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Rivoluzione è felicità. Addio a Luis Sepulveda

Oggi, 16 aprile, è morto Luis Sepulveda, lo scrittore e compagno cileno che si era ammalato di Covid19.

Sepulveda non è stato “solo” uno scrittore di fama internazionale, che ha regalato ore felici e piene a tanti di noi, ma anche un compagno, uno di quelli che stava tra le Guardie del Corpo di Allende, uno di quelli che ha sofferto il golpe, l’esilio, le beffe di Pinochet. Un compagno che ha resistito, non abbandonando mai il sogno di costruire un mondo migliore. 
Vogliamo ricordarlo con alcune delle pagine bellissime che ha scritto in “Memoriale degli anni felici”.  Luis descrive la Rivoluzione, non solo nei termini dei grandi cambiamenti economici e sociali, del conflitto tra le classi, ma racconta di come l’evento rivoluzionario impatti sulla vita di ognuno dei compagni, del nostro popolo.

Senza aggiungere nient’altro: grazie Luis, oseremo volare!

Memoriale degli anni felici, di Louis Sepulveda

I mille giorni del governo popolare furono duri, intensi, sofferti e felici. Dormivamo poco. Vivevamo ovunque e in nessun posto. Avevamo problemi seri e cercavamo soluzioni. Quei mille giorni possono essere accompagnati da qualunque aggettivo, ma se esiste una grande verità è che, per quanti come me hanno avuto l’onore di essere militanti del processo rivoluzionario cileno, furono giorni felici, e quella felicità è e sarà sempre nostra, resta e resterà immutabile.

[…]

Ognuno ha nella memoria un album privato di ricordi felici di quei giorni in cui abbiamo dato tutto, e ci sembrava di dare molto poco, perché avevamo impressi sulla pelle i versi del poeta cubano Fayad Jamis: “Per questa rivoluzione bisognerà dare tutto, bisognerà dare tutto e non sarà mai abbastanza.” Ci fu chi, da un comodo e vigliacco scetticismo, si godette un tempo morto che chiamò gioventù. Noi sì che abbiamo avuto una gioventù, e fu vitale, ribelle, anticonformista, incandescente, perché si forgiò nel lavoro volontario, nelle freddi notti di azione e propaganda. Non ci furono baci d’amore più focosi di quelli dati nel fragore delle brigate muraliste. Chi baciò una ragazza della brigata Ramona Parra e Elmo Catalàn, baciò il cielo e non ci fu sciabola militare capace di toglierci quel sapore dalle labbra.

Altri, dall’atroce vigliaccheria di chi criticava senza apportare nulla, senza mettersi in gioco, senza bruciarsi, senza conoscere il magnifico sentimento di fare la cosa giusta al momento giusto, se ne restavano nelle loro grandi ville senza gloria, mangiando con l’argenteria che avevano ereditato dagli encomenderos e bevendo puro sudore di operai, e da là ci ammonivano che stavamo commettendo eccessi. Certo che commettevamo errori. Eravamo autodidatti nel grande compito di trasformare la società cilena. Prendemmo molte cantonate ma non allungammo mai le mani sui beni del popolo. Altri cospiravano, noi facevamo campagne di alfabetizzazione. Altri si aggrappavano con furia omicida ai beni ingiustamente ottenuti, perché le proprietà terriere vengono sempre dal furto; noi consentimmo per la prima volta ai paria della terra di guardare negli occhi il padrone e dire: “Grandissimo figlio di puttana, hai sfruttato me e i miei genitori e i miei nonni, ma i miei figli e i figli dei miei figli non li sfrutterai”. E queste parole sono parte della nostra felice eredità, della nostra felice memoria.

Fumavamo marijuana delle Ande mista al tabacco dolciastro dei Barbacoas. Ascoltavamo i Quilapayùn e Janis Joplin, cantavamo Vìctor Jara, gli Inti-Illimani e i Mamas and Papas. Ballavamo Héctor Pavez e Margot Loyola, e i quattro ragazzi di Liverpool facevano sospirare i nostri cuori. Portavamo pantaloni a zampa di elefante, e le nostre ragazze minigonne che eccitavano Dio e il diavolo. E avevamo il nostro modo di fare, perché bastava una sola parola per sapere cosa eravamo e cosa sognavamo: ciao compagna, ciao compagno. E con questo era detto tutto.

[…]

Ci ponemmo mete impossibili, sud-realiste, e le raggiungemmo. Una sola volta nella nostra storia tutti i bambini del Cile hanno bevuto mezzo litro di latte al giorno, di latte bianco e giusto, di latte necessario e proletario, perché fu giustamente finanziato da chi produceva la ricchezza.

[…]

Quelli che non avevano immaginazione né un posto in questo regno del possibile, della felicità possibile, cospiravano contro il sole, contro il mare, contro l’estate, dalle loro ville di Reñaca o di Papudo.

Ma nelle località balneari più popolari le famiglie degli operai se ne stavano per la prima volta al sole, davanti al mare, che ci bagnava tranquillo. Giocarono partite di briscola al tramonto, passeggiarono mano nella mano, si amarono, fecero progetti, mentre i bambini erano seguiti dai volontari della Federaciòn Estudiantes de Chile, e si godevano i burattini, il teatro, le lezioni di musica e pittura che impartivano gli artisti militanti di un popolo in marcia.

Trent’anni dopo, alcuni di quelli che non ebbero il coraggio di mettersi in gioco, di dare tutto, si vantano di una strana capacità premonitrice che avrebbe permesso loro di vaticinare il disastro e li avrebbe ammoniti di tenersi ai margini. Poveri miserabili che si persero l’opportunità più bella di fare la storia, ma di farla giusta.

[…]

Non siamo vittime né del destino né dell’ira di un dio impazzito. La storia ufficiale, la menzogna come ragione di Stato ci presentano come responsabili di un crimine ma, ogniqualvolta cercano di spiegarlo, le parole fuggono dalle loro bocche, perché non vogliono far parte del vocabolario della vergogna. Se il nostro tentativo di rendere il Cile un paese giusto, felice e degno ci rende colpevoli, allora accettiamo la colpa con orgoglio. Il carcere, la tortura, i desaparecidos, il furto, l’esilio, il fatto di non avere un paese a cui tornare, il dolore, se tutto questo era il prezzo da pagare per i nostri sforzi di giustizia, allora si sappia che li abbiamo pagati con l’orgoglio di chi non ha mai rinunciato alla propria dignità, di chi ha resistito agli interrogatori, di chi è morto in esilio, di chi è tornato a lottare contro la dittatura, di chi ancora sogna e si organizza, di chi non partecipa alla farsa pseudodemocratica degli amministratori dell’eredità della dittatura.

Insieme a Salvador Allende fummo protagonisti dei mille giorni più pieni, belli e intensi della storia cilena. Su di noi lasciarono cadere tutto l’orrore, ma non riuscirono né riusciranno mai a cancellare dai nostri cuori il Memoriale degli Anni più Felici.

[…] Che le parole “Compagna” e “Compagno” suonino come una carezza. Beviamo con orgoglio il vino degno delle donne e degli uomini che hanno dato tutto, hanno dato tutto e hanno pensato che non era ancora abbastanza.

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