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[Torino] Parco della salute, “social bond” e le solite ricette fallimentari

Due notizie uscite stamattina sui giornali suonano come una conferma di quanto abbiamo già rilevato da tempo: la classe dirigente, nella nostra città come a livello nazionale ed europeo, non ha alcuna intenzione, nemmeno dopo gli inequivocabili segnali mandati dalla pandemia da Covid-19, di mettere in discussione i paradigmi di fondo delle scelte politiche che governano la nostra società.
La prima notizia riguarda la gestione della sanità, con particolare riferimento al progetto del Parco della Salute (su cui abbiamo prodotto nei mesi scorsi un documento più organico: https://poterealpopolo.org/inchiesta-parco-salute-torino/). A nostro giudizio, le difficoltà incontrate nella gestione della pandemia hanno reso evidente e assolutamente prioritaria la necessità della rottura di un modello di gestione sanitaria fondato su aziendalizzazione, regionalizzazione e privatizzazione, e di un immediato potenziamento del servizio sanitario integralmente pubblico, a partire da un piano straordinario di assunzioni e rafforzamento della medicina territoriale.
Il progetto del Parco della Salute si fonda esattamente sulla logica opposta: sdoganamento definitivo della presenza dei privati nella sanità e ridimensionamento dei posti letto e della medicina di prossimità, a favore della logica dell’”eccellenza”. Ebbene: oggi Repubblica comunica che, dopo il malaugurato ritardo causato dall’emergenza, ora il progetto del PdS può ripartire, entrando a breve nella sua seconda fase, con obiettivo apertura del cantiere nel 2023. Con il beneplacito di tutta la sinistra torinese, pronta a farne il cavallo di battaglia della prossima contesa elettorale: dal PD che ne è sempre stato il principale sostenitore, a LeU che per bocca di Grimaldi ne ha recentemente ribadito il carattere strategico.
La seconda questione riguarda più in generale il welfare, che negli ultimi decenni, nella nostra città come un po’ dappertutto, è stato al centro di tagli draconiani e di una indiscriminata apertura alla penetrazione degli interessi privati, in buona misura a Torino tramite alcune fondazioni bancarie (in primis Compagnia di S. Paolo e CRT) che oggi hanno in mano buona parte del welfare torinese. Dal momento che questi soggetti, per la loro natura, sono mossi esclusivamente dalla massimizzazione del proprio profitto, e non certo dall’interesse generale, non sorprenderà notare come negli anni la qualità di scuola, trasporti, pensioni, la stessa sanità, almeno nelle loro dimensioni pubbliche e dunque aperte a tutti, sia drammaticamente peggiorata, spingendo chi può permetterselo a fare ricorso proprio al privato.
Secondo noi tale situazione si affronta, di nuovo, in un solo modo: invertendo la rotta, chiudendo gli spazi ai privati e ripartendo dalla dimensione pubblica dei servizi, scelta possibile tramite un piano di nazionalizzazioni delle risorse e dei settori strategici ed una pianificazione dell’economia a fini sociali e ambientali. Invece, oggi sempre Repubblica annuncia trionfalmente che, dato che “le operazioni di riduzione del debito, sommate alle difficoltà create dall’emergenza coronavirus, rischiano di ridurre ancora i margini di manovra del welfare”, è allo studio la proposta del lancio di un “social bond” per facilitare gli investimenti dei soggetti privati in campo sociale.
Da parte nostra, siamo convinti che la pandemia non abbia cambiato nulla: si continua a ragionare esattamente come prima, le imprese e i loro interessi continuano ad essere la stella polare di ogni scelta politica. Per noi invece serve una rottura che rimetta al centro gli interessi collettivi. Intanto, il progetto del Parco della Salute va immediatamente bloccato, e serve impostare un nuovo progetto di potenziamento della sanità integralmente pubblica, con il coinvolgimento della cittadinanza a partire dalle classi popolari.
Occorre operare immediatamente scelte in controtendenza con gli equilibri del Sistema Torino, consolidati negli anni del centrosinistra e ai quali è stata pienamente interna la fallimentare giunta Appendino: rompere con le fondazioni bancarie e con i vincoli di bilancio che strozzano le finanze pubbliche.
Serve il rilancio dell’intervento pubblico, ma non come creatore delle migliori condizioni per gli investimenti privati, bensì come gestione pubblica, collettiva e popolare dell’economia e della società. Occorre, a Torino come a livello nazionale, lavorare per un cambiamento del modello economico e sociale: l’unico modo per affrontare davvero collettivamente una crisi che nei prossimi mesi si farà ancora più drammatica.

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