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10 buone ragioni per scendere in piazza il 1 novembre al fianco del Rojava e contro la guerra di Erdogan

10 buone ragioni per scendere in piazza il 1 novembre al fianco del Rojava e contro la guerra di Erdogan

LEGGI QUI PERCHÉ ADERIAMO AL CORTEO DEL 1 NOVEMBRE! 

1. Perché il nemico non è “solo” Erdogan

Erdogan ha potuto attaccare la Siria del Nord perché Trump gli aveva dato il via libera.
Erdogan ha potuto iniziare il suo massacro perché sapeva bene che i paesi dell’UE, Italia compresa, difficilmente avrebbero mosso un dito.
Erdogan ha potuto chiamare beffardamente la sua operazione “Sorgente di Pace” perché la NATO ci ha abituato a un uso del linguaggio che nemmeno l’Orwell di 1984 avrebbe saputo immaginare. Erdogan può condurre la guerra perché per anni le imprese belliche nostrane hanno venduto ad Ankara di tutto e di più e oggi Ankara ha gli arsenali strapieni.
Erdogan può spiccare mandati di cattura, chiedere lo scalpo di oppositori politici ai governi europei perché sa che questi molto probabilmente cederanno.
La guerra di Erdogan mette in rilievo una serie di nervi scoperti del nostro Paese e dell’intera UE. Se nessuno lo ferma è perché la rete di interessi che lega le nostre classi dirigenti al “Sultano” è così intricata che solo il coraggio politico di chi vuol costruire un ordine nuovo potrebbe dirimerla.
Fermare Erdogan significa assestare un colpo pesante a questi interessi, a questa trama di potere.

2. Perché fermare Erdogan significa fermare l’ISIS

La “fanteria” che Erdogan sta impiegando sul terreno è formata da criminali e terroristi. Da uomini della specie di Isma’il Firas al-’Abbar, prima comandante dell’ISIS a Deir-ez-Zor e poi leader di brigata sostenuto dalla Turchia ad Afrin; di Yaser Abdulrahim, capo della delegazione del “Free Syrian Army” (spacciati qui da noi come eroici “ribelli”) nell’incontro di Adana tra Russia e Turchia, ora leader della brigata al-Majd, accusata di crimini di guerra ad Aleppo, di commercio di minori, torture, esecuzioni sommarie, che solo pochi giorni fa si auto-immortalava esibendo il “trofeo” della combattente delle YPG Çiçek Kobanê, minacciandola di decapitazione.
Da quando è iniziata l’operazione “Sorgente di Pace” sono già centinaia i miliziani dell’ISIS scappati dalle carceri in cui i curdi li tenevano prigionieri. Sono pericolosi: prova ne siano le autobombe con cui hanno attaccati a Qamushlo, al-Hol, Serakanyie, Raqqa. Ma anche la memoria degli attacchi pianificati e realizzati nel cuore dell’Europa.
L’ISIS è una minaccia per tutte e tutti e Erdogan vuol distruggere gli unici che li hanno combattuti per davvero senza alcuna esitazione e ambiguità.

3. Perché fermare Erdogan significa scongiurare il suo progetto di “pulizia etnica”

Il progetto di Erdogan è lo spostamento di almeno 1 milione di rifugiati siriani – ma si parla anche di 2 milioni – dalla Turchia alla fascia settentrionale della Siria. Cioè proprio dell’area abitata da secoli dai curdi. E loro che fine farebbero? La pulizia etnica di Erdogan sta proprio lì: devono andarsene, lasciare la loro terra, le loro case. Con le buone o con le cattive. Sulle loro gambe o in una bara.

4. Perché fermare Erdogan significa vincere una battaglia contro la censura

È del 25 ottobre la notizia della querela che Erdogan ha sporto contro il settimanale “Le Point”, reo di aver denunciato la pulizia etnica del “Sultano”. È solo l’ultimo tentativo di mettere il bavaglio a chi non si allinea al regime turco. La “longa manus” di Ankara travalica i confini nazionali. E così Facebook ha chiuso decine e decine di pagine che informavano sui crimini che le truppe turche e i mercenari al soldo di Erdogan. La colpa? A volte anche aver semplicemente citato “Öcalan” o aver mostrato una bandiera del PKK (Partito Curdo dei Lavoratori). Mr. Zuckerberg si è mostrato totalmente subalterno alle volontà della Turchia. In gioco c’è la nostra libertà di espressione e di informazione.

5. Perché il “confederalismo democratico” è una speranza per tutte e tutti noi

Il modello del “confederalismo democratico” significa un patto sociale di convivenza tra genti che professano religioni diverse, parlano lingue diverse, hanno culture diverse. Significa una società fondata su una democrazia diretta, sul dialogo, il confronto e la discussione. Sul femminismo e sull’ecologismo. È una sperimentazione che parla anche a noi, perché ci permette di immaginare futuri diversi da quell’unico lugubre assetto spazio-temporale che cui ci destina il neoliberismo. Impedire che Erdogan distrugga quest’esperienza significa darsi – anche noi – queste possibilità. Non per “importare” un modello, ma per capire a fondo e poter imparare le lezioni di fondo.

6. Perché fermare Erdogan significa dare uno schiaffo all’ipocrisia

Avete sentito Di Maio proclamare ai quattro venti che avrebbe fermato l’export di armi alla Turchia? Peccato che si sia mosso solo per le vendite future e non per i contratti in corso. Il che significa che si è assicurato un po’ di consenso con un’iniziativa che nel concreto avrà peso assolutamente relativo. E scommettiamo che ora che con i cessate il fuoco e gli accordi con Trump e Putin sono in tanti a spacciare per risolta la questione le vendite – anche quelle future – ricominceranno a breve?
L’Italia non è sola in questa gara dell’ipocrisia. Tanti paesi dell’UE e gli stessi rappresentanti istituzionali dell’UE emettono comunicati, ogni tanto alzano la voce, sbattono un pugno sul tavolo. Tutti o quasi hanno espresso “condanna” per la guerra di Erdogan. E hanno aggiunto che sono “preoccupati” per le sorti dei curdi. Ma loro non sono “semplici cittadini”: avrebbero gli strumenti per agire e non lo fanno. Alzano così un muro di ipocrisia che solo la mobilitazione popolare può abbattere.

7. Perché fermare Erdogan significa mettere in discussione la NATO

Un titolo più efficace di “la Turchia attacca il Rojava” sarebbe “la NATO attacca il Rojava”. Perché, se ci pensiamo bene, la prima potenza dell’Alleanza Atlantica ha dato luce verde alla seconda potenza dell’Alleanza per attaccare una regione di un altro Paese. E, addirittura, Erdogan ha potuto spacciare l’operazione come un’operazione preventiva: c’era la necessità di difendersi dal “terrorismo”. Quelli che lui chiama terroristi sono i partigiani curdi, ovviamente, ma la NATO se ne infischia e ha invitato il “Sultano” semplicemente a massacrare con moderazione.
Un’alleanza del genere serve davvero all’Italia? E, soprattutto, serve ai popoli del mondo?

8. Perché dobbiamo sostenere chi in Turchia combatte per la democrazia e l’uguaglianza

La guerra di Erdogan non prevede solo il fronte esterno. Arriva fin dentro le porte di casa dei cittadini turchi. Uno dei motivi dell’attacco è il tentativo di mettere a tacere il dissenso interno. La crisi economica, la disoccupazione schizzata nuovamente a livelli preoccupanti, l’inflazione a due cifre, la svalutazione della lira turca, sono tutti fattori che incidono sulle condizioni di vita di milioni di cittadine e cittadini. Il consenso di Erdogan è soggetto a un’erosione che il “Sultano” teme tremendamente. La guerra è l’occasione per un’ulteriore stretta repressiva. Dirigenti e sindaci eletti nelle file dell’HDP, il Partito dei Popoli, sono stati arrestati e rimossi dai loro incarichi. La vita di chi lotta contro il regime dell’AKP si è fatta ancor più dura. Sono anche loro a chiederci di scendere in piazza e di lottare al loro fianco, sebbene distanti migliaia di kilometri.

9. Perché se i piani di Erdogan vanno a monte avanziamo anche noi

La Turchia è uno dei puntelli del sistema internazionale. Lo è per il ruolo che gioca nella NATO, nella gestione dei flussi migratori, nella repressione feroce di qualsiasi tentativo di costruzione di modelli fondati su giustizia e uguaglianza.
Se i piani che ha Erdogan per la Siria del Nord dovessero saltare in aria, avremmo probabili ripercussioni a cominciare dalla Turchia. Quell’opposizione oggi duramente repressa, troverebbe nuovo vigore. I lavoratori che oggi si organizzano a fatica, nell’ombra, che scioperano rischiando tutto, troverebbero forza. Dalle ceneri della lotta per il Gezi Park potrebbero scaturire nuove scintille. E far “saltare” la Turchia avrebbe ripercussioni immediate anche nei nostri Paesi. Anche per noi si andrebbero ad aprire degli spazi fino a ora inimmaginabili. Il vento arriverebbe con forza. E sarebbe un vento assolutamente salutare.

10. Perché le SDF ci insegnano la forza dell’internazionalismo

Non hanno fatto il giro del mondo e i media mainstream a stento li hanno ripresi. Eppure dal Rojava sotto le bombe, dal Rojava in cui i combattenti erano impegnati in dure battaglie contro i “ribelli” al soldo di Erdogan, in cui la sopravvivenza si imponeva – e si impone – come obiettivo totalizzante, sono arrivati messaggi di solidarietà al popolo catalano in piazza contro la repressione dello Stato Spagnolo, a quello cileno, da più di 10 giorni in strada per ottenere finalmente la fine della dittatura di Pinochet che si è protratta nei 30 anni di “democratura”.
I curdi e le popolazioni della Siria del Nord ci danno una lezione immensa, ci dicono che rinchiudersi in sé stessi, nell’egoismo – che in questo caso sarebbe perfettamente comprensibile – non è detto sia l’unico destino dei popoli. Ce n’è un altro, che si chiama solidarietà e che si può costruire anche con la morte che può bussare alla porta in qualsiasi momento.

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