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Epidemia: le responsabilità nascoste

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Epidemia: le responsabilità nascoste dietro l’ “unità nazionale”. La retorica dell’ “unità nazionale” è diventata nei fatti un dispositivo ideologico che favorisce l’affossamento di responsabilità ed errori.

L’esplodere della crisi è stato favorito da un incrocio di responsabilità tra Governo, le Regioni, il Ministero della Salute, direttori ASL e Confindustria. Prima sono mancati protocolli ministeriali adeguati alla prevenzione efficace dell’epidemia, poi c’è stata una gestione criminosa dell’emergenza rispetto al mondo del lavoro.

Il nostro Sistema Sanitario Nazionale arriva impreparato all’appuntamento. In dieci anni, l’austerità ha ridotto di 37 miliardi di euro le finanze pubbliche destinate alla sanità.

Tra il 2007 e il 2015, i vari governi hanno tagliato 14.938 posti a tempo pieno e 4.676 posti a tempo parziale (medici, infermieri, personale tecnico, ecc.). La gestione sanitaria dell’epidemia è stata irresponsabile.

L’inizio della pandemia

I primi contagi e i primi decessi ufficiali sono stati rilevati a Codogno, in Lombardia, e a Vo’ Euganeo, in Veneto. Il governo italiano ha reagito imponendo la zona rossa: era il 20 febbraio quando i militari hanno assediato i due comuni.

Ma con ogni probabilità il virus era già in circolazione ben prima di quella data, anche se non molto lontano dai due comuni militarizzati.

Una recente inchiesta di Report ha mostrato l’insorgenza di polmoniti anomale nel piacentino e nel basso lodigiano, a pochi chilometri di distanza da Codogno. Questo è accaduto prima della dichiarazione ufficiale della diffusione del virus in Italia da parte del Ministero1.

Nell’ospedale di Piacenza arrivano malati dal basso lodigiano, oltre che dalla provincia circostante. Hanno polmoniti anomale. Siamo nella prima metà di febbraio.

A Report infermieri e operatori sanitari dell’ospedale pubblico locale e di una clinica privata, dichiarano di aver operato senza dispositivi di sicurezza individuale e tamponi per molti giorni, fino alla scoperta del paziente 1 a Codogno. I testimoni interrogati si sono scoperti infetti, ma troppo tardi.

Polmoniti anomale e indicazioni ministeriali

Fra i mesi di dicembre e gennaio negli ospedali di Piacenza si riscontrano oltre 40 casi di polmoniti anomale. Intanto il caso arriva agli onori della cronaca: è gennaio, la Cina è ferma in preda all’epidemia, qualcosa di mai visto prima.

Il 22 gennaio una circolare del Ministero della Salute indica i criteri per rilevare possibili sospetti di polmoniti anomale di natura virale: febbre, infezione respiratoria grave, provenienza dalla Cina o contatto negli ultimi 15 giorni con persone provenienti dalla Cina.

Il 27 gennaio, però, in una nuova circolare, i criteri epidemiologici diventano più restrittivi: il riscontro di una polmonite anomala non è sufficiente per dichiarare un caso sospetto, diventa dirimente il contatto con la Cina o con chi proviene da questo paese.

Per avere un’ ennesima circolare con criteri epidemiologici più adeguati a rilevare il contagio anche in assenza di contatti diretti o espliciti con la Cina bisogna attendere il 9 marzo. Ma in questa data l’Italia era già in preda alla tempesta.

Prima di questa data, comunque, il caso 1 di Codogno è stato già trovato, per così dire… per puro caso. Il medico che l’ha scoperto non ha seguito i protocolli nazionali e ha richiesto un tampone per Covid-19 anche in mancanza dei criteri epidemiologici indicati dal Ministero.

Alzano, Nembro e quel documento sparito…

Sono diventati poi di dominio pubblico i casi di Alzano Lombardo e Nembro, piccole comunità in provincia di Bergamo, dove già a metà febbraio pare fossero stati individuati i primi pazienti «anomali».

Il 12 febbraio un’anziana signora si ricovera nell’ospedale di Alzano Lombardo, destinata a morire dieci giorni dopo per lo sviluppo di una grave polmonite. Una vittima del Covid-19?

Tra il 21 e il 25 febbraio, diventa evidente l’esistenza del focolaio di Alzano-Nembro: entrano in pronto soccorso, con sintomi riconducibili al Covid-19 e subito positivi al tampone, sei persone provenienti da quei due comuni. Intanto il Governo dichiara la zona rossa per il comune di Codogno.

Vengono denunciati i mancati interventi delle autorità responsabili e il via vai di persone mai interrotto nell’ospedale di Alzano Lombardo, che ha prodotto il diffondersi rapido dell’epidemia nel circondario. Il Comitato tecnico-scientifico a inizio marzo propone la «zona rossa» anche ad Alzano Lombardo e Nembro, ma non è ascoltato.

Nelle mail e nei verbali delle riunioni il rimpallo di responsabilità tra Governo e Regione è evidente. Le autorità locali e nazionali tacciono.

Un’eventuale zona rossa nei comuni di Alzano Lombardo e di Nembro, dal punto di vista delle imprese coinvolte, riguarderebbe circa 3.700 dipendenti in 376 aziende, per complessivi 680 milioni l’anno di fatturato.

Dopo un mese i giornali locali del bergamasco contano 4500-5000 decessi in un solo mese, mentre assistiamo a un profondersi di scuse e di accuse tra Regione e Governo.

L’evoluzione della pandemia

A fine febbraio la diffusione evolve rapidamente in Lombardia : dopo Lodi, il Covid-19 arriva a Bergamo e a Brescia, le città più industrializzate d’Italia e d’Europa. Confindustria pubblica un video rassicurando i suoi partner commerciali fuori d’Italia che l’epidemia è sotto controllo e che la produzione nelle industria intorno a Bergamo non si ferma. Era il 28 febbraio, Bergamo contava già 103 contagi.

Il 20 marzo, giorno in cui si iniziò a parlare del decreto per fermare le attività non essenziali, i contagi erano 5154, 630 i morti. Le cifre sono destinate ad aumentare vertiginosamente nei dieci giorni successivi.

Opponendosi al decreto del 22 marzo, con cui l’esecutivo delibera l’arresto delle attività non essenziali, Confindustria scriveva in un comunicato ufficiale :
«E’ indispensabile assicurare la continuità dell’attività produttiva e la libertà di circolazione dei beni. Interrompere la filiera produttiva oggi significherebbe perdere delle parti di mercato e chiudere le imprese orientate verso l’export».

La cosiddetta fase 2

Il pressing di Confindustria da settimane è diventato asfissiante. Continuiamo ad avere centinaia di decessi quotidiani, migliaia di persone infette.

Non siamo ancora usciti dall’emergenza e dal rischio ancora grave di un possibile contagio di ritorno. Eppure l’unione degli industriali concepisce solo una cosa: riaprire per far ripartire i profitti.

Il pressing di Confindustria

Lo scorso 8 aprile, le sezioni di Confindustria di Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto hanno sottoscritto un’agenda per la riapertura delle imprese.

Nel documento indirizzato al Governo si può leggere:
«Se le quattro principali regioni del Nord che rappresentano il 45% del PIL italiano non riusciranno a ripartire nel breve periodo il Paese rischia di spegnere definitivamente il proprio motore e ogni giorno che passa rappresenta un rischio in più di non riuscire più a rimetterlo in marcia.

Prolungare il lockdown significa continuare a non produrre, perdere clienti e relazioni internazionali, non fatturare con l’effetto che molte imprese finiranno per non essere in grado di pagare gli stipendi del prossimo mese.

Chiediamo quindi di definire una roadmap per una riapertura ordinata e in piena sicurezza del cuore del sistema economico del Paese. È ora necessario concretizzare la “Fase 2”»

Il rapporto Istat

Eppure, a considerare l’ultimo rapporto dell’Istat verrebbe da pensare che il lockdown non c’è mai stato, se non in maniera assai parziale.

Al 30 marzo in Lombardia ci sono province con 7 lavoratori su 10 ancora attivi.

Lo studio dell’Istat verte sui settori rimasti in attività dopo il decreto 22 marzo.

Sappiamo che il decreto conteneva una norma che permetteva alle aziende di chiedere una deroga al Prefetto locale autocertificando di appartenere a una filiera funzionale a quelle essenziali.

Le imprese hanno potuto continuare a produrre pur non essendo attività essenziali, contando sul silenzio-assenso dei Prefetti.

Leggiamo i dati dello studio Istat. Oltre il 50% dei lavoratori dell’industria e dei servizi privati a fine marzo continuava a recarsi a lavoro. Ma questo non è niente.

I dati che colpiscono di più sono quelli relativi a Milano (67,1% di lavoratori attivi), Lodi (73,1%) e Crema (69,2%), tre provincie lombarde tra le più industrializzate d’Italia e tra le più colpite in assoluto dall’epidemia.

A esse si aggiunge nella classifica Istat Somma Lombardo in provincia di Varese (77,2% addetti attivi). Insomma a Milano, Somma Lombardo, Lodi e Crema circa 7 lavoratori su 10 continuano ad andare in fabbrica o in ufficio al mattino.

Si capisce bene che per la Confindustria lombarda quei 3 lavoratori su 10 che, per grazia loro, se ne restano a casa sono una concessione eccessiva alla preservazione della specie.

Lo scandalo delle autocertificazioni

Dal 25 marzo, dunque, giorno in cui il decreto per fermare le attività non essenziali è diventato esecutivo, sono decine di migliaia le autocertificazioni arrivate ai prefetti.

L’8 aprile i sindacati degli infermieri di Piacenza minacciano lo sciopero: sono 1.273 le autocertificazioni presentate al prefetto da altrettante aziende che continuano a lavorare perché si ritengono essenziali.

I rappresentanti sindacali degli infermieri dichiarano che queste riaperture fanno temere un pericoloso colpo di coda in una fase che non è di ripresa, bensì ancora di picco.

In Veneto, invece, sono oltre 11 mila le aziende ancora aperte. Circa 14 mila le aziende ancora attive in Lombardia, 1800 soltanto a Bergamo, molte delle quali non essenziali.

Il caso Tenaris Dalmine

L’ acciaieria del bergamasco ha continuato a produrre in barba del decreto 22 marzo, autocertificando la produzione come essenziale. Continuano a far lavorare i 1300 operai ininterrottamente fino al 15 marzo e oltre. La scusa è stata quella di produrre bombole per l’ossigeno essenziali al rifornimento degli ospedali.

Ma il reparto che produce bombole per l’ossigeno occupa appena 30 operai sui 1300 che l’azienda ha impiegato fino al 4 aprile, quando di fronte al secondo decesso e diversi operai in terapia intensiva, operai e sindacati hanno ottenuto la cessione dell’attività.

La Tenaris Dalmine, tuttavia, è tra le aziende che sono ripartite lo scorso lunedì 20 Aprile.

Nessuno si è fermato

I comuni di Alzano Lombardo e di Nembro, a Nord di Bergamo contavano nel 2019 3.700 dipendenti in 376 aziende.

Tra le maggiori: le Cartiere Pigna, Persico Group, realizzatrice degli scafi di Luna Rossa, Polini Motori, specializzato nella produzione di componenti per vari marchi.

Questi grandi gruppi hanno continuato a produrre anche dopo il decreto 22 marzo.

Sono Poche, in percentuale, le aziende chiuse davvero, e per troppo poco tempo. Dopo Pasqua, nel bergamasco, il 40% delle aziende si è riorganizzato per ripartire.

Ripartono anche grandi aziende come Fincantieri ed Electrolux, che gli scioperi operai e le pressioni dei sindacati erano riusciti a far chiudere.

Parliamo di gruppi che contano migliaia di operai impiegati. La Electrolux conta 5 stabilimenti e 4600 operai, Fincantieri conta oltre 19 mila impiegati in tutta la filiera.

L’ossessione per i comportamenti individuali

Di fronte a tutto questo ci sembra evidente che l’insistenza sul controllo dei comportamenti individuali sia stata esagerata.

Gli interventi della polizia solo poche volte sono stati diretti alle fabbriche che non rispettavano i protocolli. Per la maggior parte si sono accaniti con “passeggiatori”, “panchinari” e runner, travalicando il limite della brutalità.

L’invito alla delazione nei confronti del vicino di casa sono stati deplorevoli.

L’utilizzo di droni e la tracciatura dei cellulari sono segnali preoccupanti di una stretta sul controllo sociale.

In generale, gli inviti a imparare a “convivere” con il virus e il rischio di contrarlo hanno la capacità di nascondere le vere responsabilità più che di prevenire il contagio.

Le responsabilità della classe dominante

L’ossessione sui comportamenti individuali è un dispositivo che fa comodo a chi detiene il potere.

Essa distrae dalle colpe della classe dominante e generalizza una narrazione distorta della realtà, che mette alla gogna chi fa footing o chi va al parco con un bambino.

Invece si dovrebbe puntare il dito contro chi manda in fabbrica centinaia o migliaia di dipendenti o chi costringe gli operatori sanitari a lavorare in ospedali senza attrezzature o fatiscenti.

Il problema economico non è un virus

Ciò che dovrebbe preoccupare gli industriali non è il lockdown imposto dal decreto 22 marzo.
Ciò che dovrebbe preoccuparli davvero è:

  1. la lunga stagnazione della crescita italiana dopo anni di austerità;
  2. l’inesistenza di strumenti di politica industriale;
  3. il modo in cui i governi hanno risposto, in questi tre decenni, a delocalizzazioni e crisi aziendali, ovvero cassa integrazione, defiscalizzazione, incentivi , fondi pubblici persi attraverso l’intervento di Invitalia o della Cassa Depositi e Prestiti.

Il denaro pubblico è stato regalato ai privati o usato per mantenere operai improduttivi.

Una politica economica – se così si può chiamare – tutta all’insegna del liberismo, rispettosa della mobilità dei capitali e dell’iniziativa privata.

Una grande ostilità all’intervento diretto dello Stato nell’economia ha dominato per trent’anni. Oggi, come risultato, abbiamo 160 crisi aziendali mai risolte, che coinvolgono circa 220 mila lavoratori e una parte importante del Pil nazionale.

Dopo lo tsunami del coronavirus nulla sarà più come prima. La pandemia ha dimostrato la fragilità delle catene del valore globali.

Si tratta di quel complesso sistema per cui processi produttivi che avvengono in varie parti del mondo contribuiscono tutti insieme a produrre valore, quindi profitto. Se un anello della catena si spezza, tutta la catena diventa inutile.

Si accelera il trend di deglobalizzazione o reshoring (ritorno “a casa” dei capitali investiti all’estero). È aumentata la consapevolezza che, in un contesto di forti interdipendenze tra economie, basta uno shock che – come il virus – colpisca uno degli anelli della catena affinché l’impatto diventi sistemico.

Molti degli squilibri economici esistenti saranno esasperati, a cominciare dall’esplosione del debito pubblico. L’enorme quantità di liquidità riversata nell’economia crea le premesse per future bolle speculative e spunta le tradizionali armi di politica monetaria delle banche centrali.

Le cause della gravità di questa crisi economica sono strutturali e di lungo periodo, e non riguardano la sospensione temporanea delle attività produttive, se non in termini assai marginali.

L’avanzata della recessione globale farà esplodere contraddizioni accumulate nel capitalismo mondiale lungo i decenni.

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