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Veneto e lavoro alla prova del CV19: aggiornamenti

Questa prima settimana di “chiusura” dell’Italia è iniziata con la rivolta in 27 carceri, con 14 morti tutte da chiarire, e si è chiusa con una situazione di tensione e conflittualità sociale sui posti di lavoro, tra scioperi a macchia d’olio e tassi di assenteismo in crescita oltre il 25%. Sul versante della sanità, decenni di tagli e di privatizzazioni sfrenate hanno rivelato il volto più duro: le strutture sanitarie reggono, al limite dello sforzo, solo per il sacrificio di decine di migliaia di medici, infermier*, specializzand* e OSS.

Quali prospettive? I prossimi mesi saranno duri per tutte e tutti, economicamente si affaccia una crisi, decine di migliaia di persone si trovano improvvisamente senza reddito. Il conflitto fra capitale e lavoro, fra capitale e salute inaspettatamente torna sulla bocca e nelle vite di tutti, mettendo in luce le fragilità e le disuguaglianze del Sistema Paese.

Al primo decreto di domenica 8 marzo sembrava ovvio che, subito dopo la chiusura generale fino al 3 aprile, sarebbe cessata produzione non necessaria ai servizi minimi e al sostentamento di base della popolazione.

Con il passare dei giorni, invece, dalla Lombardia e dal Veneto le voci a favore del continuare la produzione si sono fatte sempre più forti: la Confindustria dichiara che le fabbriche e gli uffici, pur con le misure di sicurezza adeguate, magari con un rallentamento della produzione, devono restare aperti. Le richieste della regione Lombardia, la più colpita, restano inascoltate

Il primo dei problemi è che nella gran parte delle situazioni lavorative le adeguate misure di sicurezza non possono essere attuate.

Il secondo è che molti dei lavoratori impiegano i mezzi pubblici per giungere sul posto di lavoro, e lì spesso le norme minime non possono valere.

Il terzo è che non sono stati messi a punto dei protocolli adeguati, soprattutto per quei lavoratori – vedi gli aeroportuali – che sono a stretto contatto con un pubblico vasto e vario.

Non sono che i primi fra i molti problemi che scoppiano oggi nel mondo del lavoro: una serie di contraddizioni sta prendo forma chiara, nel giro dei pochi giorni che separano la “normalità” dalla quarantena.

Per capire cosa stia succedendo, abbiamo raccolto la voce e le valutazioni di po’ di lavoratori e sindacalisti conosciuti. Proviamo a rendere il quadro che ne esce, sintetizzando le varie posizioni.

La grande fabbrica

Lavoratori e RSU dell’Electrolux di Susegana, Treviso, e della Fincantieri di Porto Marghera riportano che in entrambi gli stabilimenti si è aperta subito una forte conflittualità fra operai e proprietà, davanti al rifiuto di fermare la produzione.

Alla Electrolux di Susegana, con un assenteismo che sta arrivando al 22%, venerdì c’è stato uno sciopero su tutti i turni, con picchi dell’85% di partecipazione. Augustin Breda, storico sindacalista della FIOM e compagno di Potere al Popolo, ci racconta che «c’è un clima interessante: a parte la grande apprensione, ansia, la preoccupazione legittima, per la prima volta da decenni gli operai hanno chiaro che sono una categoria considerata diversa, e ovviamente vessata, del resto del paese. Questa discriminazione di classe, per cui gli operai sono gli unici a dover entrare in fabbrica e rischiare, rende chiaro che loro, a prescindere di chi governa, sono considerati subumani». Lo sciopero ha avuto dimensioni simili anche in gran parte degli stabilimenti Electrolux in Italia, dagli ultimi aggiornamenti è stata ottenuta la chiusura in cassa integrazione per domani lunedì 15 marzo e la ripresa della produzione a 6 ore da martedì. E’ invece su una chiusura per l’intera settimana che si giocherà la partita con l’azienda: si attende di vedere che cosa accadrà nei prossimi giorni.

Anche la Fincantieri di Marghera ha scioperato: giovedì le ultime due ore, per saggiare il terreno e la risposta, e poi venerdì per otto ore, con partecipazione all’85%, chiedendo lo stop delle attività lavorative. Abbiamo intervistato un lavoratore che ci ha chiarito la situazione: «La RSU non è riuscita a rispondere in maniera immediata. Un po’ di compagni li hanno incalzati; per far uscire la denuncia verso l’azienda, abbiamo fatto in modo che immagini e video, tramite RSU, venissero messe su mezzi di comunicazione di massa».

L’azienda ha risposto con lo spostamento di due settimane di ferie da agosto ad adesso. Naturalmente, l’attesa di tutti è verso le misure del governo, soprattutto in un settore dove i tempi di lavorazione e le penali sui ritardi incidono pesantemente. Certo è che in questo caso non ci sono penali che tengano: scattino o meno, prima di tutto viene la salute dei lavoratori.

«Pian pianino si è fatta strada l’idea si debba lavorare solo nei servizi essenziali: la farmaceutica, l’alimentare, con tutte le misure di sicurezza devono lavorare. Costruire navi da crociera no! La gente si è iniziata a incazzare. È nato un discorso sulla dignità dei lavoratori: siamo soggetti che pretendono l’autotutela, che devono stare a casa. In alcune fabbriche le indicazioni del ministero non possono essere seguite; quello che si è capito con chiarezza è che i padroni ci costringano a lavorare per portare avanti il profitto».

Le piccole e medie imprese

Sia la Electrolux che la Fincantieri sono situate in zone densamente industrializzate, con imprese mediamente sotto i 100 dipendenti. Anche da Vicenza, ci dicono dall’USB, in alcuna fabbriche si sta scioperando, chiedendo la chiusura. Le piccole, e le piccolissime imprese, sono storicamente quelle in cui il sindacato è meno presente; eppure si stanno verificando degli scioperi, a volte spontanei, contro chi vuole mettere il profitto davanti alla salute.

La cosa interessante è che, a fronte di una scarsa attivazione dei sindacati confederali, che hanno tentennato, rilasciando «comunicati da ministero della salute» (così un intervistato sulla CGIL), sono stati i lavoratori a fare pressione sulle RSU perché si facesse qualcosa. Nelle aziende dell’indotto, della logistica, nelle piccole e medie imprese si sono verificati decine di scioperi e proteste perché la produzione venisse fermata e si facesse di più per la tutela della salute dei lavoratori. Dalle voci che abbiamo raccolto emerge che la colpa viene attribuita volta per volta ai proprietari e allo stato, ma la gente a lavorare non vuole andarci.

Gli uffici che ne avevano la possibilità hanno disposto lo smart-working, anche se spesso non di loro spontanea volontà. «I padroni domenica scorsa sera ci hanno mandato una mail formale nella quale era scritto che avremmo dovuto garantire la nostra presenza negli uffici. Io mi sono rifiutato e l’ho scritto tanto al responsabile del personale che ai padroni; altri dirigenti hanno detto ai loro sottoposti di fare il contrario e stare a casa se possibile. Poi hanno cambiato idea e ci hanno fatto lavorare da casa».

Soprattutto per quanto riguarda la comunicazione, si sentono delle voci in controtendenza: il traffico on line si è moltiplicato in questi giorni e, ovviamente, c’è una grande richiesta di professionisti in questo campo. C’è una gara alla solidarietà fra alcune imprese, ma la solidarietà deve essere adeguatamente raccontata, e le agenzie di comunicazione sono state prese d’assalto: le dita degli account manager corrono sulle tastiere. Per un piccolo numero di persone, la quarantena e lo smart-working hanno quindi significato un aumento delle ore di lavoro, in una situazione complessa da gestire.

Trasporti e distribuzione

I trasporti sono uno dei settori maggiormente penalizzati. Parliamo con una compagna della CUB di Verona: «Dai primi di febbraio l’azienda per cui lavoro ci ha fornito gel e guanti; pochi giorni dopo mascherine. Essendo una delle più grandi d’Italia, non ha fatto male. Il problema è che la disposizione del ministero del 3 febbraio ha parlato genericamente di lavoratori a contatto con il pubblico, mentre ci sono diverse categorie! Inoltre ha disposto che le protezioni potessero essere usate solo in casi di conclamata emergenza, quindi le protezioni c’erano, ma non potevano essere usate». I lavoratori dell’aeroporto, quindi, si sono mobilitati per chiedere la chiusura dell’aeroporto per una maggior tutela della salute dei lavoratori. Ieri (sabato 14) l’aeroporto con disposizione ministeriale è stato effettivamente chiuso.

A Venezia invece sembra si sia verificato un caso gravissimo: un dipendente dell’azienda che gestisce la movimentazione su pista ha comunicato giovedì 5 il proprio stato di quarantena, a causa della positività e del ricovero del padre per CV19; l’azienda invece finge di averlo saputo il 7, senza comunicare nulla agli altri lavoratori né alle autorità competenti, mantenendo un atteggiamento apertamente criminale verso dipendenti, passeggeri, personale aeroportuale.

I compagni della FCCO ci segnalano che gli autisti del trasporto merci si trovano in situazione di grande stress, dovuta principalmente all’impossibilità di andare a mangiare nel corso delle trasferte (i luoghi di ristorazione sono tutti chiusi) e alla degradante diffidenza con cui vengono trattati dalle persone con cui entrano in contatto.

A Padova trasporti locali continuano a lavorare, fatta eccezione per le corse straordinarie. Chiediamo all’SLS di Padova, che segue molti degli autisti: «sono stati presi, dietro nostra richiesta, alcuni provvedimenti per tutelare la salute degli autisti, che in questa emergenza certamente rientrano a pieno titolo nelle categorie a rischio. La porta anteriore, ad esempio, non viene più usata, ed è stata sospesa la vendita a bordo dei biglietti. I lavoratori part-time sono stati messi a riposo in questi mesi, invece che durante quelli estivi, come si fa di solito. In questo settore, a stretto contatto col pubblico, la prima preoccupazione riguarda evidentemente le condizioni sanitarie».

Le aziende di food delivery non si sono mai fermate; i rider naturalmente possono decidere di non andare a lavorare: per loro, però, non è previsto alcun ammortizzatore sociale. «Possiamo anche decidere di stare a casa ma nessuno ci pagherà e non sapremo come pagare l’affitto, le bollette, la spesa». I lavoratori lamentano il fatto che, per le caratteristiche del loro lavoro, la protezione sanitaria non può essere garantita (in particolare per quel che riguarda il rapporto con i ristoratori); i dispositivi sono inoltre tutti a carico – economico e di responsabilità – dei lavoratori. Quasi come una presa in giro, le aziende comunicano che, per chi si ammalerà (solo per loro), c’è un fondo integrativo. Il rischio, è da notare, non riguarda solo i lavoratori ma anche i clienti.

Turismo

Il Veneto è la prima regione in Italia per presenze nel turismo (69 milioni di presenze annue) quindi la situazione rischia di essere devastante. Tutti i siti culturali, i cinema, i teatri, i siti archeologici, gran parte delle biblioteche della regione sono al momento chiusi, per ora fino al tre aprile. Si tratta di uno dei settori in cui i lavoratori dal punto di vista contrattuale sono in condizione di maggiore debolezza, e che quindi, in questo momento, rischiano di più. USB sta tutelando i lavoratori e le lavoratrici del teatro La Fenice, in 60 hanno contratti a chiamata, così come quelli/e dei cinema del veneziano. Il tentativo è quello di fornire un minimo di garanzie salariali attraverso un ricorso al Fondo di Integrazione Salariale. In generale, «il problema è riuscire a capire quello che succederà con tutti quelle forme contrattuali atipiche, più o meno regolari, davanti all’impatto del virus».

Abbiamo sentito anche Leonardo per Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali. La situazione più problematica nell’immediato, segnala, è quella di moltissimi/e lavoratori e lavoratrici che nel passato hanno dovuto aprire partita IVA, ad esempio nei musei civici di Venezia, e che quindi si trovano adesso, e non si sa per quanto, in assenza di un reddito. La situazione sta evolvendo velocemente, anche se attraverso grandi incertezze, assumendo pieghe anche inaspettate: «In queste poche settimane di emergenza i nodi di un sistema che già non funzionava stanno venendo al pettine tutti insieme; i lavoratori precari, forzati a lavorare come autonomi, prendono in discussione l’idea di rivendicare il diritto a un reddito, che solo un mese fa era fantascienza. Proveremo a portarla avanti nei documenti rivendicativi, al ministero delle attività culturali e del lavoro dobbiamo chiedere quello, oltre a più tutele e riforme strutturali nel settore». Prima del decreto di domenica fra Padova e Venezia Mi riconosci aveva iniziato un percorso di mobilitazione che riprenderà con un’assemblea telematica martedì.

Anche nel settore alberghiero tutto è fermo. Abano, Montegrotto, Galzignano, Battaglia e Teolo rappresentano la più grande area termale d’Europa, con 107 alberghi, per un totale di 11mila camere, 18mila posti letto e 5mila dipendenti senza contare l’indotto. Il fatturato totale annuo è di circa 350 milioni di euro, per una capacità di attrazione di 3,3 milioni di presenze. In una situazione che già prima non era delle migliori, le lavoratrici e i lavoratori sono in balia di capi non particolarmente brillanti che non sanno che pesci pigliare, c’è grande confusione su quello che si può fare e la paura che gli alberghi inizino a fallire è grande; inoltre si rincorrono voci sui licenziamenti che stanno interessando alcuni alberghi.

Quindi?

È evidente che in una emergenza sanitaria di questo tipo la condizione dei lavoratori e delle lavoratrici viene toccata direttamente. È altrettanto evidente però come con questa emergenza stiano scoppiando tutte le contraddizioni presenti nel mondo del lavoro. Non è certo per colpa del Covid-19 che i lavoratori e le lavoratrici vengono sfruttate: sono le politiche economiche e sociali portate avanti in particolar modo negli ultimi anni ad aver continuamente resa più precaria, instabile e difficoltosa la vita nei luoghi di lavoro. Uno stato di emergenza come quello che viviamo in questi giorni ha determinato un cambiamento di scala: i processi in atto e la violenza nella gestione della forza lavoro non sono cambiati con l’emergenza, quello che è cambiato principalmente è che questa violenza non è più utilizzata su piccoli gruppi, un poco alla volta bensì su tutta la forza lavoro e nel medesimo momento. Emerge ancor più chiaramente come la salute e la vita di alcune categorie di lavoratori e lavoratrici non siano assolutamente al centro dell’interesse della politica italiana e di Confindustria.

Noi continueremo a tenere i contatti, a seguire l’evolversi della situazione. Il problema che ci si pone di fronte, pur nella specificità assoluta del momento, è proprio quello di non considerare le condizioni che lavoratori e lavoratrici si trovano ad affrontare oggi come conseguenza della crisi sanitaria, ma come conseguenza delle politiche lavorative che hanno posto e pongono al centro l’interesse del profitto e dell’azienda, e mai la tutela e gli interessi dei lavoratori e della popolazione in generale.

 

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