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Un primo commento alla bozza del decreto regolarizzazione

Alla fine si farà. Dopo giorni di prese di posizioni e dibattiti politici, ieri sera è stata pubblicata una bozza di decreto che prevede la regolarizzazione dei migranti irregolari. Lo avevamo previsto e la lettura della bozza ce lo conferma: la regolarizzazione di 200.000 braccianti migranti è un passo importante per l’emersione del lavoro irregolare, ma rimane una risposta insufficiente alle problematiche legate alla condizione migrante emerse in modo ancora più netto con la crisi sanitaria legata al coronavirus e rischia, senza un maggiore intervento politico nel settore, di servire unicamente alle aziende agricole. Ma andiamo per punti.

1° Nel comma 1 della bozza di decreto viene definito la platea di migranti che avrà accesso alla regolarizzazione. Si tratta dei lavoratori irregolari dei settori agricoltura, allevamento, pesca e acquacoltura. La richiesta può essere fatta dai datori di lavoro del settore “che intendono concludere un contratto di lavoro subordinato nei suddetti settori economici, a tempo determinato con cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale in condizioni di irregolarità”. Quindi la regolarizzazione da un lato è legata a un rapporto di lavoro esistente (chi non lavora ne è escluso), dall’altro però esclude tutta una serie di lavoratori migranti irregolari sui quali si basa il funzionamento dell’economia e del welfare come per esempio le centinaia di migliaia di colf e badanti provenienti dall’Est Europa. La regolarizzazione viene quindi concessa sulla base dell’utilità per il solo sistema produttivo maggiormente in crisi per causa della situazione emergenziale che viviamo; si consente che altri 400.000 migranti irregolari rimangono “sommersi” e in situazione di precarietà lavorativa, sanitaria, abitativa.

2° Il comma 4 della bozza definisce: “L’istanza è presentata previo pagamento di un contributo forfettario a carico del proponente datore per ciascun lavoratore”. Esiste un reale rischio che, come successo nelle sanatorie degli anni passati, i datori scarichino i costi della regolarizzazione sui singoli lavoratori migranti stessi, cosa che porta a un rapporto di ricatto economico tra datore e lavoratore malgrado l’esistenza di un permesso di soggiorno e un contratto regolare. Per evitare che questo avvenga, bisogna o eliminare il contributo forfettario o monitorare che il contributo venga pagato realmente dai datori. In generale è necessario un monitoraggio più complessivo sulla coerenza di retribuzione e contratti visto che l’esistenza di un permesso di soggiorno e di un contratto di lavoro non è sufficiente per il rispetto dei diritti, come viene confermato da migliaia di casi documentati proprio nel settore agricolo.

3° Il comma 7 del decreto invece definisce chi è escluso dalla procedura di regolarizzazione: “Non sono ammessi alla procedura di regolarizzazione i lavoratori stranieri nei confronti dei quali sia stato emesso un provvedimento di espulsione e che risultino condannati, anche con sentenza non definitiva”. Si tratta di una grave discriminante perché i provvedimenti penali secondo l’articolo 381 del codice di procedura penale comprendono, tra l’altro, condanne per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento – proprio quelle condanne con le quali viene tentato di “silenziare” i migranti che maggiormente lottano per i propri diritti sui posti di lavoro.

Questa proposta di decreto quindi vuole mettere una toppa al problema legato al lavoro agricolo rispondendo in primo luogo al bisogno immediato di manodopera da parte delle aziende. Come si legge nelle primissime righe della bozza, il decreto è emanato “al fine di sopperire alla carenza di lavoratori nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della pesca e dell’acquacoltura”: Ciò che viene sdoganato con queste parole è l’idea che i diritti vengano concessi sulla base dell’utilità per il sistema produttivo. Ma di fronte alla barbarie dilagante dobbiamo tenere fermo il punto che giustizia e diritti non possono essere legati a “se e quanto produci”: ogni donna e ogni uomo sono più delle loro braccia.

Oltre a questa considerazione, diciamo che una toppa non ci basta: senza attaccarsi alle contraddizioni più fondamentali del lavoro migrante, non sarà possibile migliorare le loro condizioni di lavoro e di vita. Escludendo altre categorie lavorative e non garantendo un controllo reale delle condizioni di lavoro nel settore agricolo, questa misura governativa rischia di rimane insufficiente per affrontare le disuguaglianze non solo nel lavoro agricolo, ma in tutta la filiera agro-alimentare.

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