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[SCUOLA] Digitale? Libero, aperto, sostenibile!

Il 6 Luglio abbiamo depositato, con le onorevoli Doriana Sarli, Simona Suriano, Yana Ehm e Silvia Benedetti (ManifestA), un’interrogazione parlamentare al ministro Bianchi.

L’interrogazione (scritta anche grazie alla cortese consulenza professionale di Paolo Dongilli, responsabile del progetto FUSS della provincia di Bolzano, e Alberto Pianon dello studio legale Array) vuole conoscere se il Ministero intende fare qualcosa per dotare le scuole di strumenti per la didattica a distanza più adeguati di quelli utilizzati negli ultimi anni.

I dati dei minori in pasto alle multinazionali

Due anni fa, dopo i primi mesi di pandemia, avevamo già denunciato, per fortuna non da soli, i rischi legati alla privacy della popolazione scolastica durante la didattica a distanza. Il ministero, allora retto dalla Azzolina, si era infatti limitato ad indicare alle scuole la possibilità di adottare, tra i tanti, due strumenti che poi si sono imposti di fatto: la Google Suite for Education di Google e Microsoft Teams.

Il rapporto di Human Rights Watch

Proprio questi sono, insieme ad altri, oggetto del rapporto di Human Rights Watch intitolato “How Dare They Peep into My Private Life?”, pubblicato il 25 Maggio scorso, che ha fatto molto scalpore dappertutto, un po’ meno sui nostri principali media nazionali.

La maggior parte degli strumenti utilizzati avrebbe usato i dati di docenti e studenti ben oltre le finalità legate al funzionamento dei software. I dati raccolti sono stati utilizzati molto spesso a scopi commerciali propri, o di terzi, a cui quei dati erano forniti.

La DAD, insomma, è stata un cambiamento drammatico per milioni di persone e un’occasione di colossale vantaggio per i soliti noti del Web.

Ma che alternative c’erano, in emergenza? Lo Stato ha fatto quello che poteva!

A Marzo 2020 non c’era il tempo né la possibilità di pensare a soluzioni etiche, rispettose, giuste. Del resto nulla era stato fatto, negli anni precedenti, per portare una vera educazione digitale nelle scuole.

Le iniziative legate al famoso Piano Nazionale per la Scuola Digitale (PNSD) hanno portato a qualche ora di coding, qualche corso di formazione per presentare senza alcuna sistematicità questo o quel sito per fare “qualcosa di carino” in classe, e poco altro.

Intanto le scuole continuavano a tirare avanti con hardware vecchio e malmesso, senza poter contare su tecnici e manutentori in house.

Dopo i primi mesi però, o meglio ancora con l’avvicinarsi del nuovo anno scolastico (2020-21), si è continuato a non fare nulla, nonostante qualche realtà, in Italia, avesse dimostrato di poter fare a meno di Microsoft e Big G: è il caso del Politecnico di Torino o delle scuole italiane della provincia di Bolzano.

E adesso?

La nostra iniziativa non ha solo l’obiettivo di tutelare la privacy di docenti e alunn*.

C’è anche l’urgenza di mettere al riparo le istituzioni scolastiche da possibili ricorsi, visto che oltre a quanto emerso dal rapporto c’è anche il recente pronunciamento del GDPR contro l’uso di Google Analytics nei siti web italiani, pubblici o privati che siano.

Infine, c’è un problema politico che riguarda il nostro futuro. Chi governa il nostro Paese ha intenzione di muoversi per garantire una transizione al digitale basata su applicativi liberi, aperti e trasparenti?

Oppure si vuole cedere la propria sovranità digitale ad un pugno di multinazionali che hanno a cuore solo il profitto?

Dalla risposta del ministro capiremo anche questo; di certo, non resteremo a guardare.

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