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Sulla situazione nelle carceri italiane al tempo del Coronavirus

E’ di pochi giorni fa la notizia della morte di un detenuto, a Bologna, a causa del corona virus. Un decesso, a Milano, anche tra gli agenti della polizia penitenzieria e per quanto ne sappiamo, dato che reperire informazioni e dati certi sulla diffusione del covid-19 negli istituti penitenziari è pressoché impossibile, numerosi sarebbero anche i contagiati, tra i quali diversi medici ed operatori sanitari.

Che il sovraffollamento strutturale degli istituti di pena – per cui l’Italia ha riportato numerose condanne da parte della Corte Europe dei Diritti dell’Uomo e che pone le nostre carceri in una condizione di illegalità permanente – avrebbe fatto delle prigioni vere e proprie bombe epidemiologiche era cosa nota.

Considerando poi che il carcere è di per sé un ambiente virulento a causa della vetustità delle strutture, del mancato rispetto delle più basilari norme igienico sanitarie e della concentrazione in spazi insufficienti di persone che in molti casi sono affette da patologie pregresse o anziane, che vi è una difficoltà oggettiva nel gestire in tempi rapidi diagnosi e trattamenti che seguono procedure lunghe e poco chiare e che, come dimostrato da numerosi studi, la reclusione stessa debilita corpo e mente influendo negativamente anche sul funzionamento del sistema immunitario, risulta evidente che la diffusione su larga scala di un virus come il covid-19 determinerebbe l’impossibilità di tutelare il diritto alla salute delle persone ristrette, in particolare di quelle che dovessero necessitare di interventi di urgenza come le terapie intensive condannandole a morte certa.

C’è poi l’ulteriore aspetto della diffusione di paura e angoscia dovuta alla circolazione dalle notizie che arrivano dal mondo esterno che danno conto di morti e contagiati nonché delle regole di prevenzione da seguire, chiaramente impossibili da applicare in carcere.

Tutto ciò, esasperato dall’alimentazione di false speranze attraverso annunci di interventi risolutivi poi disattesi, ha portato alle rivolte di marzo in cui sono morte almeno 13 persone (purtroppo abbiamo ragione di credere che il dato debba essere corretto per eccesso) tutte di overdose, stando a quanto ufficialmente dichiarato[1].

Circostanza questa che, se anche fosse confermata, dovrebbe farci riflettere sul perché persone afflitte da una dipendenza tale da indurle ad assaltare le infermerie per abusare di farmaci fino a morire si trovassero in carcere anziché nelle strutture consone a trattare le loro specifiche problematiche.

In ragione della gravità della situazione, molti sono stati gli appelli, le proposte e le disponibilità a mettere a disposizione le proprie competenze da parte di autorevoli giuristi: dall’Unione delle Camere penali italiane all’Associazione italiana dei Professori di diritto penale, dal Consiglio Superiore della magistratura all’Associazione nazionale Magistrati, oltre al Coordinamento dei Magistrati di sorveglianza e ad alcuni Presidenti di tribunali di sorveglianza (tra cui quelle di Milano e Brescia) e, notizia di questi giorni, del Procuratore Generale di Cassazione che ha scritto alle Corti di Appello di tutta Italia sollecitando l’applicazione di misure alternative trovandosi costretto a ricordare che “nel sistema processuale il carcere costituisce l’extrema ratio”. Lascia, a dire il vero, non poco perplessi che rilievi come questo siano resi necessari dall’azione di una parte della magistratura che sembra aver dimenticato ciò che viene insegnato ad ogni studente che si approcci per la prima volta a diritto e procedura penali.

E lascia ancor più perplessi che a più di un mese dallo scoppio dell’epidemia, nonostante gli accorati appelli di cui sopra, il nostro Ministro della Giustizia non abbia ancora fatto niente di buono.

Eh già, perché le misure ad oggi assunte si limitano all’interruzione dei colloqui con i familiari (sostituiti con chiamate via skype, in molti casi di difficile attuazione) e alla sospensione di tutte le attività ricreative e formative, senza la contestuale adozione delle disposizioni necessarie a tutelare dal pericolo di contagio rappresentato da tutti gli altri soggetti che entrano ed escono dal carcere, con il risultato di non salvaguardare la salute delle persone recluse e di trasformare l’esecuzione della pena in tortura; il secondo intervento consiste invece in un paio di articoli inseriti nel decreto Cura Italia in base ai quali, di fatto, rimane immutato quanto già disciplinato dalla legge 199/2010 e che ripropongono, in termini ancor più problematici, la vexata quaestio dei braccialetti elettronici che come noto al momento non sono, nel numero necessario, reperibili.

Non si comprende onestamente cos’altro si aspetti per intervenire seriamente: l’inerzia ed il silenzio tombale delle istituzioni non hanno giustificazioni e rischiano di dare origine a nuovi disordini che non farebbero che aggravare una situazione già ampiamente oltre il limite.

Come se non bastasse, tocca sorbire anche l’insopportabile – oggi più che mai – retorica giustizialista, in base alla quale le carceri sarebbero più sicure delle nostre case. Questi interventi speculano sul fatto che in carcere, come è ovvio che sia, il virus si è propagato più tardi rispetto a quanto avvenuto fuori (ragion per cui vi sarebbe stato tutto il tempo per intervenire) e che, quindi, i primi decessi si sono verificati in questi giorni. State tranquilli non dovete che attendere, verrebbe amaramente da dire a coloro che fingono di non comprendere la drammaticità della situazione.

Sennonché questa criminale attesa, oltre alla responsabilità di chi doveva intervenire e non l’ha fatto, porta con sé l’esposizione al pericolo anche dell’intera comunità di persone che lavora negli istituti di reclusione, come denuncia da tempo la maggior parte dei sindacati di polizia penitenziaria e che costituisce, insieme ai detenuti, la vittima sacrificale immolata all’altare della pretesa autorevolezza dello Stato.

Niente di più sbagliato. Lo Stato non mostra affatto di essere forte perché resta indifferente rispetto al pericolo a cui sono sottoposte la salute e la vita delle persone affidate alle sue strutture. Al contrario rivela, proprio in questo frangente, tutta la sua piccolezza, inadeguatezza e incapacità. Il non essere in grado di fornire risposte all’emergenza evidenzia, altresì, la fallimentarità della cultura carcerocentrica, delle politiche securitarie e dell’uso eccessivo del diritto penale a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, in aperta e inconciliabile contraddizione con quanto sancito dai nostri codici e, prima ancora, dalla nostra Carta Costituzionale.

Senza contare poi che la diffusione del virus all’interno delle prigioni, a cui sono esposti tutti coloro che vi lavorano ma che poi tornano a casa dalle loro famiglie, magari fanno la spesa o portano fuori il cane, rischia di dare vita ad una seconda ondata di contagi anche fuori dagli istituti, proprio quando questa prima inizierà a darci tregua.

Che fare, dunque?

Un primo passo è certamente quello di riconoscere gli errori fino a qui commessi, recependo le proposte avanzate dai giuristi aventi ad oggetto l’utilizzo in maniera celere delle misure alternative per chi già ne avrebbe diritto ed estendendo, con decreto legge, i parametri per accedervi; ridurre sensibilmente l’ingresso di nuovi detenuti, applicando per davvero la regola del carcere come ultima ratio in materia di misure cautelari e sospendendo i nuovi ordini di esecuzione per le pene fino a quattro anni; iniziare a lavorare alla predisposizione di misure clemenziali quali amnistia e indulto in tempi rapidi, abbandonando letture ideologiche che sostituiscono alla funzione rieducativa della pena finalità punitive e retributive; garantire la trasparenza delle informazioni e dei dati per tutti i detenuti e le detenute e per i loro familiari, fornire tutti coloro che entrano ed escono dalle carceri dei necessari dispositivi di protezione individuale, effettuare tamponi a tappeto per poter contenere i contagi.

Auspicabili sarebbero, infine, le dimissioni del ministro Alfonso Bonafede e del capo del DAP Francesco Basentini che hanno dimostrato la loro inadeguatezza a fronteggiare la situazione e la loro sostituzione con persone che siano in grado di mettere in campo misure efficaci e risolutive.

E’ ancora possibile ma il momento è ora.

 

 

 

 

[1] Rivolte che non accennano a finire, è notizia di oggi (5 aprile) che nel carcere di Santa Maria Capua Vetere 200 detenuti hanno occupato una sezione del carcere, dopo aver saputo la notizia di un detenuto positivo al coronavirus.

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