopolo.spett.cult@gmail.com

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Sono anni ormai che in Italia si sente parlare di fissare per legge il salario minimo; anche di recente è stato indicato dal Premier Conte come una delle tre misure cardine della manovra, benché poi, nella querelle di maggioranza tra PD e M5S sul Meccanismo Europeo di Stabilità, sia un po’ scomparso dall’orizzonte, pur restando una proposta centrale, specialmente per i grillini. Chiunque ne parli, però, affronta il tema in maniera “strana”, come se fosse, appunto, una spesa da inserire nella manovra di bilancio, come se fosse un’uscita a cui garantire delle coperture, al pari del reddito di cittadinanza o della flat tax. Apparentemente questo modo di parlarne è inspiegabile: l’aumento del salario minimo non c’entra niente con il bilancio dello Stato, riguarda unicamente i soldi con cui le aziende pagano i loro dipendenti. In un paese dove il potere d’acquisto dei lavoratori è pari a quello degli anni Settanta1, ed in cui un quarto dei lavoratori guadagna meno di 10.000 euro all’anno2, far uscire un po’ di euro dalle tasche degli imprenditori e dei proprietari d’azienda per darle a chi lavora non dovrebbe destare tanto scandalo, tanto più se consideriamo che la progressività dell’imposizione fiscale, teoricamente prevista dalla Costituzione, è sempre più un miraggio. Eppure negli ultimi mesi i politici di ogni partito si stanno impegnando per scovare delle “coperture economiche” al salario minimo, per far sì che l’aumento dei salari sia a “costo zero per le imprese”.

Sebbene inizialmente si era parlato di aumentare il salario minimo senza nessun tipo di merce di scambio da dare alle imprese (il presidente dell’Inps aveva stimato un trasferimento dalle tasche dei capitalisti a quelle dei lavoratori di ben 10,8 miliardi di euro3) ormai di salario minimo se ne parla solo legandolo al taglio del cosiddetto cuneo fiscale, cioè della differenza tra la quantità di denaro che spende per ogni dipendente un’azienda e il salario lordo (a cui verranno sottratte le tasse e i contributi che spettano al dipendente) che finisce nella busta paga del lavoratore. Ma tale differenza non è un’inutile gabella, non è una vessazione gratuita delle aziende da parte dello Stato: è in gran parte composta dalla parte dei contributi Inps ed Inail spettanti alle aziende, ed in piccola parte dall’Irap, la tassa sul lavoro che finisce nelle, già esangui, casse regionali. Tagliare il cuneo fiscale vuol dire, in poche parole, diminuire i soldi che finiscono nelle casse dell’Inps, a coprire le pensioni dei lavoratori, e quelli che servono a finanziare i servizi pubblici degli enti locali4.

Sul taglio del cuneo fiscale appaiono d’accordo tutti: M5S, PD, Lega e tutta la destra. Sul salario minimo un po’ meno: per il M5S rappresenta una riforma da spendere come simbolo della lotta al lavoro povero (e la nomina a ministro del lavoro di Nunzia Catalfo, relatrice del loro ddl, è un altro segnale della loro volontà a portarlo avanti); in teoria il PD dovrebbe essere d’accordo (ha anche presentato una proposta di legge simile a quella del M5S quando era all’opposizione) ma nella pratica sta avendo molta cautela, dovuta anche alle posizioni assunte da Confindustria (contraria) e sindacati confederali (contrari perché ne vedono i pericoli alla contrattazione collettiva).

Per noi non c’è dubbio: vogliamo che la riforma del salario minimo sia fatta, ma non nella forma truffaldina che sta assumendo, in cui il salario minimo viene alzato al prezzo di un taglio del cuneo fiscale, non facendo spendere un euro in più alle aziende, ma sostanzialmente anticipando in busta paga parte del salario differito – pensioni, indennità di infortunio, disoccupazione o di malattia – e di quello indiretto – i servizi pubblici – che quindi diminuiranno per tutti.

Oltre ai danni connessi ad un taglio del cuneo fiscale, i contorni che sta assumendo la proposta di salario minimo lasciano fuori molte categorie di lavoratori e alcune questioni che riguardano il lavoro povero, ossia quelle persone che pur lavorando non riescono a raggiungere un reddito sufficiente ad avere una vita tranquilla. Abbiamo provato ad elencarle, provando a ricavarne delle proposte che possono diventare delle rivendicazioni nella lotta per la realizzazione di un vero salario minimo.

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern"][vc_column width="2/3"][vc_separator type="normal" color="#880024" thickness="3" up="20" down="20"][vc_column_text]Lavoro o salute? Garanzia di un reddito dignitoso o garanzia di una vita sana? Salvaguardia della produzione o salvaguardia dell’ambiente? Chiusura dello stabilimento ex-Ilva o apertura e mantenimento della produzione? Queste sono domande che i tarantini si sottopongono e sottopongono ai loro familiari, ai loro conoscenti, agli amici, nei bar, nei negozi, nei presidi, nelle assemblee, nei cortei, durante gli scioperi e in ogni luogo collettivo. Ma la cosa più rilevante è che sono domande alle quali ogni risposta sembra essere parziale e ingiusta. Non possiamo però fermarci a questo. Come Potere al popolo siamo convinti che la vittoria di Taranto e la “soluzione” del caso Ilva passino necessariamente dal superamento di queste domande e dal forte rilancio della lotta dentro e fuori lo stabilimento. Non abbiamo una ricetta da proporre; anzi, non vogliamo dare una ricetta, perché il momento richiede ben altro. Quello che invece siamo sicuri di volere immediatamente per Taranto è:
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