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Storie di merda, ma nostre

Riflessioni con Alberto Prunetti sulla classe lavoratrice

Articolo originale apparso su: https://apuntesdeclase.lamarea.com/cultura/historias-de-mierda-pero-nuestras/ 

Autore: Ignacio Pato. Traduzione a cura della Camera Popolare del Lavoro di Napoli


“La classe operaia appare a malapena nei media se non per essere disprezzata per il loro voto o per il loro atteggiamento”, denuncia l’autore.


Damien e Alan fumano con la centrale elettrica della città sullo sfondo. Il posto è lo stesso in cui un anno prima i loro amici Sean e Raffy si sono suicidati. Hanno collegato un tubo al tubo di scappamento, l’hanno messo in macchina e chiuso i finestrini. Avevano 19 anni e avevano perso il lavoro. Hanno lasciato un appunto. “Cosa ci resta se non c’è lavoro?”, si chiedevano.

È la vera storia dietro la copertina di “108 metri”, l’ultimo dei due libri – primo è stato “Amianto” – che con notevole successo è stato pubblicato in Italia dal grossetano Alberto Prunetti. Entrambe storie della classe lavoratrice raccontate da e per la classe lavoratrice. Storie segnate dalle acciaierie, dal lavabo di un centro commerciale o dal sudore davanti a un forno per la pizza. “Più che il lavoro, sono gli operai che mancano nei racconti. Il romanzo è il genere in cui la borghesia ha storicamente rappresentato se stessa. E lo ha sempre fatto con singoli protagonisti, siano essi i borghesi in ascesa o in crisi; il protagonista è solo uno. I lavoratori nel passato si rappresentavano collettivamente attraverso la mano di intellettuali borghesi, transfughi di classe. Ma le vite di questi autori non erano vite operaie. Quando raccontavano il mondo operaio vedevano solo gli aspetti alienanti: l’oppressione, la malattia, la sofferenza. Mancavano l’orgoglio, la solidarietà, la gioia, l’umorismo: caratteristiche soggettive e fondamentali che vengono percepite solo dall’interno. Ecco perché dico che la narrativa working class che stiamo cercando di fare in Italia è diversa dalla narrativa industriale italiana degli anni Sessanta. I protagonisti sono ugualmente lavoratori, ma cambia il punto di vista. Non li si guarda dall’alto verso il basso. Nella narrativa working class, il punto di vista è un punto di vista soggettivo, dal basso verso l’alto. Un punto di vista dall’interno del mondo degli sfruttati, di cui l’autore fa parte”, spiega Prunetti.

Contro quell’immaginario vittimizzato e sfinito, il suo lavoro e la collezione Working Class che dirige da pochi mesi per Edizioni Alegre si oppone agli scivoli dell’autostima collettiva ai tempi di Netflix, Amazon o Deliveroo. “Queste piattaforme tendono a dividere i lavoratori, ad atomizzarli, piuttosto che a incoraggiare il loro incontro. Il rischio è che il lavoratore si percepisca solo come cliente o che si nasconda in casa. In un dato momento, i lavoratori al di fuori dell’orario di lavoro erano al bar, nelle piazze, nelle sedi dei sindacati, nelle case del popolo. Socializzavano, vivevano insieme. Il cambiamento contribuisce a diminuire la percezione dell’appartenenza a una classe, a sentirsi parte di un gruppo sociale unito da interessi economici opposti a quelli dell’imprenditore”, afferma.

Coscienza sociale e conflitto
Prunetti è chiaro sulla risposta a questa possibile scena. Un lavoratore torna a casa stanco, mortificato dopo una lunga e dura giornata in un lavoro di merda. Piove molto fuori. Decide di ordinare il cibo a casa, che farà sì che il lavoratore precario di una di queste app si metterà sulla strada, sotto la pioggia e con il pericolo di incidenti. Come rompere questo circolo di banale mancanza di solidarietà? “Col conflitto sociale. La coscienza sociale non nasce dal nulla, si forma nel conflitto. Dobbiamo inventare nuove forme di sciopero, è necessario che i lavoratori si incontrino di nuovo per parlare. Andare oltre l’idea di essere clienti che meritano un servizio. Siamo lavoratori che cercano migliori salari e migliori condizioni di lavoro, e per questo abbiamo bisogno della solidarietà di altri sfruttati. La narrativa working class serve per questo, per raccontare il mondo delle lotte sociali dei nostri nonni e genitori, per trasferire un immaginario alle nuove generazioni, chiedendo loro di essere solidali e complici. Saranno lavoratori diversi tra loro e con diverse forme di lavoro e solidarietà, ma alcune regole working class sono troppo difficili da demolire. Se toccano uno, toccano tutti. Sciopera. Aiuta i tuoi compagni di lavoro. Non rompere un picchetto. Tutto questo è valido ovunque ci siano resistenza, lotta e conflitto. Senza questi principi, abbiamo perso in anticipo. Senza un immaginario di lotta, siamo persi. Ribellarsi è possibile e in effetti anche bello. Sto pensando agli scioperi delle donne, degli insegnanti americani, dei lavoratori delle catene di ristoranti che stanno lottando per aumentare il loro salario minimo. Ci sono moltissimi scioperi, moltissimi conflitti, anche se ai media non piace parlare di loro, perché non sono una tendenza”.

Ma come può diventare una tendenza qualcosa che ufficialmente non esiste? Anche se nel 2018 in Italia sono morte 1.133 persone nel loro lavoro – “tre al giorno”, dice Prunetti, la classe operaia difficilmente appare nei mezzi di comunicazione, se non per disprezzare il suo voto, il suo vocabolario, il suo atteggiamento o i suoi crimini. Il ruolo del capro espiatorio vale anche, secondo lo scrittore, “per il machismo. C’è una tendenza a demonizzare la classe lavoratrice che si vorrebbe più vicina a comportamenti machisti. In realtà, sappiamo che il patriarcato e l’oppressione di genere sono trasversali alla classe. Il #MeToo ci ha insegnato che il bastardo è molto spesso ricco e potente. “

L’offensiva liberale che ha portato i protagonisti di 108 metri al suicidio nella vita reale non ha portato solo la distruzione del lavoro: tutto ciò che è rimasto ha gradualmente perso ogni residuo di trascendenza. 
In città come Coventry, ha spiegato il gruppo The Specials in un’intervista di qualche settimana fa, il compito di creare un prodotto riconoscibile e apprezzato in tutto il mondo, come Dunlop, Triumph o Jaguar, è stato sostituito dal resistere alla minaccia di un cliente insoddisfatto al telefono, o da quello di una valutazione con emoticon sul servizio in qualsiasi aeroporto. Come sentirsi orgogliosi di appartenere a una classe che ti tiene legato a qualcosa da cui vuoi solo sfuggire?

“Noi siamo il lavoro che facciamo”
“Parlo con molti ragazzi delle scuole professionali perché presento i miei libri lì. Di solito non sono fieri della loro condizione di classe. In parte lo capisco: sono destinati alla sofferenza. Sono vittime di ciò che prima veniva chiamato falsa coscienza, hanno sogni che appartengono ad altri. Per essere realisti, dobbiamo sognare i nostri stessi sogni. ‘Lavorare meno per lavorare tutti’ è stata una sfida per il datore di lavoro. Era il diritto allo svago, al tempo vivo per condividere con gli altri ,contro il tempo morto del lavoro opprimente. Dobbiamo formare un nuovo immaginario, tornare a raccontare storie di classe con tutti i mezzi a nostra disposizione perché il lavoro è ancora lo scenario in cui le nostre vite sono occupate la maggior parte del tempo. Lavoriamo molto, troppo, e sempre per più tempo. Non facciamo quasi nient’altro nella nostra vita. E nonostante ciò, ci sforziamo di definirci con altre formule: con i vestiti che indossiamo, con il marchio dei nostri occhiali, con il logo dei nostri acquisti. Ma in realtà è un inganno: siamo il lavoro che facciamo, e se non proviamo a lavorare di meno ma meglio, saremo sempre alienati, insoddisfatti e finiti”, dice lo scrittore.

Una parte importante del discorso di Prunetti è lo sforzo di allontanarsi dalla paralizzante epica del lavoratore bianco e dell’ozio inteso come birra, punk e gol. La trasformazione storica lo rende ottimista. “La classe lavoratrice è cambiata, non è più composta da uomini bianchi con le mani piene di grasso, o almeno non solo da loro. Il peso delle donne e anche quello dei lavoratori migranti aumenta enormemente. Le nuove lotte e la nuova coscienza di classe della working class del futuro si formeanno nell’intersezione di etnia, classe e genere. È qui che risiede il nervo vivo dello sfruttamento, e da lì arriveranno le nuove lotte e anche la solidarietà. Queste sono le storie che noi scrittori e scrittrici working class dobbiamo raccontare.” E che dobbiamo anche leggere. “In Italia ci sono tre opere molto potenti, due delle quali graphic novel, realizzate da donne. Una è il romanzo grafico “Ferriera”, di Pia Valentinis, sulla storia di suo padre, operaio metalmeccanico; un’altra è il racconto per immagini di Sonia Marialuce Possentini, “La prima cosa fu l’odore del ferro”, che narra dell’esperienza dell’autrice in una fabbrica, anche stavolta metalmeccanica. E “Figlia di una vestaglia blu”, di Simona Baldanzi, in cui l’autrice racconta la storia di sua madre, che lavorava nel settore tessile a Prato. Tutte e tre le opere sono fondamentali e preziose. Nel campo anglosassone, sottolineo il lavoro dell’irlandese Kit de Waal”.
Il pubblico, i lettori che consumano queste storie dovrebbero esserci senza alcun problema: noi della classe lavoratrice siamo una chiara maggioranza numerica. “Lo siamo, ma siamo scarsamente rappresentati sia nei prodotti culturali sia nella forza lavoro dell’industria culturale. Uno studio britannico sostiene che solo il 14% dei lavoratori nel settore dell’editoria proviene dalla classe lavoratrice, solo il 14% sono figli di lavoratori. La maggior parte sono figli della classe media. Ovviamente ci vogliono al nostro posto, facendo lavori non creativi, ripetitivi e noiosi. Le nostre storie sono fin dal primo momento opere create dalla rivolta, il solo fatto di raccontare qualcosa significa che non stiamo al nostro posto, che vogliamo tirare dalla nostra parte. Sai quanti rifiuti ho quando propongo i miei manoscritti agli editori? Molti: “queste storie di lavoratori sono poco attraenti”. Tuttavia, in seguito i miei libri sono ristampati e le success stories di alcuni di loro finiscono nella spazzatura. Dobbiamo aver fiducia in noi stessi ed essere testardi, rimanere sulla linea del picchetto anche di fronte ai padroni delle case editrici. Dobbiamo riuscire a far pubblicare le storie operaie.”

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