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Lettera di una giovane lavoratrice precaria ed emigrata

Spesso ci poniamo la domanda: Ma chi ce lo fa fare? Perché investire tutto questo tempo e tutta questa energia per indicare cosa non funziona nel nostro mondo? Perché tentare di capovolgere tutto se, in fine, tutto il mondo è paese? È sempre stato così, quindi inutile provare a cambiare, no?

No, noi siamo convinti che ne vale la pena, eccome!

Qualche giorno fa ci è arrivata la lettera che pubblichiamo sotto. Ci ha scritto Elena, una ragazza di 31 anni emigrata in Australia un anno fa. Come spesso accade, con una laurea in tasca, partita con la speranza di potersi costruire un futuro più roseo di quello che riusciva ad immaginarsi in Italia, si ritrova a fare i lavori più umili – tipo raccogliere frutta e verdura nei campi australiani. Il permesso di soggiorno non è definitivo, lo deve rinnovare dopo ogni stagione. I salari sono bassi, perché in questo settore si usa così.

“Quando gli albanesi eravamo noi” è il titolo di un libro che racconta la storia dell’emigrazione italiana nel mondo. Un titolo più appropriato sarebbe stato “Quando gli albanesi, i romeni, i senegalesi siamo noi”, perché l’emigrazione di italiani all’estero non è stata una fase particolare della nostra storia, ma una condizione d’esistenza di questo paese. E all’estero, ancora oggi ci ritroviamo a fare i lavori e le vite che qui “a casa nostra” fanno gli immigrati.

Quindi, chi ce lo fa fare? Ce lo fanno fare parole come quelle che ci ha mandato Elena, parole piene di verità e di delusione, ma anche di speranza. Perché Elena, vivendo simili situazioni di lavoro, si è riconosciuta nei braccianti agricoli dei quali si è tanto parlato nelle ultime settimane; condizione senza la quale sarà difficile cambiare lo stato delle cose.

Potere al Popolo è nato anche per questo: essere megafono di tutte quelle voci che – singolarmente – non riescono ad essere abbastanza forti per essere sentite.

Uniamo le nostre voci!


All’attenzione di Potere al Popolo. Perché siete gli unici che ancora credono davvero che possiamo cambiare.

Non mi dilungo con le belle parole perché potrei non finire più.

Mi chiamo Elena, ho 31 anni e da maggio 2019 mi trovo in Australia con un visto vacanza-lavoro.

Con questa email non voglio celebrare la magnificenza di questo paese né stilare una lista di tutte le cose belle che invece abbiamo in Italia. Non mi interessa ottenere visibilità, essere citata o pubblicata sui vostri social. Quello che voglio chiedervi è di rispondere ad alcune domande, di fare delle ricerche, di scrivere un articolo (anche più di uno) che possa raggiungere un vasto numero di persone. Perché voi avete il potere immenso di instillare nella mente delle persone un’idea, un dubbio e da lì, chissà, tutto può succedere. Io ci credo ancora.

Mi ha personalmente colpito la notizia di questi giorni sulla questione della mancanza di manodopera in Italia nel settore agricolo che riassumerei con il seguente post di uno dei miei amici su Facebook:

Il grande appello degli imprenditori agricoli che chiedono flussi di manodopera straniera, denunciando il rischio di non raccogliere le colture, va reintrepretato e riletto come segue: “Gli imprenditori agricoli cercano manodopera semischiavile per tenere bassi i costi ed alti i profitti. Piuttosto che pagare dignitosamente gli operai, preferiscono far marcire il raccolto”.

Quasi tutti hanno trattato la notizia senza spiegare come normalmente vanno le cose in questo settore in Italia e io, da ignorante, non mi ero mai posta questa domanda prima d’ora nonostante ricordi benissimo i numerosi articoli sugli immigrati non regolari che raccolgono pomodori per due euro l’ora.

Dico “personalmente” perché il visto che ho funziona, in breve, così: dura un anno, è permesso lavorare ovunque per un massimo di 6 mesi per lo stesso datore di lavoro ed è possibile studiare per al massimo 4 mesi; per rinnovare il visto per un secondo anno è necessario svolgere 3 mesi di lavoro in aree “regionali” nel settore primario (agricoltura, pesca, miniere, ecc.). Essenzialmente sono una di quelli che va a “fare le farm in Australia”. E l’ho fatto. Ho raccolto agrumi per 4 mesi in un paesino 90km a nord di Perth, Western Australia. Onestamente capisco perché questo tipo di lavoro è essenzialmente destinato agli immigrati: è stagionale, è faticoso, è noioso, si svolge nel bel mezzo nel nulla; non conosco nessuno che abbia mai pensato “da grande voglio fare il raccoglitore frutta”. E qui si sono inventati una soluzione: mandiamoci gli stranieri.

Oltre a sottolineare questa che credo sia una soluzione che fa felici tutti, vorrei porre l’attenzione su quello che in fin dei conti è la ragione che mi ha spinto a scrivere questa email: IL SALARIO MINIMO.

In Australia esiste una legislazione che regola il lavoro (straordinari, bonus, tipo di contratto, diritti, paga minima e altre condizioni) di OGNI categoria di lavoratore. Esiste un sito web del governo in cui, inserendo i dati relativi al tuo lavoro, puoi calcolare il salario minino che ti spetta. Il mio salario era di 24.36$/h (circa 13€ netti) più una percentuale destinata al fondo pensionistico; guadagnavo 786.68$/settimana, circa 2000€ al mese per 38h di lavoro settimanale. E sapete una cosa? Frutta e verdura qua non costano più che in Italia.

Non ho una grande esperienza lavorativa in Italia, lì ho essenzialmente studiato e svolto due (che lo dico a fare? sottopagati) tirocini. Ma ho amici che lavorano nei call center per poco più di due euro l’ora o che lavorano 40h alla settimana per 800€ al mese.

Qua ho scoperto la dignità del lavoro. Puoi raccogliere fragole o fare il lavapiatti e hai diritto a un salario che ti garantisca un’esistenza dignitosa. Puoi permetterti l’affitto e anche una vacanza. Puoi fare la spesa senza contare i soldi per paura di non riuscire ad arrivare a fine mese.

Ho una laurea specialistica in ingegneria aerospaziale ma in Australia ho raccolto arance e fatto la cameriera. E non me ne vergogno, ne sono felice. Adesso vivo a Waterloo, un quartiere piuttosto centrale di Sydney. Pago 155$/settimana di affitto (bollette incluse); sono circa 420€/mese per una stanza tripla con letto a castello ma se ci penso non è molto diverso dai 270€/mese (bollette escluse) che pagavo per una stanza singola a Pisa.

Perché in Italia non abbiamo il salario minimo? Perché nessuno si lamenta? Perché nessuno ne parla? A cosa servono i sindacati? Perché ci accontentiamo in silenzio di 600€/mese?

So che sto un po’ generalizzando, so che chi protesta esiste, eccome. Ma dove vanno a finire le loro voci? O forse dovrei chiamarli sussurri ma non perché non urlano abbastanza, anzi.

So che parte della risposta riguarda l’ignoranza intesa proprio come il non essere a conoscenza dei propri diritti e di come altre realtà hanno trovato soluzioni efficienti. Ed è per questo che chiedo il vostro aiuto. Vi prego informate, raccontate, spiegate che un mondo diverso è possibile, non è fantascienza, ed a portata di mano.

Mi scuso per eventuali errori e stupidaggini che ho scritto e per il tono forse non abbastanza formale che ho avuto. Immagino che voi siate inondati di email come questa ogni giorno ma per me è la prima e non so bene come comportarmi. Vorrei abbracciarvi uno per uno per farvi capire quanto è importante quello che fate ma mi limito a un buona giornata e a presto.

Con affetto e sincerità,
Elena Arena

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