NewsRegioniTavoli tematiciTavolo Genere, laicità e diritti

Partiamo da noi. Un’esperienza di autodifesa femminista

esperienza autodifesa femminista

Questo documento vuole porsi come continuazione del documento “Potere al Popolo! sarà femminista o non sarà” e mira a socializzare come il nostro collettivo abbia affrontato un caso di molestia al suo interno. Purtroppo, abbiamo vissuto sulla nostra pelle ciò che in quel documento è già enunciato in modo molto chiaro:

“Come donne e come compagne sappiamo che non basta autodefinirsi compagni e antisessisti per considerarsi esenti dal riprodurre queste dinamiche: nessuna assoluzione a priori, ma solo impegno tanto collettivo quanto personale per uccidere il maschio dominante. Per scendere più nel concreto, sono tanti gli atteggiamenti tossici di dominazione maschile che tendono sempre a riprodursi nella pratica militante: silenziare le voci femminili in assemblea, monopolizzare la parola, usare un linguaggio e degli atteggiamenti violenti e aggressivi, coprire la voce altrui, interrompere, riprodurre forme di “divisione sessuale della militanza” (chi si occupa degli aspetti pratici e chi di massimi sistemi? chi si occupa di pulire prima e dopo un’iniziativa?), fare battute esplicitamente sessiste, ecc. Tutto questo si inserisce nell’orizzonte materiale, simbolico e linguistico di una società patriarcale e discriminatoria e quindi per noi inaccettabile. Non abbiamo intenzione di lasciar passare certi atteggiamenti dominanti come naturali o banali: lo dobbiamo a tutte le compagne che, in ragione di ciò, potrebbero decidere di allontanarsi dalla vita politica, lo dobbiamo al nostro ideale di costruire un movimento includente e non escludente.”

Proprio perché non abbiamo intenzione di accettare alcun atteggiamento violento e prevaricante né permetteremo che nessuna compagna si allontani dalla nostra organizzazione per colpa di questo, abbiamo scelto di scrivere e condividere questo documento come strumento per mantenere alta l’attenzione e come traccia di una prassi collettiva che potrebbe essere utile anche ad altre, per quanto ci auguriamo che fatti del genere non succedano.
Il documento è strutturato come segue: il racconto di quanto accaduto scritto in prima persona dalle compagne coinvolte; quali criticità abbiamo riscontrato all’inizio; il racconto del percorso attivato e, infine, che cosa abbiamo imparato da questo percorso.

Raccontare un episodio di molestia, soprattutto dopo averlo percorso e ripercorso decine di volte, risulta difficile e macchinoso. Da dove iniziare? Quanti dettagli vogliamo portare? Come farci capire? Si può essere semplicemente “obiettive”?

In queste righe vorremmo provare a spiegare a parole nostre i fatti che identifichiamo come un episodio di violazione del consenso. Il tentativo che vorremmo seguire è quello di evitare di raccontare temporalmente, ora dopo ora, e azione dopo azione, tutto quello che è successo. Questo per evitare quella morbosità che più e più volte si crea attorno agli episodi di molestia, la curiosità del dettaglio, la richiesta di “prove” e così via.

L’episodio che vogliamo raccontare si è verificato in una giornata in cui molt* de* nostr* compagni e compagne si trovavano fuori città per un lavoro. Il contesto di riferimento dell’episodio è caratterizzato dalla fiducia, interpersonale e politica, che si dà ad una persona in quanto compagno e parte del nostro collettivo, anche quando non esiste troppa confidenza e un rapporto di amicizia vero e proprio ancora non si è creato. 

Continuare a chiamarlo “compagno” risulta ora, oltretutto, parecchio strano ed alienante.
La serata in questione è iniziata come tutte le serate tra amici: in casa, mangiando, bevendo e chiacchierando. Eravamo in tre: lui e noi due. Dopo diverse ore, passate a parlare di politica e a sentire i racconti della militanza del compagno in questione, avanti con l’alcol, il compagno ha iniziato a insinuarsi nello spazio personale di entrambe. Con una di noi è risultato particolarmente insistente fisicamente, continuando così per tutto l’arco della serata.

Tutte noi donne sappiamo cosa significa ricevere delle avances non richieste e non gradite. Ci siamo trovate mille volte a dover far capire ad alcuni uomini, gentilmente o giustamente incazzate, che no vuol dire no. Fermarsi a quel punto, al primo no e al primo segno di disagio, avrebbe sicuramente creato una situazione diversa. Ad ogni modo così non è stato, ed al primo no ne sono seguiti molti altri sia in forma verbale che fisica per tutto il corso della serata: prima in uno spazio privato, poi pubblico (in un locale in cui ad una di noi è stato chiesto da uno sconosciuto se “fosse tutto ok” notando la situazione) e poi di nuovo in casa.

La dinamica che abbiamo vissuto è stata quella di essere niente più che delle prede. Non sono mancati, peraltro, commenti da parte sua rispetto ad una presunta intimità tra noi due, in cui lui non capiva perché non potesse essere incluso. I tentativi di argomentazione a difesa delle sue azioni sembravano volti a sminuire quello che stava succedendo “perché dai, in fondo… perché no?”.

Al rientro a casa abbiamo dovuto chiedergli più volte di uscire dalla nostra stanza, ripetendogli di smetterla, fino a sbattergli la porta dietro poiché la sua convinzione era quella che fosse già tutto scritto, che non ci fosse nulla di che e che ci poteva stare, perché in fondo in fondo noi volevamo che qualcosa succedesse.
Le domande che ci siamo poste all’inizio di questa ricostruzione dei fatti, ce le siamo poste subito dopo l’accaduto, per giorni interi e poi per mesi. Ci siamo chieste: “come possiamo comunicare il disagio provato di fronte ai comportamenti di quel compagno e coinquilino? Come tuteliamo il nostro benessere nel collettivo e nella casa?”. La situazione era difficile per diversi motivi: per i rapporti che inevitabilmente sono interpersonali e politici insieme; per la sua “età” sia anagrafica, sia di militanza. Ci siamo chieste più volte “Ma com’è possibile? Perché mai una persona considerata un ‘bravo compagno’ dovrebbe comportarsi così?”. Il fatto che lui fosse riconosciuto e stimato da un punto di vista intellettuale e la sua presenza fosse forte e datata in alcuni ambienti politici era un potente deterrente a parlare dell’accaduto.

Il dubbio era che l’episodio, che per noi ha significato giorni di stress e pensieri monotematici a riguardo, potesse venire sminuito se portato fuori dal nostro confronto a due. La violazione del consenso a noi era chiarissima, ma il freno a parlarne era dato anche dal fatto che alcune delle nostre caratteristiche personali (ad esempio l’essere “la nuova” del collettivo e la coinquilina) potessero in qualche modo influenzare la percezione di quei fatti ed attaccare la serenità del collettivo, della casa o delle amicizie.

La strada che inizialmente abbiamo provato a percorrere è stata parlarne con una singola compagna e amica. Con questo confronto abbiamo iniziato a capire che forse la nostra percezione conteneva dei fatti obiettivi e difficilmente interpretabili in modo diverso.
Abbiamo quindi aspettato di vedere come si comportasse lui. Ma, nonostante la gravità di quanto era accaduto, era rimasto del tutto indifferente nei giorni immediatamente successivi; quasi che non fosse successo nulla. Da qui, la seconda strada è stata quindi deciderci a parlagli noi per prime del disagio che ci aveva provocato il suo comportamento.

La paura di essere bollate come “troppo sensibili” è diventata realtà nel momento in cui, a fronte della nostra richiesta di chiarimento, ci ha chiesto di sapere cosa esattamente ci avesse offeso dell’episodio. Ad ogni modo, di fronte alle sue scuse che sembravano sentite e consapevoli, abbiamo provato, per quanto impossibile, a metterci il cuore in pace. Questo significava in un certo senso mettere sotto il tappeto l’accaduto, lasciando che la questione non si risolvesse e diventasse nei mesi successivi addirittura peggiore di fronte ad altri suoi modi di comunicare, ad alcune sue scenate, al fatto di trovarsi a disagio in sua presenza e alla difficoltà di parlare della cosa perché “ormai è passato troppo tempo”.

Di seguito vogliamo discutere alcuni aspetti pericolosi che nella nostra realtà hanno ostacolato per mesi la presa di parola e l’emergere di quanto accaduto ancora prima di affrontarlo nelle prassi che proponiamo. I nodi che tocchiamo sono nodi politici complessi e non pensiamo di essere esaustive nella loro trattazione. Quello che conta al momento è provare a rendere degli esempi chiari in cui altre e altri possano riconoscersi.

Il collettivo e i suoi anticorpi

Il primo aspetto rilevante è stato constatare che il collettivo non avesse anticorpi.
Questo non solo perché pareva succedere per la prima volta che qualcun* all’interno del gruppo fosse soggett* a molestie, ma anche perché il collettivo si pensava un luogo in qualche modo impermeabile al fenomeno, protetto da meccanismi di fiducia e solidarietà rodati al suo interno. A fronte di questo è venuto meno lo spazio per prevenire, riconoscere, supportare con delle prassi efficaci quanto accaduto.
In una prima fase, non esistendo un protocollo, una cassetta degli attrezzi, tantomeno un collettivo di sole donne di riferimento, le compagne coinvolte non hanno avuto l’agibilità politica di affrontare quanto accaduto se non nella cornice delle relazioni interpersonali e amicali più strette.
Non si tratta solo della assenza di strumenti collettivi per denunciare una molestia – e non si vuole qui sostenere che sia possibile prevederla – bensì di accorgersi che il collettivo non avesse gli anticorpi atti a riconoscere un soggetto portatore di atteggiamenti tossici. In questo senso non è stato in grado di intervenire su un corollario più sostanziato di comportamenti autoritari, volti alla centralizzazione delle decisioni, alla derisione e al biasimo dell’altr*, a battute sessiste, a un bullismo interpersonale anche con militanti esterni al collettivo stesso. Queste condotte, che rientrano in una più ampia cornice di mascolinità violenta, hanno avuto un impatto su tutto il collettivo, sul suo lavoro politico e su tutt* coloro che ne fanno parte seppur agiti da una sola persona. Per quanto inaccettabili, questi modi di fare hanno dunque trovato spazio e non abbiamo avuto prontamente la capacità di reagirvi collettivamente.

Relazioni politiche o personali? Un terreno scivoloso

In secondo luogo, essere parte di un collettivo si misura con il desiderio di essere parte integrante di una comunità in cui ci si vuole riconoscere e dalla quale farsi accettare. Al suo interno esistono equilibri e forme diverse di amicizia, di simpatia, di affetto e a volte legami amorosi. Mettere in agenda un episodio di molestia all’interno di un gruppo esteso può alterare, rompere, se non addirittura distruggere gli equilibri del gruppo e la sua stessa esistenza politica. In particolar modo, mette in questione i meccanismi di fiducia e di solidarietà su cui si basa non solo la precedente convivenza, ma anche il mandato politico entro cui riconoscersi.
Le relazioni politiche e personali di alcun* componenti del collettivo con la persona che si è resa responsabile di comportamenti violenti costituivano uno dei principali deterrenti alla presa di parola e alla denuncia di quanto accaduto. Queste relazioni di fatto rappresentavano di per sé una forma di accreditamento e di legittimazione. Le compagne inizialmente si domandavano “sono solo io che vedo che qualcosa non va?”. È infatti solo grazie a coloro che erano affettivamente più distanti – le compagne e i compagni più giovani – che è stato possibile riconoscere gli atteggiamenti violenti e tossici della persona in oggetto.
In altre parole, le relazioni politiche e personali possono costituire un terreno scivoloso perché proprio la forte prossimità e l’affetto rendono più difficile la gestione di una personalità tossica convalidando di fatto una legittimazione di ciò che è intollerabile. Non si vuole suggerire con questa frase una divisione tra due piani – relazioni personali o relazioni politiche – bensì indicare quanto sia importante una maggiore consapevolezza e riflessività nei rapporti tra personale e politico a partire dalle pratiche quotidiane a noi più vicine.

Abbiamo tollerato ciò che non avremmo dovuto tollerare

Lo status e la reputazione offerte dal privilegio sono l’ultimo nodo politico che vogliamo esporre in questa prima parte. Il problema è che godere di un certo riconoscimento dovuto al lungo corso di militanza, a una certa età anagrafica simbolo di esperienza rispetto ai/lle più giovani, al ruolo di “maschio intellettuale” del collettivo fanno passare sopra a comportamenti prevaricanti e sessisti. Questa la constatazione che è emersa all’inizio dell’accaduto e che avrebbe concorso a inibire la presa di parola delle compagne.
Ancora una volta le intersezioni tra genere, classe, età e colore della pelle paiono richiamarci ad un privilegio che si consuma anche nel nostro caso a partire dalla divisione sessuale dei compiti tra uomini e donne, in cui la dimensione intellettuale e decisionale è preponderante nei primi, tanto nella società quanto nella militanza. Tuttavia, essere un intellettuale ben inserito, “conosciuto da tutti” e in grado di parlare di tutto non ci appare condizione sufficiente a rendere un compagno un compagno.
Rivendichiamo la prassi e l’esempio che diamo nel costruire giorno dopo giorno la realtà che vogliamo come unico parametro politico a cui attenerci, cosa che comporta la necessità non solo di operare nel e sul mondo attorno a noi, ma anche su noi stess*: una società rivoluzionata, composta da soggetti rivoluzionati, è l’unico parametro che per noi esiste. Non bastano parole e riflessioni, vogliamo le pratiche concrete poiché “l’inferno è lastricato di buone intenzioni…”.
In sostanza, tutti gli elementi sopra descritti possono costituire un forte ostacolo e disincentivo nel processo di presa di parola giocando un ruolo enorme nell’invisibilizzare la violenza, con le conseguenze che ne derivano, il cui apice è l’isolamento e l’allontanamento dal collettivo proprio delle persone soggette a molestie o ad altre forme di violenza.

Abbiamo cercato di riportare solo alcune delle difficoltà che si sono presentate nel processo di presa di parola delle compagne. Pensiamo di aver acquisito una coscienza critica dei limiti riscontrati all’interno di quel processo. Una coscienza a partire dalla quale abbiamo adottato delle pratiche di cura collettiva che portiamo avanti da cinque mesi. Questo paragrafo cercherà di tenere conto di queste prassi con lo scopo di diffonderle come strumento a disposizione di tutta la comunità di Pap!

Prima di presentare questi steps è necessaria una premessa. Affrontare quello che era successo è stato possibile solo una volta che le compagne coinvolte hanno deciso di esporsi a tutto il collettivo, e solo ed esclusivamente nel rispetto della loro volontà. Ma che cosa ha contribuito a rendere possibile la presa di parola? Il sostegno e la solidarietà delle relazioni amicali e politiche hanno avuto un ruolo importante: molte donne in questi casi si ritrovano completamente sole ed è proprio l’isolamento che rende difficile denunciare la violenza; al contrario, una rete di compagne che dice “sorella, noi ti crediamo!” fa la differenza. Ma ancora più importante è stata la consapevolezza che, senza andare oltre il livello di condivisione informale, la violenza sarebbe rimasta in uno spazio “privato” e non si sarebbe superata, poiché avrebbe continuato a produrre angoscia, paura e ansia, rendendo comunque impossibile stare nello spazio collettivo. Inoltre – e non è certo un dettaglio trascurabile – quanto successo a due compagne poteva succedere anche ad altre.
Non volevamo essere le ennesime invisibili, non volevamo “mettere la polvere sotto il tappeto”, ma soprattutto non potevamo accettare che si creasse distanza tra le nostre parole e il mondo, che le nostre prassi trovassero il modo di svuotarsi fino a negare l’evidenza della prevaricazione violenta. Non potevamo accettare che i nostri spazi e la nostra organizzazione tollerassero comportamenti sessisti e violenti, e non lo abbiamo fatto.

Step 1: Assemblea separata tra compagne

L’assemblea separata tra compagne è stato il primo passo di una prassi collettiva. Abbiamo scelto di trovarci in maniera non mista, solo tra compagne, per avere un primo spazio di confronto collettivo più tutelante, condividere con tutte quello che era successo e, unite, trovare le parole giuste per denunciare la molestia in tutta l’assemblea. D’altronde, prendere parola in un’assemblea mista, con decine e decine di persone, per denunciare una molestia sessuale agita da un membro del collettivo non è né facile né scontato: anche il coraggio è l’esito di un processo collettivo.
Il fatto stesso di trovarsi tra compagne non è un passaggio banale. La domanda di solito è “Perché? A che scopo? Non possono anche i compagni capire la questione ed esprimersi sulla violenza di genere?” Sì, ma anche no. Sì, perché siamo un collettivo. No, perché è importante riconoscere che i privilegi esistono e possono impedire, anche nei soggetti più in ascolto, di capire cosa vuol dire essere oppresse, molestate, violentate semplicemente perché si è donne.
Forse può sembrare banale ma, come ogni questione di metodo – di una prassi che è la nostra teoria – non lo è affatto e quindi non ci siamo scoraggiate. Il percorso dell’assemblea separata, tuttora in corso, è stato molto lungo e impegnativo e si è configurato come uno spazio di sorellanza. In generale l’assemblea separata si è rivelata un luogo cruciale per mettere in agenda una serie di problemi che nascevano in seno all’assemblea stessa e nel processo di denuncia collettiva della molestia. Non solo ha reso tutte noi più coraggiose, ma ha contribuito alla presa di parola di ognuna in ambito assembleare misto. Ha contribuito ad un processo di soggettivazione delle donne del collettivo, inedito per quest’ultimo.

Step 2. Confronto con l’autore delle molestie

Una volta fatto quadrato intorno alle due compagne e deciso di affrontare collettivamente la questione, abbiamo deciso di mettere chi aveva agito la molestia di fronte alle sue responsabilità. La persona in oggetto si era da pochissimo allontanata dal collettivo e non volevamo che continuasse a fare politica in altri nodi della nostra organizzazione come se nulla fosse avvenuto. Prima di cercare un contatto e per auto-tutelarci, abbiamo dato una breve comunicazione all’intero collettivo al fine di rendere tutt* consapevoli di quello che stava accadendo.
A una prima richiesta di un confronto, avanzata da una delle due compagne a nome di tutte, egli si è sottratto, negando che si trattasse di una questione collettiva e riducendola ad un’incomprensione che si sarebbe potuta risolvere a tu per tu (“riguarda me e te”). A questa prima richiesta di confronto sono seguiti – da parte sua – messaggi, e-mail, note vocali e telefonate dai toni aggressivi, diretti ad alcun* compagn*, in cui si accampavano questioni di metodo (testualmente: “quale legittimità ha questa autoproclamata assemblea di compagne?” – e vorremmo sapere a chi avremmo dovuto chiedere il permesso! – oppure “non insegnate il femminismo a me!”).
Nonostante le numerose resistenze, questa persona ha infine accettato di incontrarci.
Per noi, condizione per poter pensare qualsiasi passo successivo nei suoi confronti, era che lui si prendesse le proprie responsabilità in un contesto collettivo e riconoscesse quello che aveva fatto. Purtroppo, è nostra opinione che ciò non sia avvenuto, né in quel momento di confronto né successivamente. In generale, da parte sua sono emerse solo delle giustificazioni inascoltabili (“ero ubriaco” e quindi “non ricordo bene”) a sostegno di una “propria versione dei fatti” perché ci sono “diverse percezioni” di ciò che è successo.
Noi diciamo che una molestia è una molestia, che andare contro o non considerare il consenso di un’altra persona è violenza e non accettiamo altre versioni. A maggior ragione a fronte dell’esito di questo confronto, il distacco di questa persona dalla nostra comunità politica è stato un fatto naturale e necessario.
Per quanto riguarda le modalità con cui abbiamo provato a gestire il momento di confronto con lui, il nostro obiettivo non era riprodurre una dinamica tribunalizia dove vi è una vittima da difendere e un colpevole da punire, ma tenere insieme responsabilità individuale e responsabilità collettiva: quella dell’allora compagno di fronte alle proprie azioni e quella del collettivo tutto. La ragione? Ci sentiamo nella posizione di dover capire quali errori abbiamo compiuto come collettivo per arrivare a dover gestire un caso di molestia al nostro interno, per non ripetere gli stessi errori in futuro. Ciò che abbiamo cercato di fare, in sintesi, è stato individuare una possibile via comunista e femminista alla lotta contro la violenza di genere.

Step 3. Discussione in assemblea mista

Come terzo momento di questa prassi abbiamo scelto di condividere con tutto il collettivo quanto accaduto, sia per autotutelarci – perché la persona che stavamo accusando non trovasse sponde disponibili a lasciar spazio ad “altre versioni” – sia per mantenere il piano del problema politico di tutto il collettivo. Questi passaggi si sono fatti con la massima serietà e riservatezza perché non si generasse la dinamica del gossip e del passaparola che avrebbe ridotto il problema ad una questione privata.
Le discussioni in assemblea mista sono state a loro volta un momento di crescita fondamentale per il collettivo perché hanno dato luogo ad un percorso di autoformazione di genere; ma non è stato semplice.
Il primo incontro che abbiamo fatto in assemblea mista tutt* insieme è stato mentalmente ed emotivamente molto impegnativo. Molti compagni si sono sentiti chiamati in causa in prima persona, giudicati perché uomini, esclusi dalla vicenda e hanno letto l’assemblea separata come la sentinella di una rottura interna al collettivo; inoltre, in questa prima assemblea, è emersa la necessità di fornire una definizione di cosa sia una molestia o di distinguere tra diversi gradi di gravità; questo ha messo in agenda il problema del linguaggio dando spazio ad atteggiamenti morbosi quali, ad esempio, la volontà di avere maggiori dettagli denunciando una totale mancanza di consapevolezza sul costo che comporta ritornare e ripercorrere tutta la vicenda per chi l’ha vissuta in prima persona.
Sempre in questa sede – come in parte era successo anche nell’assemblea delle compagne – sono emersi alcuni conflitti rispetto alla tutela del “compagno” (“non dobbiamo fargli il processo”, “non creare il mostro”, “lui ha dei problemi”, etc) mettendo in ombra quelli che avrebbero dovuto essere i reali soggetti della tutela, ossia le compagne coinvolte nella vicenda, e ancora una volta correndo il rischio di operare una seconda violenza su chi ne era già stat* soggetto. A questo momento assembleare ne è seguito un altro, andato meglio, in cui abbiamo cercato di sciogliere i nodi dolorosi emersi nel primo momento di assemblea.
Per quanto il percorso che ne è nato sia complessivamente positivo e ancora attivo, esso ha comportato per noi compagne un ulteriore carico di lavoro di cura: avere pazienza, ascoltare e spiegare, accogliendo i vari dubbi dei compagni, anche quando inadeguati perché supportati da convinzioni e da un linguaggio che si crede obiettivo e super partes. Tutto ciò ha aperto per noi delle contraddizioni che riteniamo di poter sciogliere solo nella pratica: “come ci curiamo * un* de* altr*? Come fare perché la cura sia reciproca e condivisa?”. A partire da queste domande abbiamo preso la decisione condivisa di iniziare un percorso di autoformazione femminista per tutt* * compagn* del collettivo.

Step 4. Questo documento

Questo documento rappresenta per noi il quarto passo decisivo di una prassi collettiva. Per noi è strumento: 1) di responsabilità, 2) di cura e 3) di lotta.
Abbiamo deciso di scrivere questo documento perché sentiamo la responsabilità collettiva di tenere traccia di un percorso lungo e molto faticoso che crediamo possa essere utile a* compagn* in situazioni simili mettendo in agenda gli ostacoli e le contraddizioni che inibiscono la presa di parola, tanto individuale quanto collettiva, così come i processi di soggettivazione e azione politica che da essa derivano o dipendono.
Pensiamo, inoltre, che questo documento sia anche uno strumento di cura collettiva e il risultato della tutela che il nostro collettivo ha messo in campo, facendo quadrato attorno alle compagne coinvolte nella molestia.
Per noi, infine, questo documento è anche uno strumento di lotta volto a sensibilizzare e aumentare la consapevolezza che la rivoluzione deve partire così dalle nostre prassi quotidiane e private, come dai nostri movimenti sociali – anch’essi esposti e intrisi di dinamiche di potere di cui vogliamo liberarci.
Questo documento in altre parole è pensato come uno strumento di autodifesa dalla violenza di genere.

Le conclusioni a cui possiamo giungere alla fine di questo documento non possono che essere soltanto parziali. Non saremo esaustive poiché questo è impossibile, ma cercheremo di evidenziare i punti per noi più rilevanti. Di sicuro si apre per noi una fase nuova, piena di sfide, ma anche di accelerazione verso un mondo giusto, un mondo come lo abbiamo sempre sognato.

Uccidere il maschio dominante dentro di sé – no excuses!

Questa storia ci conferma che i nostri collettivi sono un terreno di lotta politica così come lo è la società. La mascolinità tossica è qualcosa a cui siamo stat* socializzat* fin da bambin* e che rappresenta quella normalità a cui non vogliamo rassegnarci. La battuta sessista e la molestia sessuale sono manifestazioni della stessa normalità: il patriarcato.
Lasciar passare comportamenti sessisti ritenendoli “innocui” è un errore, poiché contribuisce a creare e alimentare un clima di tolleranza e connivenza che impedisce la denuncia e il cambiamento. C’è ancora molto da decostruire, ridefinire, teorizzare e praticare, sia nell’azione individuale quanto in quella inserita nel contesto collettivo, pena la riproposizione di contraddizioni e cortocircuiti estremamente pericolosi che rischiano di inficiare alla radice il nostro comune lavoro e le nostre comuni convinzioni politiche.

Il separatismo può essere uno strumento utile

Per noi la pratica separatista non è un fine, ma un mezzo: uno strumento per organizzarci e rafforzare la lotta contro il patriarcato. L’assemblea non mista ci rafforza come compagne, perché è uno spazio che fa crescere la nostra coscienza di che cosa significhi essere state socializzate al genere femminile; è uno spazio in cui insieme possiamo trovare le strategie per liberarci dai ruoli che ci sono stati imposti dalla società patriarcale; è uno strumento che ci permette di liberarci dal metro di giudizio patriarcale che ci dice che siamo noi il problema, e di raccogliere gli strumenti per combatterlo dentro e fuori noi.
Per questo motivo riteniamo che l’assemblea non mista rafforzi anche l’intero collettivo, perché all’interno di ogni contesto – nella società come in un collettivo – condurre la lotta al patriarcato è una questione di rapporti di forza e l’alleanza tra compagne fa sì che gli stessi compagni siano costretti a mettersi in discussione, ad assumersi la propria parte di responsabilità in questa lotta comune, la lotta al patriarcato. In questo senso è importante fare propria la pratica del partire da sé. Questo è l’impegno che come compagne abbiamo chiesto al nostro collettivo, ai nostri compagni. Riteniamo che questo impegno sia stato portato avanti nella larghissima partecipazione alle assemblee, nella messa in dubbio in prima persona come singoli nel privato e nello spazio del collettivo stesso, e infine in un nuovo impegno politico che coinvolge tutte e tutti.

Che le parole Compagna e Compagno suonino come una carezza

Il solo decidere se riferirci in questo documento con la parola “compagno” alla persona che ha agito le molestie è stato oggetto di discussione. Abbiamo scelto di non farlo. Infatti, per noi sono venute meno le condizioni di una militanza comune, quella fiducia che ci fa sapere che nonostante e oltre le difficoltà ci muoviamo insieme nella stessa direzione. Alla luce di ciò riteniamo che questa persona non possa definirsi o essere considerata un membro della nostra organizzazione.
Abbiamo deciso di condividere questo documento perché riteniamo che la sua forza stia nell’individuazione e nella condivisione di strumenti di autodifesa collettiva come migliore garanzia a tutela delle compagne direttamente coinvolte nella vicenda e di tutte e tutti noi.
L’allontanamento di chi si rende responsabile di comportamenti inaccettabili è un passaggio necessario, ma non sufficiente: crediamo che la lotta al sessismo e alla maschilità violenta si possa portare avanti solo tenendo insieme responsabilità individuale e collettiva, cioè lavorando a costruire e rafforzare – dentro e fuori i nostri spazi – quegli anticorpi che noi non abbiamo saputo avere. Si tratta di un compito che non risparmia nessuna e nessuno dal mettersi radicalmente in discussione. Potere al Popolo sarà femminista o non sarà.

Un’assemblea territoriale di Potere al Popolo

Related posts
EsteroNews

[PARIGI] LA LOTTA FEMMINISTA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS, ESPERIENZE COMPARATE

NewsTavoli tematiciTavolo Genere, laicità e diritti

L’ABORTO E’ UN DIRITTO PRIMARIO E CONTINUEREMO A DIFENDERLO!

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

X