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Vogliamo giustizia ambientale! Una riflessione su Ambiente, Beni comuni e ciclo dei rifiuti in Campania

Ambiente e Beni Comuni

Potere al Popolo aspira a un modello di sviluppo economico e sociale alternativo a quello attuale ed è consapevole che all’interno del sistema capitalistico, dominato dalle leggi del profitto e dei mercati, non c’è il rispetto dei diritti dell’uomo e della natura, non c’è spazio per la giustizia ambientale e persino il futuro del nostro pianeta viene compromesso. L’ambiente quindi si presenta come una questione di classe in quanto una piena giustizia ambientale non può essere realizzata in un sistema capitalistico e la sua negazione attuale colpisce innanzitutto le fasce sociali ed i territori più deboli.

Occorre ridurre da subito, come da tempo la Commissione Scientifica dell’ONU invita tutti gli Stati a fare, il consumo energetico e le emissioni di CO2 . Vanno profondamente modificati i modi di produrre e di consumare fermando la dipendenza dai fossili, modificando i sistemi di trasporto, mettendo fine al consumo di suolo, ridando importanza al diritto al territorio (città e campagna), riducendo drasticamente la produzione di rifiuti e riprogettando i suoi sistemi di smaltimento.

Per fare questo occorre costruire una visione del futuro che vorremmo e cioè come organizzare città e paesi ed i loro  insediamenti, come modificare l’attuale mobilità, come abitare, come produrre e fruire energia, etc. In questa costruzione il ruolo dei territori, delle lotte e delle pratiche virtuose che in essi si sviluppano, è fondamentale. Dobbiamo per questo accumulare saperi, esperienze, conoscenze e creatività; dobbiamo attrezzarci per informare ed educare ascoltando, per accrescere la consapevolezza sull’importanza delle tematiche ambientali e del loro rapporto con la salute e la vita di ognuno di noi. Non solo a parole, ma anche attraverso pratiche virtuose da mettere in campo nei nostri territori, nelle nostre assemblee, nel modo di fare le cose insieme. Mutualismo significa anche questo: inglobare pratiche ecologiste nella vita quotidiana di un singolo e/o di una collettività.

Intanto occorre individuare da subito una strategia atta ad opporsi alle misure di questo Governo e della Regione Campania a danno dell’ambiente, della salute, delle città e dei territori, perché è indispensabile salvaguardare le nostre risorse fondamentali: aria, acqua, suolo e energia.

Iniziamo dalla crisi ambientale prodotta da una decennale politica affaristica e criminale della gestione dei rifiuti in Campania, da come essa abbia profondamente danneggiato l’ambiente, la salute e la vivibilità di centinaia di migliaia di persone e da come Governo e Regione intendono intervenire con provvedimenti difformi dalla salvaguardia dell’ambiente, dalla salubrità dei territori e dalla volontà delle persone che li abitano.

Rifiuti Solidi Urbani

Stato dell’Arte

In allegato A una breve storia della gestione dei rifiuti in Campania

Il Protocollo di Intesa del Governo affronta esclusivamente e parzialmente il problema della Terra dei fuochi (la Terra dei fuochi comprende un territorio di 1076 km², nel quale sono situati 57 comuni, in cui risiedono circa 2 milioni e mezzo di abitanti: 33 comuni sono situati nella provincia di Napoli e 24 comuni sono ubicati nella provincia di Caserta; comprende circa un terzo della provincia napoletana, mentre del casertano è compresa soprattutto la parte meridionale e sud-occidentale) e cioè gli incendi dei siti di stoccaggio e degli scarti di lavorazione abbandonati per strada. Resta però evidente il legame tra il fenomeno dei roghi e la difficoltà a trovare siti di smaltimento e/o di riciclo. In altre parole: i rifiuti vengono dati alle fiamme in strada perché molte imprese sversano abusivamente e vengono incendiati nei capannoni perché alla spazzatura che vi si trova accumulata manca una destinazione finale (vero per i depositi di carta e plastica per la venuta meno dei Paesi importatori, per l’esistenza di poche imprese di riciclo in Italia e quindi con i depositi al collasso; un discorso diverso va fatto invece per gli impianti pubblici intermedi di trattamento dei rifiuti urbani, come gli Stir e i depositi di ecoballe, entrambi oggetto di incendi negli ultimi mesi; in questi casi è presente una strategia criminale tesa a mettere in crisi i sistemi esistenti  per creare artificialmente crisi di conferimento e richiesta di più inceneritori). Ma questo tema non è oggetto del protocollo: per risolverlo ci vorranno altre scelte nazionali.

Il protocollo prevede «L’implementazione e la messa a sistema del registro regionale dei tumori e delle analisi epidemiologiche». Operazione questa possibile coinvolgendo i medici di famiglia e i pediatri ed estendendo il progetto epi.Ca. già sperimentato. I medici di base dovranno segnalare i nuovi casi di neoplasie maligne al Registro dei tumori regionale, che già copre l’83% della popolazione campana, aggiornandone i dati.

Il protocollo prevede poi un monitoraggio della qualità dell’aria e dell’avvistamento dei roghi attraverso il controllo delle postazioni fisse installate dalla Regione ed affida  tale monitoraggio alla partecipata regionale Sma, oggi colpita da una serie di inchieste della magistratura a causa degli sprechi e degli appalti per lo smaltimento dei fanghi. Vengono previsti anche sistemi di lettura delle targhe detti “A trappola”con l’obiettivo di scovare gli avvelenatori. Resta ovviamente il problema delle sanzioni modificabili solo con interventi legislativi.

Poiché i Comuni non hanno i fondi necessari a rimuovere i rifiuti (spesso speciali) abbandonati illegalmente il Protocollo prevede che entro trenta giorni la Regione, collaborando con l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), provvederà a definire una mappa degli sversamenti abusivi e una dei capannoni autorizzati, suddividendo poi il territorio in sub ambiti sui quali intervenire, varando poi con la Sogesid (società di ingegneria e di assistenza tecnica «in house providing» del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare) un piano di interventi.

Il protocollo prevede anche una rete informatica a cui le piattaforme accoglienti i rifiuti dovranno comunicare la quantità e la tipologia dei rifiuti accolti al fine di controllare il flusso della spazzatura ed evitare che nei capannoni si accumulino troppi materiali. L’Arpac dovrà rendere pubblici i dati sull’inquinamento e la Regione dovrà diffonderli. I vigili del fuoco dovranno raccogliere i dati sugli interventi e sugli avvistamenti dei roghi anche utilizzando i droni.

Il Piano Regionale dei rifiuti in Campania del 2016 non prevede termovalorizzatori; prevede invece 18 impianti (poi diventati 15) di compostaggio; scompare dal Piano anche il previsto ampliamento del sito di Salerno. Così come non si realizzeranno le strutture di lavorazione della frazione umida derivata nei tritovagliatori di Santa Maria Capua Vetere e Pianodardine e nel comune di Rocca D’Evandro che pure erano previste in una delibera del 2017 per volontà degli enti locali che hanno detto no alle nuove installazioni.

Dei 15 impianti anaerobici di compostaggio si sta avviando il cantiere dell’impianto di Pomigliano per il compostaggio nell’area industriale. Si tratta di un impianto da 30 mila tonnellate. La Regione inoltre prevede di realizzare due capannoni a Giugliano per il trattamento delle ecoballe.

A seguito delle mobilitazioni popolari nei Comuni in odore di impianti molti Sindaci hanno preso posizione contraria alla loro realizzazione ed il Governatore De Luca, con la sua maggioranza regionale, ha pensato bene di escluderli dalla partita.

E’ arrivata così la legge regionale “Semplificazione”, successiva al varo del Piano e contro cui si è schierata l’Anci, con la quale viene sottratto ai Comuni ogni potere decisionale in merito all’impiantistica sui rifiuti.


Infine l’amministratore unico di Asia comunica che sono in via di realizzazione due impianti di selezione del secco ed un impianto di compostaggio anaerobico. I primi due saranno impiantati a San Pietro a Patierno ed a Scampìa e serviranno a selezionare tutto il vetro, la carta, la plastica e gli ingombranti raccolti a Napoli. I due impianti avranno un costo di sei milioni ciascuno e il materiale selezionato verrà direttamente inviato ai consorzi che si occupano del riciclo. A oggi il Comune recupera 5,5 milioni dalla differenziata, con i due impianti suddetti si potrebbe arrivare almeno a 8. Nell’area orientale invece – nella zona dell’ex depuratore – è prevista la realizzazione di un digestore anaerobico una capacità da 60mila tonnellate annue e con un costo di circa sessanta milioni di euro tramite un finanziamento regionale. L’impianto dovrebbe gestire tutta la frazione umida prodotta dalla città.

Fotografia dello smaltimento dei rifiuti: per il 2017 il totale dei rifiuti urbani in Campania è stato di 2.560.000 tonnellate, di cui 1.210.000 di indifferenziato che viene tritovagliato dagli Stir che separano il secco dall’umido. Il primo è pari al 70 per cento del totale, cioè circa 847.000 tonnellate di cui 720.000 sono bruciate ad Acerra e le restanti 127.000 sono inviate in impianti fuori regione insieme a 360 mila tonnellate di umido tritovagliato e a 400 mila tonnellate di umido derivanti dalla differenziata che non possono essere lavorate dai nove impianti (3 pubblici e 6 privati, tra cui quello anaerobico più significativo di Salerno ormai fermo da oltre 20 mesi) esistenti in Regione.

Il 91 per cento dell’organico differenziato in Campania oggi finisce fuori regione e questa situazione, determinata da una mancanza di impianti di compostaggio, rallenta la raccolta differenziata da parte dei comuni. Oggi sono 238 i comuni “ricicloni”, quelli cioè che nel 2017 hanno superato il 65 per cento di raccolta differenziata come previsto dalla legge, ma solo 11 in più rispetto all’anno precedente. In pratica nulla si muove concretamente sul fronte dei rifiuti nonostante lo sforzo di enti e comunità che da anni consentono alla regione di raggiungere una percentuale complessiva di raccolta differenziata del 52,67 per cento.

In allegato B le tabelle provinciali e regionali dei dati 2017 della produzione di rifiuti urbani e della percentuale di raccolta differenziata a cura dell’Osservatorio regionale sulla gestione dei rifiuti.

La nostra prospettiva

La nostra ambizione e la nostra prospettiva per il trattamento dei rifiuti solidi urbani sono molto distanti da quelle previste dai piani istituzionali suddetti e sono quelle del riciclo e del riuso della totalità del rifiuto prodotto, eliminando il conferimento in discarica e l’incenerimento.  Il perno di questa strategia deve essere la raccolta differenziata porta a porta. Il “rifiuto” infatti può essere una risorsa, i materiali di rifiuto possono essere rigenerati e ritornare nella filiera produttiva; per questo ci opponiamo fortemente agli impianti che prevedono la produzione di energia a partire da processi di combustione di rifiuti o altri processi chimico-biologici (digestione anaerobica). Gli unici impianti che riteniamo necessari e non dannosi sono gli impianti di Trattamento Meccanico-Biologico (a freddo) per i rifiuti indifferenziati residuali e gli Impianti Aerobici di Compostaggio (con produzione di compost verde utilizzabile senza pericoli in agricoltura) per la frazione umida della raccolta differenziata.

Per affermare questa nostra prospettiva nella regione Campania in relazione alla situazione esistente occorre un Piano regionale e Nazionale che preveda:

  • la sospensione di tutte le autorizzazioni per l’implementazione e/o la ristrutturazione di impianti e siti di stoccaggio
  • l’avvio della bonifica/rimozione delle discariche legali/illegali inquinate
  • l’estensione qualitativa e diffusione territoriale delle indagini epidemiologiche nelle aree inquinate
  • il controllo del territorio, partecipato dalle popolazioni, sugli impianti/siti esistenti e sul terreno anche con esami/prelievi periodici
  • la massima trasparenza informativa sullo stato dell’ambiente locale verso le comunità
  • lo spostamento degli attuali incentivi statali dalla costruzione di impianti di compostaggio anaerobici a quelli aerobici        
  • la implementazione di piccoli (qualche migliaio di tonnellate all’anno) impianti di compostaggio aerobici (e quindi non inquinanti) e compostiere di comunità per convertire l’umido della raccolta differenziata in compost
  • la ristrutturazione di uno Stir in impianto a freddo TMB (Trattamento Meccanico Biologico) per la vagliatura secco-umido della indifferenziata ancora prodotta in Campania  e/o comunque residuale della differenziata e per la conversione dell’umido ricavato in FOS (Frazione Organica Stabilizzata), utilizzabile come riempimento cave, fondi stradali, etc.; ristrutturazioni degli altri Stir in impianti di vagliatura del secco (vetro, carta, plastica)
  • il graduale spegnimento dell’inceneritore di Acerra parallelamente alla crescita della differenziata verso il 100%

Altri importanti obiettivi sono i seguenti:

  1. Riduzione dello scarto della catena alimentare che costituisce, tra i rifiuti urbani, il maggior flusso di rifiuti in assoluto; allo scopo sosteniamo la necessità del coinvolgimento del comparto produttivo;
  • Puntare all’avvio di una filiera dedicata al riciclo e al recupero di materia sui territori in modo omogeneo, in linea con il nuovo pacchetto europeo sull’economia circolare. Va sostenuto lo sviluppo di pratiche e tecnologie innovative come ad esempio le bio-plastiche.

Nel dettaglio, si ritengono importanti i seguenti interventi legislativi:

  1. a)      Pianificazione e finanziamento della progettazione ecologica dei materiali con focus sul fine vita dei materiali. Messa al bando delle plastiche non riciclabili e della plastica “usa e getta” e riduzione progressiva dell’uso delle altre plastiche (riciclabili un numero limitato di volte), con anticipo dei termini previsti a livello UE. Sviluppo del sistema di riutilizzo del “vuoto a rendere” – in Italia attualmente ancora relegato alla fase di “sperimentazione” – in parallelo ai circuiti di raccolta collettivi per il riciclo già esistenti (CONAI ed altri) e in accordo con la gerarchia europea per i rifiuti.
  • Individuazione di obiettivi di recupero e riciclaggio degli imballaggi in carico al CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi) crescenti ed omogenei sul territorio nazionale, affinché non accada come in passato che i contributi per il riciclo, versati in modo omogeneo sul territorio nazionale dai cittadini-consumatori all’atto dell’acquisto dei prodotti, finiscano per finanziare la filiera impiantistica del riciclo prevalentemente nelle parti del paese a maggior sviluppo industriale, per mere ragioni di economie di scala. Implementazione del Programma degli Acquisti verdi della Pubblica Amministrazione (beni, servizi e lavori) con estensione alle aziende private di maggiori dimensioni, al fine di ridurre gli impatti ambientali, i consumi di risorse ed evitare improvvisi cali della domanda di materie prime seconde, dovuti ad oscillazioni della domanda privata, che mettono in crisi la filiera del riciclo e sono considerati causa dell’anomalo incremento di incendi dolosi in taluni impianti specie nel nord Italia.
  • Verifica sulla effettiva applicabilità operativa dei “criteri ambientali minimi” vigenti nelle acquisizioni della pubblica amministrazione e introduzione delle sanzioni attualmente NON previste per le amministrazioni inadempienti. Emanazione di norme che favoriscano nel settore dell’igiene ambientale gli affidamenti “in-house” sotto controllo pubblico, in accordo anche con l’esito del referendum in materia di servizi pubblici locali. Ciò consente di accorciare la catena di comando “cittadino – ente locale – ente d’ambito – ente gestore del servizio – società pubblica o privata affidataria del servizio” la cui lunghezza offusca l’interesse di tutela ambientale alla base dell’affidamento del servizio alle imprese. La filiera pubblica o a controllo pubblico serve a spezzare la tendenza attuale alla polarizzazione del settore in due tipologie di società: a) aziende private piccole, molto frequentemente interessate da infiltrazioni malavitose in tutte le regioni e che spesso abbassano i costi dello smaltimento, praticandolo in modo illegale; b) grandi aziende multiutility organizzate su scala sovraregionale e/o con partecipazioni azionarie private o miste che si contendono le parti del ciclo dei rifiuti più remunerative (operazioni di trattamento di rifiuti di materiali pregiati e operazioni di trattamento incentivate), lasciando così poche risorse agli enti pubblici incaricati di finanziare il segmento più costoso del ciclo: la raccolta differenziata spinta e gli impianti di riciclo meno remunerativi
  • Predisposizione di investimenti e procedure per la realizzazione dell’impiantistica di servizio alla raccolta differenziata e per la sua crescita. Accrescere la gestione pubblica o il controllo pubblico degli impianti di trattamento dei rifiuti. In caso di affidamenti a privati di specifici segmenti del trattamento dei rifiuti,  prevedere che – ove i rifiuti siano presi in carico da aree di stoccaggio o pretrattamento – siano noti a monte i potenziali destinatari finali. Devono prevedersi controlli operativi della stazione appaltante e/o degli enti pubblici sui fornitori del servizio di trattamento (come nei rapporti produttori-fornitori tipici del settore manifatturiero), fatte salve le operazioni degli organi di controllo (rete agenzie regionali per l’ambiente, ecc.) e di polizia ambientale che spesso intervengono a posteriori del compimento dei reati ambientali (filiera controllata del riciclo e del trattamento).
  • Predisposizione di investimenti e procedure per la realizzazione di piattaforme e impianti di trattamento di rifiuti speciali pericolosi sotto il controllo pubblico, affinché numero e tipologia di impianti siano adeguati alle produzioni effettive. La loro esistenza funga da disincentivo allo smaltimento illegale e si promuovano le tecnologie di recupero di materia e di riduzione della pericolosità del rifiuto.
  • Chiarificazione del quadro normativo necessario alla definizione della Cessazione della qualifica di rifiuto, affinché si possa effettivamente rendere operativo il recupero di materia; occorre stabilire i criteri e le condizioni alle quali i rifiuti – dopo opportune attività di recupero – possano essere sottratti allo smaltimento finale ed invece considerati nuovamente “materiali” utilizzabili nei cicli produttivi al posto delle materie prime vergini.
  • Definire le norme tecniche, le misure organizzative e gli incentivi per favorire il conferimento dell’umido della raccolta differenziata presso le aziende agricole in modo da rispondere alla domanda di compost di qualità da destinare alle colture alimentari ed ai suoli interessati dal problema della desertificazione e di riconoscere ai coltivatori il compito di trasformare gli scarti alimentari in ricchezza sociale”

Rifiuti Industriali e Rifiuti Speciali

Per i rifiuti industriali è di fondamentale importanza la realizzazione di una rete di controllo satellitare che consenta una tracciabilità completa della mobilità dei rifiuti; tali dati vanno incrociati con la quantità di rifiuti prodotta da ogni singola industria al fine da scongiurarne l’occultamento e lo smaltimento illegale. Al riguardo è necessaria una riforma del Sistema per il controllo della Tracciabilità dei Rifiuti (SISTRI) per rendere effettivo il controllo dei rifiuti industriali pericolosi, dal produttore allo smaltitore finale.

Inasprimento delle pene previste per i reati ambientali anche per le aziende che si avvalgono dell’intermediazione illegale e non solo per chi materialmente smaltisce i rifiuti.

Bonifica delle piattaforme di stoccaggio dei rifiuti nucleari (in particolare la piattaforma di stoccaggio di scorie nucleari del Gargano) e immediata rimozione dei materiali radioattivi dalle stesse, che vanno isolati e/o indirizzati ad un adeguato trattamento, quale che sia il costo da affrontare.

Ecoballe bassoliniane

Le ecoballe vanno trattate e smaltite là dove sono, senza incenerimento alcuno ed attraverso il riciclo totale della materia. Ciò è possibile con una sorta di officina portatile, e cioè con macchinari mobili facilmente spostabili lungo le pile delle ecoballe,  dotata di vari impianti di recupero della materia, impianti cioè di Trattamento Meccanico Manuale (TMM) capaci di separare con diverse modalità manuali e meccaniche, tra cui l’estrusione, metalli, plastica, cellulosa, terriccio-ex-umido e rifiuti speciali dai rifiuti indifferenziati e di trasformare la parte residua in materiale inerte (mattoni ecc.) utilizzabile in edilizia o per la copertura di cave.

Metalli, plastica e cellulosa vengono poi riciclati mentre il terriccio, in cui si è deteriorato/ridotto anche l’umido di decenni fa, va analizzato per parti e depurato attraverso un trattamento con batteri e/o altri agenti che lo rendono stabile ed inerte.

I rifiuti speciali ricavati invece da questo trattamento delle ecoballe vanno inviati agli impianti specifici per il loro smaltimento.

Bonifica, risarcimento, controllo popolare

Ampia caratterizzazione del territorio, analisi delle matrici ambientali (falde acquifere, aria, suolo) da condursi in collaborazione fra le università e le asl  per valutare definitivamente quale sia stato l’impatto sulla popolazione e sui territori di 30 anni di gestione illegale e criminale del ciclo rifiuti. Individuare le no food aree agricole, incentivando la sostituzione delle colture preesistenti con altre, disinquinanti, non certo destinate al consumo alimentare (ad es. la canapa).

Intervento chiaro e immediato per l’attuazione delle bonifica dei siti inquinati (SIN) imponendo alle aziende responsabili il principio “chi inquina paga”. Dovrà quindi essere definita la messa in mora dei soggetti che ai termini di legge hanno l’obbligo di procedere ai ripristini ambientali, come previsto anche dalla legge 68/2015 sugli ecoreati.

Per i siti già censiti – la cui onerosa attività di bonifica è già posta in capo alla collettività in assenza di individuati responsabili dell’inquinamento – è estremamente urgente procedere quanto meno con la massima tempestività alle operazioni di messa in sicurezza che evitino il propagarsi dell’inquinamento ai terreni e alle falde circostanti e il conseguente disastro ecologico.

Nuovi Impianti: Valutazioni, Controlli e Agenzie Regionali

Si rivendica la radicale e immediata revisione del d.lgs. n. 152/2006 della Regione Campania in materia di Valutazione di Impatto Ambientale e del d.lgs. n. 104/2017 della stessa Regione, in particolare dell’art. 6, al fine di ristabilire quanto segue:

1) la procedura di VIA venga effettuata sul progetto definitivo;

2) il dibattito pubblico sia esteso a tutti i progetti prioritari;

3) i membri della Commissione VIA siano selezionati attraverso procedure di evidenza pubblica;

4) venga prevista un’adeguata iniziativa sanzionatoria nei confronti di chi abbia realizzato progetti senza la procedura di VIA o non rispettando le prescrizioni ambientali.

Vanno pertanto abrogate le insensate previsioni del cosiddetto decreto “Sblocca Italia” che – semplificando e mettendo in secondo piano le valutazioni tecniche, ambientali e strategiche, previste per legge (VIA e VAS) – contengono la dichiarazione A PRIORI e IN ASTRATTO di “pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dei progetti di gasdotti e rigassificatori” e altri impianti inquinanti, indipendentemente dalla vulnerabilità dei contesti ambientali, dalle attività economiche in conflitto, dalle (spesso modeste) quantità di gas naturale in gioco e dai tempi di esaurimento, dai fabbisogni variabili nel tempo, dalla valutazione dei rischi per la salute, dalle variazioni future dello scenario geopolitico nei paesi produttori, dal numero di impianti nel frattempo realizzati!

È necessario altresì abrogare le procedure semplificate di valutazione previste dallo stesso “Sblocca Italia” anche per il settore estrattivo (petrolio e gas naturale) e per gli inceneritori.

Si rivendica altresì

  • la piena applicazione della Valutazione di Incidenza (VINCA) a tutela della Rete Natura 2000 abrogando il comma 2 dell’articolo 57 della legge n. 221/2015, in contrasto con la Direttiva Habitat 92/43/CE.
  • piena attuazione della normativa di riforma di ISPRA (Istituto Superiore di Protezione Ambientale) e del sistema delle agenzie regionali ARPA con adeguate coperture finanziarie.
  • valorizzazione del ruolo delle Polizie ambientali provinciali, in quanto corpi a carattere locale caratterizzati da forte radicamento territoriale e indipendenza.
  • la ricostituzione del Corpo Forestale dello Stato (CFS), ristabilendone le caratteristiche di “Corpo tecnico con funzioni di polizia” con “ordinamento di polizia civile”, statuto, quest’ultimo, perso con l’accorpamento all’arma dei Carabinieri, in cui prevale una logica militare.
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