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Aggiornamento sull’impatto del COVID-19 in Africa

Condividiamo di seguito la traduzione del rapporto sull’impatto del COVID-19 in Africa, pubblicato il 7 aprile 2020 da Pan Africanism Today.

7 Aprile 2020.

Dal nostro ultimo aggiornamento, del 31 marzo, il numero di casi confermati di COVID-19 nel continente africano è quasi raddoppiato e si attesta attualmente a 9.701. Nel Continente, naturalmente, continua a crescere la paura di non riuscire a contenere la diffusione di questo virus altamente contagioso e a preoccupare sono anche i possibili costi socio-economici delle misure di contenimento.

Lunedì 6 aprile 2020 Sao Tomé e Principe è divenuto il cinquantaduesimo paese africano a segnalare casi confermati di COVID-19. Il Lesotho e le Comore restano ad oggi gli unici due territori che non hanno ancora segnalato casi. Le difficoltà affrontate dai sistemi sanitari più sviluppati a causa della pandemia sono il motivo principale per cui gli stati africani hanno deciso di agire drasticamente per rallentare la diffusione del virus.

La Germania ha 28.000 posti letto in terapia intensiva e ha registrato il primo caso confermato di COVID-19 il 28 gennaio. I casi nel Paese sono aumentati a marzo, quando si è passati da 59 casi confermati al giorno il 4 marzo, a 4.528 casi totali il 20 marzo. Il 6 aprile la Germania aveva 103.374 casi confermati e 1.810 decessi causati dal COVID-19. A confronto, il Sudafrica, che ha un sistema sanitario privato avanzato e un sistema sanitario pubblico sofferente, ha un totale di 7.000 posti letto in terapia intensiva, di cui tuttavia solo 3.000 sono disponibili all’uso. Il Paese ha attualmente il più alto numero di casi di COVID-19 nel Continente, con 1.686 casi confermati e 12 decessi. L’Africa Subsahariana è la regione con il più basso livello di assistenza sanitaria al mondo. Il contesto in cui il COVID-19 minaccia il continente africano è dunque un contesto già in crisi.

Nello Zimbabwe la quarantena è stata applicata una settimana fa, nel bel mezzo di una profonda crisi economica, e il 60% della popolazione ha dichiarato l’insicurezza alimentare. Già prima che fosse confermato il primo caso, per l’economia dello Zimbabwe il 2020 si era aperto con un tasso di inflazione superiore al 500%, un’iperinflazione che ha innalzato il costo della vita ad un livello esorbitante, relegando circa il 34% della popolazione a condizioni di povertà estrema. La lotta per le scarse risorse, come la farina di mais, fa sì che gli indigenti dello Zimbabwe, in particolare coloro che sono confinati nelle aree rurali, siano i più colpiti dalle restrizioni. I cittadini più poveri stanno ricorrendo ad ogni mezzo necessario nel tentativo di approvvigionarsi cibo e per sé e per le proprie famiglie, spesso infrangendo le leggi e le misure statali. In maniera analoga in Sudafrica gli abitanti delle baraccopoli continuano a resistere allo Stato, che sta operando sgomberi violenti con la scusa di favorire il distanziamento sociale attraverso l’abbassamento della densità di popolazione.

Il governo del Sudafrica continua a dare prova della propria incapacità di prendersi cura delle masse più povere, ordinando sgomberi illegali, che vengono attuati da organi statali come le municipalità. A eThekwini nella provincia di KwaZulu Natal, la municipalità ha operato sgomberi violenti sul movimento sociale Abahlali baseMjondolo per mano di forze di sicurezza privata, polizia ed esercito, causando la distruzione di abitazioni e possedimenti, nonché ferite e ospedalizzazione di membri di Abahlali. Tutto ciò è avvenuto nonostante la moratoria nazionale sugli sgomberi e le continue rassicurazioni da parte del governo che gli sgomberi sarebbero stati sospesi durante la quarantena. Questo uso delle forze armate per assicurare la collaborazione sociale resta il metodo primario di applicazione della legge nel mezzo di una crisi sanitaria.

In Kenya un ragazzo di 13 anni è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da un poliziotto, mentre si trovava sul proprio balcone durante una pattuglia della polizia nelle ore di coprifuoco notturno. Casi analoghi sono stati segnalati in tutto il Continente. Alcuni soldati nigeriani sono stati accusati di livelli di violenza sconvolgenti, che hanno portato alla morte di alcuni tra coloro che non hanno rispettato le regole di confinamento.

Per quanto riguarda la Tanzania, la risposta al COVID-19 è stata meno drastica rispetto ad altri paesi. Dopo aver registrato il primo caso il 16 marzo, il presidente della Tanzania ha inizialmente invitato la nazione alla preghiera. Le restrizioni sugli spostamenti sono state imposte il 23 marzo, ma sono state ben presto ridotte per favorire le attività economiche. Lo stesso è avvenuto nello Zimbabwe e in Sudafrica.

In Sudafrica la modifica delle misure fa seguito allo shock economico che il paese ha vissuto dopo che il Rand Sudafricano (la valuta del Paese, N.d.T.) è stato declassato al livello “spazzatura” dalle agenzie di rating Moody’s e Fitch.
La crisi economica causata dal COVID-19 è stata la più dura tra tutte quelle vissute dalle economie africane, che si trovavano già in condizioni di difficoltà. Lo Zambia è stato declassato da positivo a negativo e la valutazione B3 dell’Angola è stata rivista e ridotta da Moody’s. I Paesi con le economie più forti, come la Nigeria, hanno richiesto misure di sgravio del debito a istituzioni finanziari come il FMI. Il tumulto economico unito alla chiusura delle frontiere nazionali alimenta il fantasma dei programmi di aggiustamento strutturale, che continua ad infestare il continente, facendo sì che le misure di austerità influenzino le decisioni economiche future. Stiamo assistendo inoltre ad un coinvolgimento sempre crescente del capitale privato nelle decisioni socio-economiche, date le cospicue donazioni ai fondi di solidarietà da parte dei monopoli.

Al 7 aprile, africanews.com ha pubblicato le statistiche riguardo al COVID-19 nel Continente con un totale di 9.701 casi in 52 paesi, 479 decessi, 947 persone guarite e due paesi che non hanno ancora casi confermati.

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