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[Francia] La sanità pubblica di fronte alla seconda ondata di Coronavirus

di Andrea Mencarelli

In Francia, la seconda ondata di Coronavirus è ormai un dato di fatto sotto gli occhi di tutti. Tutti tranne che del governo francese e del Presidente Macron, i quali stanno ignorando la gravità della situazione, ormai su una traiettoria preoccupante da almeno un paio di settimane, e non stanno adottando nessun misura concretamente necessaria ed efficace nel contrastare la propagazione del Coronavirus e frenare la nuova ondata di contagi.

 

Le restrizioni adottate nelle città e nei dipartimenti classificati come “zona di massima allerta” – prima Marsiglia, poi Parigi e la sua “petite couronne – non solo sembrano tardive rispetto al manifestarsi degli effetti della circolazione attiva del virus, ma risultano essere decisamente inutili: chiudere i bar e le piscine, quando il maggior numero dei nuovi clusters attivi è registrato nel mondo scolastico ed universitario (32%, secondo i dati della Santé publique France) e sui luoghi di lavoro (22%), significa mancare completamente e deliberatamente l’obiettivo, guardando il dito invece che la luna.

 

Lo scorso mercoledì 7 ottobre, la Francia ha registrato il record del numero di casi positivi in sole 24h: 18.746. Tuttavia, guardare esclusivamente al dato assoluto di nuovi casi positivi, invece che rapportarlo al numero di test effettuati giornalmente, rischia di catturare l’attenzione dell’opinione pubblica, risultando però poco informativo per l’analisi e la comprensione del fenomeno a tutto tondo.

 

Per chiarezza, nella settimana tra il 28 settembre e il 4 ottobre – l’ultima per la quale cui hanno dati aggiornati sul numero dei test realizzati – in Francia si sono registrati 77.980 casi positivi a fronte di 860.438 test virologici (PCR) effettuati, ovvero un tasso di positività di circa il 9%, con un aumento rispetto al circa 7,5% della settimana precedente (72.895 positivi su 946.426 test realizzati).

 

Di fronte a queste cifre, il Presidente Macron ha dichiarato che “nei luoghi dove [il virus] si muove molto velocemente, soprattutto dove circola molto tra gli anziani, che sono i più vulnerabili, e dove vediamo sempre più letti occupati al pronto soccorso, bisogna muoversi verso ulteriori restrizioni”. Ha fatto eco a queste dichiarazioni il ministro della Salute, Olivier Véran, affermando che “la situazione sanitaria continua a peggiorare in Francia” e annunciando che le città di Lione, Lille, Grenoble e Saint-Etienne passano in “zone di allerta massima” con restrizioni, in vigore dal prossimo sabato, dello stesso calibro di quelle già implementate a Marsiglia e Parigi.

 

Tuttavia, per cogliere a pieno i rischi sanitari per la popolazione e la fallimentare gestione politica di questa seconda ondata già in atto, è necessario analizzare i dati sulle ospedalizzazioni e sui ricoveri in rianimazione. Il numero complessivo di persone ricoverate per Covid-19 è pari a 7.624 (dato dell’8 ottobre), in aumento rispetto alla settimana precedente (6.652 all’1 ottobre, +14,6%) e a due settimane prima (6.031 al 24 settembre, +26,4%). Cresce ancor più rapidamente il numero di pazienti in rianimazione: 1.427 all’8 ottobre, rispetto ai 1.265 dell’1 ottobre (+12,8%) e ai 1.048 del 24 settembre (+36,2%).

 

È proprio sulla tenuta del sistema sanitario pubblico, massacrato da privatizzazioni, tagli al budget e precarizzazione del personale medico ed infermieristico, che bisogna valutare sia la gravità della situazione sanitaria in Francia che le decisioni e responsabilità politiche del governo.

 

Innanzitutto, partiamo un dato reso noto da un rapporto pubblicato lo scorso 29 settembre dal ministero della Sanità: nel 2019 sono stati tagliati 3.400 posti letto negli ospedali. Una riduzione che, alla luce di quanto sta accadendo sin dai primi mesi di questo 2020, sconvolge maggiormente. Il Presidente Macron e l’ex Primo Ministro Philippe hanno di certo le loro colpe, ma la loro politica neoliberista di smantellamento dello Stato sociale si inscrive in una tendenza di più lungo periodo di taglio alla spesa e ai finanziamenti destinati alla sanità pubblica, alla quale ha preso parte anche il socialista Hollande, determinando così una riduzione di 100.000 posti letto negli ospedali negli ultimi 20 anni.

 

Le politiche di austerità sociale, le privatizzazioni delle strutture ospedaliere e l’adozione di una logica basata esclusivamente sulla redditività delle cure hanno massacrato la sanità pubblica francese. Come denunciava uno striscione del personale sanitario, durante le mobilitazioni nel pieno dell’epidemia di Covid-19: “Voi contate i soldi, noi contiamo i morti”.

 

Già in mancanza cronica e strutturale di risorse al tempo della prima ondata di Coronavirus, gli ospedali pubblici francesi si stanno preparando, nonostante la carenza di personale sanitario e gli ulteriori tagli, a nuove prove estenuanti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi per far fronte al ritorno dell’emergenza sanitaria su tutto il territorio nazionale.

 

Al momento, la situazione in Ile-de-France è già critica: l’Agenzia Regionale Sanitaria (ARS) ha comunicato che, da martedì 6 ottobre, il tasso di occupazione dei posti letto nelle unità di terapia intensiva da parte dei pazienti affetti da Covid-19 ha superato il 40%. Lunedì, in occasione dell’annuncio delle nuove restrizioni sanitarie a Parigi, il direttore generale dell’ARS dell’Ile-de-France, Aurélien Rousseau, aveva annunciato che questo tasso avrebbe potuto raggiungere il 50% già “nei prossimi quindici giorni”. Secondo le previsioni dell’Institut Pasteur, questa cifra potrebbe arrivare al 100%, ovvero a una saturazione completa delle terapie intensive della regione, entro la fine del mese.

 

L’impennata di ricoveri dei pazienti affetti da Covid-19 ha portato Aurélien Rousseau, giovedì 8 ottobre, a chiedere alle strutture sanitarie dell’Ile-de-France di attuare il cosiddetto “piano bianco rinforzato”, già attivato durante il lockdown ma da allora in pausa, per mobilitare tutte le loro risorse disponibili e fronteggiare l’evoluzione epidemica dei prossimi giorni nella regione.

 

Questo “piano bianco rinforzato” permette ai direttori degli istituti sanitari di riadattare la programmazione degli interventi. L’ARS ritiene che, dal momento in cui 700 pazienti siano ricoverati in terapia intensiva in tutta la regione, un quarto delle cure deve essere deprogrammato, e oltre i mille pazienti, bisognerebbe deprogrammarne il 60%. È chiaramente evidente come la scarsità di attrezzature e di personale abbiamo aggravi una situazione già emergenziale.

 

Le cifre sui ricoverati in terapia intensiva forniscono una buona bussola per determinare la validità o meno delle misure adottare per frenare la diffusione dei contagi e, soprattutto, per evitare la sopraffazione e quindi il collasso del sistema sanitario nel complesso. Secondo gli ultimi dati disponibili del 2018, la Francia metropolitana (senza i territori oltremare) conta una capacità nazionale di 5.290 posti letto in rianimazione. Al culmine della pandemia di Coronavirus, ad inizio aprile, più di 7.000 pazienti sono stati ricoverati in questi reparti, soprattutto quelli che dovevano essere sottoposti a respirazione artificiale. Questo numero è poi diminuito drasticamente fino alla fine di luglio, per poi aumentare costantemente dalla fine di agosto ad oggi.

 

A luglio, il ministro della Sanità, Olivier Véran, aveva annunciato una “ipotesi alta” corrispondente a 12.000 letti di rianimazione disponibili in autunno: una promessa completamente campata in aria, dato che per farlo sarebbe stato necessario assumere anche 24.000 infermieri e 10.500 assistenti supplementari. Ed è la nota stessa del ministero della Sanità che smonta le dichiarazioni di Véran: “questa ipotesi richiede un enorme personale aggiuntivo che non è direttamente presente e non può essere disponibile su tutto il territorio nazionale allo stesso tempo”.

 

Di fronte alle nuove – in realtà le stesse fatte sin dall’inizio della pandemia (sic!) –  richieste del personale sanitario di mobilitare immediatamente risorse finanziarie supplementari per rendere disponibili materiali, attrezzature e medicinali, il Presidente Macron e il Primo Ministro Castex fanno orecchie da mercante.

 

Durante la sua recente visita presso l’associazione Œuvre de Secours aux Enfants, il Presidente Macron è stato accolto dagli assistenti sanitari dell’ospedale Rothschild di Parigi che davanti ai locali dell’associazione brandivano cartelli con la scritta “soldi per la sanità pubblica”. Interrogato dal personale ospedaliero sulla gestione dell’epidemia e sulla necessità di risorse, Macron ha risposto “non è una questione di mezzi, ma di organizzazione”.

 

Siamo stufi di promesse, vogliamo fatti”, ha detto uno degli assistenti. “Vogliamo rispetto per la nostra professione, un aumento delle risorse finanziarie e un cambiamento nella gestione. Non possiamo essere gestiti dai Dipartimenti Medico-Universitarie, sono degli amministratori, non sanno cosa stiamo passando, non sono personale sanitario. E oggi, dopo il confinamento, nessuno vuole più lavorare come assistente, c’è carenza di personale”.

 

Diversi sindacati ospedalieri e collettivi che riuniscono gli effettivi del personale sanitario hanno fatto appello ad una giornata di mobilitazione e di sciopero nazionale per il prossimo 15 ottobre, per reclamare assunzioni immediate e significativi aumenti salariali, nonché un vero piano di investimenti per la sanità pubblica. All’appello lanciato dalla CGT-Santé si sono uniti anche SUD-Santé, la Association des Médecins Urgentiste de France (AMUF), il Syndicat National des Professionnels Infirmiers (SNPI), i collettivi L’Inter-Urgences e Inter-Blocs. Come scrivono queste organizzazioni in un comunicato congiunto: “Senza un segnale forte, la seconda ondata di Covid-19 potrebbe far crollare il nostro sistema sanitario e assistenziale”.

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