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Emergenza post Covid: l’inutilità delle grandi opere

La pandemia che ha afflitto tutto il pianeta ha mostrato in maniera inequivocabile la fragilità del sistema in cui tutta l’umanità vive.

Fin dall’inizio dell’emergenza ci si è accorti, oltre che dei limiti del sistema sanitario sanitario, ridotto e largamente privatizzato nei anni precedenti, di quanti disoccupati stavano nascendo, di tanta povertà ed emarginazione diffusa e di come stessero esponenzialmente crescendo. Anche le prospettive per molte imprese di piccola e media dimensione non erano e non sono rosee.

La risposta razionale alla tutela degli abitanti sarebbe di sostenere nell’immediato le categorie e i gruppi sociali più deboli e a rischio e progressivamente di creare strutture di redistribuzione del reddito e di creazione di lavoro socialmente utile promuovendo politiche economiche che puntino alla piena occupazione sfuggendo ai disastri del cosiddetto libero mercato.

Scelte del genere potrebbero davvero andare nelle direzione di una profonda riconversione ecologica del sistema per andare incontro alle necessità di rispondere contemporaneamente alla catastrofe ambientale che incombe.

Purtroppo chi spera che i disastri e le crisi inducano risposte di buon senso e di supporto a una collettività che soffre, dimentica che la logica di questo sistema non ha nulla a che fare con il benessere degli esseri viventi, ma è solo tesa all’accumulazione infinita e ai profitti a favore di una manciata di persone.

Infatti, durante la sosta forzata per rallentare gli effetti della pandemia, mentre le persone restavano a casa e molti lavoratori avevano l’unica libertà di poter andare a lavoro, le lobby del cemento e dell’acciaio non sono rimaste inattive, ma hanno iniziato una campagna sulla stampa (in gran parte controllata da loro) e pressioni molto forti sul Ministero dei Trasporti.

In prima fila naturalmente c’è Confindustria che conferma di essere espressione di una imprenditoria predatoria e parassitaria.

È stato riesumato addirittura un personaggio come Ercole Incalza, protagonista di una delle peggiori stagioni di corruzione e sprechi degli ultimi venti anni. Le avide richieste di questa lobby sono persino cresciute, passando da 100 a 130 e poi oltre 190 miliardi di investimenti per i prossimi anni.

Buona parte della politica italiana naturalmente si è fatta paladina di questa follia; il disastro culturale che attanaglia il Partito Democratico e le destre ha contaminato anche il Movimento 5 Stelle che, da patrocinatore in tempi remoti delle battaglie ambientali, si è trasformato in voce afona, diventando sostenitore del rilancio del capitolo delle grandi opere con il viceministro Giancarlo Cancelleri.

Le ragioni addotte per il rilancio sono sempre le solite:

  • gli investimenti pubblici rilanciano il PIL e la crescita, quindi investiamo in infrastrutture
  • si creano posti di lavor
  • le infrastrutture come quelle ferroviarie sono ambientalmente positive
È bene essere chiari, queste tre motivazioni sono menzogne.
Prima menzogna

Gli investimenti non sono tutti uguali, soprattutto se realizzati con strumenti opachi come il general contractor o il project financing.
L’esperienza degli ultimi decenni mostra uno spreco di denaro pubblico enorme per opere che non hanno nessun beneficio per la collettività e che servono solo a far guadagnare le imprese coinvolte.
Per non menzionare i casi di corruzione molto più gravi che in passato. Le inchieste delle varie magistrature hanno dimostrato come esista un sistema di distribuzione di appalti e di controlli che favorisce sempre gli interessi del privato.

Seconda menzogna

Le grandi infrastrutture richiedono ingenti capitali e scarsa mano d’opera, sono capital intensive, i benefici redistributivi sono minimi, sono soprattutto strumenti di concentrazione di capitali; costruire una galleria nel XXI secolo non necessita di centinaia di minatori come nell’800.
Come diceva Ivan Cicconi si tratta di keynesismo per i ricchi.

Terza menzogna

Queste opere spesso non passano neanche la valutazione di impatto ambientale, e le analisi costi benefici in termini socio-ambientali non vengono neanche fatte. Si tratta di pura sciacquatura di greenwashing, indispensabile a giustificare enormi pacchi di cemento.
Per esempio l’immagine del treno dipinto come meno energivoro del trasporto su gomma, è uno strumento per spacciare consumo di suolo inutile, inquinamento, danni ambientali e alla salute come strumenti ecologici.
Spostare merci e persone dalla gomma al ferro ha bisogno di altri provvedimenti e non di nuove infrastrutture.

Le grandi opere, inutili alla collettività, sono una caratteristica particolare di questa fase capitalistica, sempre più legata agli aspetti finanziari e speculativi. Sono l’invenzione di una merce che nessuno vuole, ma che garantisce a imprese che non riescono a stare più sul mercato, profitti elevati e senza alcun rischio, avendo sempre un ente pubblico come garante.

Uno degli strumenti chiave che garantiscono importanti profitti alle imprese di costruzione è la cattiva progettazione: sia in termini di assenza di progetti definitivi e dettagliati sia in termini di errori very e propri – troppo frequenti per non apparire premeditati.
Questo modo di procedere crea la necessità di varianti in corso d’opera che producono sempre degli extracosti molto alti, non soggetti a seri controlli, essendo questi a discrezione del costruttore stesso.
Da rilevare che uno dei motivi inconfessati per cui Confindustria vuole l’abolizione del Codice degli Appalti è che gli extracosti, da quando è andato in vigore il Codice, dovrebbero essere verificati dall’ANAC prima di essere pagati; questa norma ha parzialmente inceppato il meccanismo che ha consentito aumenti dei costi vertiginosi come, per esempio, nella realizzazione della linea AV Torino Napoli e del MoSE.

Le grandi opere inutili ovviamente creano problemi ambientali enormi, per risolvere i quali i costruttori invocano ulteriori risorse; ancora una volta inquinamento, dissesto, danneggiamenti diventano ulteriori strumenti di guadagno e sottrazione di risorse a opere utili alla collettività e alla salvaguardia dei territori.

Un ultimo inquietante aspetto di questo recente psicodramma è la richiesta, da parte delle solite poche imprese monopolistiche che gestiscono le GOI, di derogare dalle norme attuali con il ricorrente alibi della burocrazia che blocca ogni iniziativa, invocando addirittura la figura del commissario (politico) che garantisca la realizzazione delle opere chiedendo la diffusione del “modello Genova”.

Anche qui le falsità vanno denunciate con decisione: non è la burocrazia che blocca i lavori, ma la cattiva progettazione e la mancanza di pianificazione. Inoltre, invocare la figura del “commissario” per fare ciò che razionalità e scienza sconsigliano, è un pessimo segno della mancanza di cultura democratica che ormai attanaglia la politica nazionale. Invocare l’uomo solo al comando è sintomo del criptofascismo che ormai prospera negli ultimi brandelli di democrazia rappresentativa.

Potere al Popolo vuole un rilancio del paese con finanziamenti pubblici che favoriscano lo sviluppo di un servizio sanitario, educativo, e che garantisce l’accesso a una casa e un reddito per tutti.

Sviluppo significa rimettere in sesto il territorio, recuperare il patrimonio abitativo, sfruttare al massimo le infrastrutture esistenti attraverso la manutenzione e il loro potenziamento.

Significa investire nella ricerca per la realizzazione di forme di produzione energetica proveniente da fonti non fossili favorendo l’autoproduzione e un legame più diretto tra produttori e consumatori.

Significa potenziare e allargare quei servizi pubblici e collettivi che migliorano il benessere delle comunità, servizi che devono necessariamente passare attraverso un controllo popolare per una partecipazione alle decisioni e alla gestione delle persone direttamente coinvolte, inclusi i/le lavoratori/trici.

Potere al Popolo vede chiaramente come la questione ambientale e quella sociale (oggi più che mai è rese evidenti dalla contingenza della crisi) siano il frutto di uno stesso problema: un sistema che pone al centro solo profitto dimenticando le persone.

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