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Pandemia e filiera agroalimentare (parte 1): chi lavora nei campi?

La crisi sanitaria che stiamo vivendo in Italia e in tutta Europa mette a nudo i problemi e le contraddizioni della nostra società. L’abbiamo visto da subito per quanto riguarda lo stato della sanità e delle carceri, e poi nelle settimane successive per quanto riguarda in generale la questione del lavoro. Questa situazione fa sì che alcune questioni emergano con maggiore chiarezza rispetto ai tempi “normali”, o che guadagnino maggiore visibilità, o, ancora, che si cerchi di trovare soluzioni – buone o cattive che siano – a problemi che magari stavano lì da decenni.

Questi fenomeni li stiamo vedendo particolarmente in un campo, quello del lavoro agricolo: del resto anche senza una pandemia di mezzo si tratta di un settore che, per le sue particolarità, funziona un po’ da cartina tornasole e da terreno di sperimentazione per il conflitto tra capitale e lavoro, ed è un buon punto di osservazione per misurarne l’intensità – in altri termini, qui lo sfruttamento è più difficile da nascondere.

Adesso, dopo un mese di confinamenti, quarantene e chiusure dei confini, quello che sta succedendo è che in mezza Europa manca la manodopera necessaria ad affrontare la stagione dei raccolti. Parliamo di oltre un milione di lavoratori stagionali che normalmente affluiscono nell’Europa occidentale da quella orientale o da molti paesi africani e asiatici e che a causa del coronavirus non possono o non vogliono farlo.

Insomma, la novità che cruccia e preoccupa i governi dalla Scozia all’Italia è, in fondo, una non-notizia: i lavoratori e le lavoratrici migranti sono fondamentali per il funzionamento dell’economia europea, e particolarmente per un settore chiave come quello dell’agricoltura. Lo si sa da anni, ma da anni viene negato, perché passare la faccenda sotto silenzio è funzionale da un lato a perpetuare lo sfruttamento di queste lavoratrici e di questi lavoratori, e quindi a incrementare i profitti della filiera agroalimentare, e dall’altro a portare avanti politiche xenofobe che si scontrano con la realtà economica oggettiva.

Le varie economie nazionali intanto hanno cominciato a muoversi: la Francia è stata la prima a lanciare una piattaforma online per fare incontrare la domanda di lavoro agricolo e l’offerta “autoctona”, dopo che il 24 marzo Didier Guillaume, ministro dell’Agricoltura, ha fatto un appello a tutti i lavoratori rimasti a casa a causa del virus, affinché si unissero “alla grande armata dell’agricoltura francese” e colmassero le 200.000 posizioni lavorative lasciate scoperte dall’assenza dei consueti stagionali, provenienti soprattutto da Marocco, Romania e Polonia. Nel pronunciare questo appello Guillaume aveva in mente soprattutto i lavoratori dipendenti che stanno usufruendo dello chomage partiel, dispositivo assimilabile alla nostra cassa integrazione: 8 milioni di persone secondo i dati pubblicati sabato 11 aprile dal ministero del Lavoro francese, a cui è stata data la possibilità di cumulare la cassa integrazione che ricevono per il loro impiego “normale” e la retribuzione di questo impiego “straordinario”. Una sorta di incremento indiretto del salario, per rendere appetibile anche ai francesi un lavoro svolto normalmente da lavoratori stranieri per paghe minori, in quella che è stata definita una “delocalizzazione sul posto”.

Una piattaforma analoga è stata lanciata anche in Germania, dove si sono fatti anche dei passi ulteriori: il 2 aprile è stato infatti annunciato un massiccio piano di importazione della forza-lavoro dai paesi dell’Est Europa. Lavoratrici e lavoratori verranno prelevati dai paesi di origine e portati per via aerea in Germania, per poi essere smistati direttamente nelle loro destinazioni lavorative. Parliamo di 40.000 persone per aprile e altrettante per maggio, a cui sono da affiancare le 20.000 che verranno prese dal bacino di riserva interno: si parla di disoccupati, studenti, richiedenti asilo e cassintegrati. I primi effetti di questo piano non si sono fatti attendere: il 9 aprile la televisione rumena mostrava le immagini di centinaia di persone accalcate all’aeroporto di Cluj in attesa dei voli per la Germania – e tanto peggio per il distanziamento sociale. Aerei verso l’Est Europa sono partiti anche dall’Inghilterra, ma qui pare che a finanziarli finora siano state direttamente le agenzie di collocamento, sollecitando il governo a fare altrettanto.

Vie simili sono state seguite in Spagna, dove il 7 aprile con un decreto si è permesso a chi percepisce il sussidio di disoccupazione di svolgere lavoro nei campi (ma non a chi percepisce un sussidio vincolato all’attuale crisi da coronavirus). Il governo spagnolo, inoltre, ha deciso di ricorrere a una piattaforma online come quelle di Francia e Germania, e di rinnovare automaticamente i permessi di lavoro e di residenza di lavoratori stranieri già presenti in Spagna e in scadenza da qui al 30 giugno.

L’Italia non fa eccezione: secondo i numeri della Coldiretti, l’agricoltura italiana dovrà sopperire nei prossimi mesi alla mancanza di 370.000 stagionali che normalmente arrivano dall’estero e che coprono oltre un quarto della produzione agricola nazionale. Teresa Bellanova, ministra dell’Agricoltura, tra fine marzo e inizio aprile è intervenuta quasi quotidianamente sul tema, prospettando varie soluzioni:

  • importare lavoratori direttamente dai paesi d’origine, attivando appositi flussi controllati come nel modello tedesco e premendo sull’Unione Europea affinché vengano istituiti appositi corridoi verdi per i lavoratori, oltre che per le merci (a questo fine Bellanova ha anche incontrato l’ambasciatore rumeno in Italia, senza però giungere ad un accordo);
  • mettere al lavoro disoccupati, pensionati, studenti, cassintegrati a causa del virus, percettori del reddito di cittadinanza: questa soluzione viene ripetutamente evocata da Confagricoltura, da Coldiretti, dall’Alleanza cooperative agroalimentari, dalla stessa ministra, e sfrutta sempre o la retorica del momento emergenziale che stiamo attraversando (quindi tutti uniti per salvare la nazione!) o l’idea che, in assenza di altro, perfino quegli italiani che normalmente si rifiuterebbero si vedranno costretti ad accettare le infime retribuzioni del settore – non a caso queste stesse associazioni padronali, spalleggiate dalle destre che siedono in Parlamento o al governo (Lega, Fratelli d’Italia e Italia Viva), stanno facendo di tutto per reintrodurre i voucher in agricoltura, come se l’unica soluzione della crisi consista nell’abbassare salari e diritti dei lavoratori (è questa peraltro la direzione su cui sono avviati gli USA, dove l’amministrazione di Trump ha semplicemente proposto di abbassare i salari dei lavoratori stagionali agricoli per compensare il calo di profitti delle aziende agricole);
  • regolarizzare i lavoratori e le lavoratrici migranti già presenti sul territorio, vale a dire il bacino di donne e uomini resi “irregolari” dalle politiche italiane di questi anni e costretti per questo a muoversi fuori dalla “legalità”: a lavorare senza un contratto, ad abitare nei ghetti, ad essere sprovvisti di qualsiasi tutela di fronte alla violenza del caporalato, delle mafie, dei padroni.
Lo diciamo in modo chiaro: la terza soluzione è l’unica percorribile. Perché ora non si tratta solo di risolvere un’emergenza passeggera, ma di mettere mano al funzionamento strutturale di questo settore. Abbiamo la possibilità di uscire da una situazione che perdura da anni.

Il problema per cui adesso tutti si agitano è che quei lavoratori a nero che abitualmente escono dai ghetti a San Ferdinando, a Borgo Mezzanone o a Saluzzo per andare nei campi, in questo momento non possono farlo perché il territorio è paralizzato e ci si può muovere solo con dei pezzi di carta in mano: quei pezzi di carta (contratti, permessi) che vengono normalmente negati ai migranti per trasformarli in fantasmi da sfruttare impunemente, garantendo profitti alle imprese agricole e a tutta la filiera che parte da lì e arriva ai supermercati dove noi acquistiamo frutta e verdure.

Dunque i lavoratori ci sono, ma non possono raggiungere i campi in cui si recano abitualmente, né altre eventuali destinazioni sul territorio nazionale per supplire ai flussi che di solito arrivano in questa stagione, peraltro principalmente da paesi extracomunitari, perché anche i comunitari puntano a mete più redditizie in Europa, a paesi dove i salari non siano così bassi come in Italia. E non solo i lavoratori ci sono, ma sono costretti a stare ammassati nei ghetti o negli alloggi di fortuna cui la marginalità imposta dalla legislazione italiana li conduce: se il virus dovesse penetrare in questi luoghi sarebbe un disastro.

In sostanza, l’agricoltura italiana rischia la crisi per un cortocircuito che essa stessa ha creato, negando nel corso degli anni delle condizioni di lavoro e di vita degne a chi le permetteva di reggersi in piedi. Ricorrere a flussi speciali dall’Est Europa (posto che questi lavoratori accettino di venire a fare un lavoro duro, per di più esposto al rischio di contagio e per una paga misera) o a un intensificazione dello sfruttamento di lavoratori italiani può essere la risposta di chi è interessato a trasformare la pandemia nell’ennesima occasione di lucro, ma non è la nostra.

L’unica soluzione possibile a un’emergenza che non è certo arrivata con il virus, ma che è qua da anni, è la regolarizzazione delle centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori migranti presenti sul territorio italiano.
In un’intervista rilasciata il 10 aprile a Isoradio, Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, afferma che “oggi ci accorgiamo quanto è importante per il paese avere un’agricoltura forte”. Ma quello che Giansanti non dice, è che questo può essere vero solo se chi nell’agricoltura ci lavora lo fa senza essere sfruttato. Già, perché effettuare una regolarizzazione non vorrebbe solo dire prevenire la diffusione del virus nei ghetti – quindi salvare vite umane, perché di questo stiamo parlando: e non solo quelle direttamente implicate, quelle di chi nei ghetti è obbligato a viverci, ma quelle di tutti quanti noi, perché il sistema sanitario è uno solo e bisogna evitare che collassi – e fornire all’agricoltura italiana almeno una quota della manodopera di cui ha bisogno in questo momento.

Effettuare una regolarizzazione vorrebbe dire anche mettere in crisi un anello centrale nella catena dello sfruttamento all’interno della filiera dell’agroalimentare: il primo passo verso una redistribuzione più equa della enorme ricchezza che questa filiera produce. E questo evidentemente non lo si può permettere.

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