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Crisi economica e sud Italia: la nostra solidarietà dal basso arriva in Belgio

Ripubblichiamo l’intervista che abbiamo rilasciato all’europarlamentare belga del PTB Marc Botenga, qualche giorno fa!§
L’articolo originale è pubblicato su Solidaire.

D: Si legge che la situazione sociale al Sud è molto critica, che c’è gente che ha fame. È vero? Come mai?

Chiara Capretti, Napoli:
Verissimo, ed era prevedibile dal primo momento. Al Sud Italia abbiamo il 12% di famiglie in povertà assoluta, come la Romania. La povertà relativa è più che tripla rispetto al resto del paese – 28,2% a fronte dell’8,9% del Centro-Nord – perché composta da lavoratori poveri, molto spesso a nero o comunque sotto part-time e con retribuzioni bassissime. Con il lockdown migliaia di persone sono state licenziate o non sono comunque riuscite più a lavorare. Siamo di fronte all’epidemia sociale: la miseria.

Ruggero Marra, Reggio Calabria:
La situazione sociale in Calabria è disperata. Si tratta di una regione dove vi è un’altissima percentuale di lavoratori in nero e quando va meglio si tratta di lavoro “grigio”, ovvero contratti fittizi che penalizzano il lavoratore e mettono al riparo il datore di lavoro. Questa situazione sta facendo andare in sofferenza tantissime famiglie che non avendo alcuna tutela rischiano di patire la fame. Se i Governi non intervengono con misure serie e concrete si rischiano forti conflitti sociali.

Juliette Franco, Lecce:
È vero, al Sud si sta vivendo una condizione economica critica. Si sono già viste scene di insofferenza e rabbia, sebbene ancora non ci siano state eclatanti manifestazioni di malcontento.
L’aumento delle disuguaglianze in tutto il paese è una tendenza che si aggrava nel Mezzogiorno d’Italia. Nonostante alcuni indici lascino pensare che in Puglia ci troviamo meno in difficoltà di altre regioni del Sud, qui si registra comunque una maggiore diffusione della povertà rispetto alla media nazionale. La povertà non è soltanto una condizione che riguarda le fasce sociali più deboli e marginali, ma aggredisce anche pezzi consistenti di ceti medi. Con la crisi del 2008 sono stati persi 130.000 posti di lavoro, che solo in parte sono stati recuperati negli anni successivi (circa la metà). Le condizioni di lavoro scontano ancora una grossa presenza di lavoro povero e precario, a tempo determinato e part-time, con bassi salari. Per non parlare delle forme irregolari di lavoro, lavoro nero e grigio.
In questo quadro già fragile si innesca la crisi del coronavirus.

Christian Marino, Catania:
Qui in Sicilia c’è molta fame. Una povertà dilagante che interessa ampi strati della popolazione. La “Questione Meridionale”, la differenza tra il Nord industriale e il Sud abbandonato a sé stesso, dominato da signorotti che vanno a braccetto con la politica locale e tollerati, se non sostenuti, da quella nazionale, è un fattore che esiste fin dalla formazione nazionale del nostro Paese, una differenza mai colmata.
Qui c’è una economia sommersa, un mondo parallelo fatto di lavori in nero, occasionali, piccola delinquenza, in cui mafia e padroni sguazzano felicemente. Questa emergenza ha fatto emergere con forza l’assenza totale delle istituzioni in molti quartieri, zone d’ombra che, purtroppo, senza poter vivere come hanno sempre fatto non riescono più a portare un piatto a tavolo. Esistono, insomma, ancora oggi due Paesi, uno è più indietro dell’altro, nessuno schieramento politico se n’è mai fatto carico e anche adesso, con le misure intraprese, sembra facciano finta che tutto questo non esista.

Giuliano Granato, Napoli:
La situazione al Sud è già difficile in tempi normali. Ai tempi del coronavirus rischia di diventare tragica. Nella mia regione, la Campania, registriamo un tasso di disoccupazione del 20,7% e quella giovanile è spaventosa: il 53,6% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è senza lavoro. Parliamo di una percentuale che ci fa guadagnare il settimo posto in questa speciale classifica tra le Regioni europee (anche Sicilia e Calabria sono purtroppo ai primi posti) e che è addirittura più alta di quella della Grecia continentale, spesso presa a riferimento come sinonimo di “disastro sociale”.
La disoccupazione si accompagna a due fenomeni inquietanti: un rischio povertà che riguarda il 41% della popolazione e un’economia sommersa e “informale” che per il solo capoluogo, Napoli, si stima arrivi a produrre il 30% del PIL complessivo. Parliamo di lavoro nero o grigio, vale a dire di quelle forme di lavoro che non sono coperte da alcun contratto – e quindi da nessuna tutela, diritto o ammortizzatore sociale – o da contratti “finti” (ad esempio part-time che nei fatti sono full-time, finti volontari). Il boom del turismo (per la sola città di Napoli si è passati da 500.000 turisti all’anno nel 2008 a circa 10 milioni nel 2018) ha fatto esplodere anche queste figure. Ma ci sono anche tanti lavoratori alla giornata, mercatali, stagionali, parcheggiatori abusivi, che cominciano a sentire i morsi della fame.
Nel momento in cui la quarantena e il lockdown impongono di stare in casa, chi viveva alla giornata non sa più come fare. I risparmi, per chi li ha, sono spesso già erosi dalla crisi esplosa nel 2008, per cui non c’è grande autonomia: serve portare a casa ogni giorno qualcosa per poter mettere semplicemente il piatto a tavola. Anche perché il welfare state qui al Sud è più una chimera che una realtà.

D: Allo stesso tempo si legge che ci sono diverse iniziative di solidarietà e aiuto di tipo mutualistico, potete citarne 4, 5 e descrivere come funziona concretamente.

Chiara Capretti, Napoli:
La solidarietà dal basso si è attivata immediatamente. Lo abbiamo fatto noi con la rete delle Case del Popolo in tutto il paese ma anche la solidarietà per fortuna è diventata subito virale: sono nati tantissimi gruppi di volontari per assistere senza fissa dimora, cucire mascherine e distribuirle nei quartieri, organizzare la distribuzione di un pacco alimentare.
Noi abbiamo attivato innanzitutto due servizi, il telefono rosso e la distribuzione alimentare.
Il Telefono Rosso è una linea diretta per i lavoratori che è stata utilissima soprattutto nelle prime settimane di emergenza per dare voce e denunciare la realtà mostruosa delle fabbriche e dei luoghi di lavoro, in cui pur di portar avanti gli utili, si rischiava e si rischia ancora troppo il contagio, mancano protezioni adeguate e oggi molti imprenditori si rifiutano di richiedere persino gli ammortizzatori sociali per evitare controlli.
La distribuzione alimentare è stata fondamentale perché è partita subito, quando ancora le istituzioni non avevano messo in campo nulla per assistere le famiglie in difficoltà. Grazie a chi ha donato siamo riusciti ad assistere da subito centinaia di famiglie italiane e migranti con un pacco spesa bisettimanale, a intuire la tragedia sociale che stava prendendo forma e a incalzare immediatamente le istituzioni locali.

Ruggero Marra, Reggio Calabria:
Si sono attivate diverse reti di solidarietà. Noi ad esempio lavoriamo su più fronti: Facciamo la spesa alle persone che hanno serie difficoltà ad uscire da casa e distribuiamo pacchi alimentari a chi non può permettersi più di fare la spesa. Di solito chi ci contattava erano cittadini stranieri,oggi riceviamo molte chiamate da italiani. Proprio per rispondere al meglio a tutte queste esigenze abbiamo lanciato una campagna per costruire un “fondo popolare di solidarietà”. Stiamo inoltre ragionando di attivare nuove attività di mutualismo all’interno della nostra Casa del Popolo “Nuvola Rossa”, una struttura di quasi 400 metri quadrati da pochissimo di nostra proprietà.

Juliette Franco, Lecce:
Un papà due settimane fa ci ha contattato per segnalarci che nella scuola elementare frequentata dal figlio ci sono diversi bambini che a casa non hanno né un PC né la possibilità di poter pagare un abbonamento wi-fi per connettersi ad internet. La didattica a distanza è stata attivata dal Governo apparendo come lo strumento innovativo in grado di riuscire a colmare la distanza tra insegnanti e alunni e a permettere di portare avanti il programma scolastico. Nella realtà dei fatti è una soluzione discriminante in quanto taglia fuori tutte quelle famiglie che hanno meno risorse economiche, che non sanno utilizzare un PC, che non conoscono ancora bene la lingua italiana. È una soluzione che contribuisce a fomentare il disagio, la frustrazione, l’ esclusione sociale.

Quando la questione è stata sollevata da più voci a livello nazionale arrivando alle orecchie del governo, il Ministero dell’Istruzione ha promesso la distribuzione di PC alle famiglie più in difficoltà. Di fatto qui non è arrivato ancora nulla e sono settimane che alcuni alunni continuano a seguire le lezioni a distanza ed altri no. Per le famiglie che vivono in condizione di povertà (a Lecce è stato calcolato che sono una su tre) possedere un PC non rientra certo nelle priorità quotidiane.

A partire dalla testimonianza di quel papà e dall’osservazione che più che di “didattica a distanza” si tratta di “distanza della didattica” si è creato un gruppo di attivisti (di cui fa parte anche questo papà) che ha fatto partire una campagna per donare un PC alle famiglie che non lo possiedono e per invitare le persone ad “aprire” la propria rete wi-fi affinché possa essere accessibile ad altri gratuitamente. La campagna sta girando sui canali social e c’è un numero telefonico di riferimento al quale possono chiamare sia le famiglie in difficoltà sia le persone intenzionate a donare un PC.

Insieme a questa iniziativa la nostra Casa del Popolo “Silvia Picci” a Lecce ne ha messe in campo altre, seguite sempre da un gruppo di volontari della Casa e per ognuna delle quali ci sono numeri di riferimento da contattare, come la spesa a domicilio per tutte le persone che vivono da sole e hanno difficoltà a spostarsi da casa, una raccolta fondi per acquistare beni di prima necessità (alimenti e farmaci) per le persone in grave difficoltà economica che non rientrano in nessuna delle misure espresse nel decreto “Cura Italia” .

In Puglia il lavoro sommerso è estremamente diffuso (pensate ai braccianti agricoli, a chi lavora negli esercizi commerciali, nella ristorazione, nel supporto alle attività domestiche e in tanti altri settori) e moltissime persone escluse dagli interventi del governo continueranno ad essere invisibili e a subire più di altre la tragicità di questo momento.

Per essere vicini ai lavoratori che in questo periodo stanno affrontando problemi pesantissimi e che rischiano di diventare vittime di ingiustizie e abusi stiamo partecipando all’iniziativa nazionale di Potere al Popolo del Telefono Rosso con un gruppo di compagni che si stanno impegnando quotidianamente a seguirla e abbiamo fatto partire lo sportello “Emergenza fiscale” per orientare le persone sull’accesso ai sussidi attivati dal governo rispondendo a loro domande e difficoltà.

Per strutturare e coordinare ognuna di queste iniziative ci incontriamo in assemblea via skype due-tre volte a settimana e siamo in rete con le altre Case del Popolo per adottare dei protocolli comuni da rispettare sia in termini di organizzazione che di rispetto delle norme di sicurezza per contrastare la diffusione del COVID19.

Christian Marino, Catania:
La nostra terra, nonostante tutto, si è sempre distinta per i forti legami solidali. Qui nessuno rimane indietro. Ci si aiuta dai balconi, nei quartieri, nei vicoli stretti e lunghi. Poi ci sono realtà più organizzate, come quella di Potere al Popolo a Catania, la nostra insomma, che, attraverso le/i militanti della Casa del Popolo “Colapesce” e l’associazione “Gruppo Volontari Italia”, sta provando a far fronte alla diffusa crisi sociale, alle centinaia di famiglie indigenti che chiamano al nostro centralino, o che ci contattano privatamente, per fornirci informazioni e chiedere aiuto. Proviamo a provvedere con generi di prima necessità forniti da veri enti, dalla “Misericordia” (un ente legato alla Chiesa cattolica) al minimo indispensabile fornito dal Comune, oppure attraverso le donazioni che tante e tanti fanno direttamente a noi. Questo è un buon modo per far fronte insieme alle difficoltà, sentirsi più vicini tra simili, legare con persone indigenti e anche con le associazioni di volontariato che nel territorio si spendono da tempo ed anche tanto, l’unica vera presenza utile in certi luoghi abbandonati dalle istituzioni.

Giuliano Granato, Napoli:
Per fortuna le attività proliferano. Anche perché, dobbiamo dircelo, dinanzi al vuoto lasciato dallo Stato, ma anche dal Terzo Settore, vale a dire quel “privato sociale” cui è stato demandato il ruolo di sopperire alla distruzione del welfare state nel mondo dei servizi alla persona, non si può stare con le mani in mano. In molti casi è davvero questione di sopravvivenza.

BABYSITTING SOCIALE E SPESA PER GLI ANZIANI
Nelle prime settimane, quando il lockdown non era così stringente, sono nate iniziative di babysitting sociale: con le scuole chiuse, ma i posti di lavoro aperti, per molti genitori era diventato un problema capire a chi poter lasciare i figli. In diverse città sono dunque nate iniziative che mettevano in contatto giovani operatori con le famiglie che ne avevano necessità. Stesso discorso per la spesa solidale: spesso in maniera spontanea in diversi condomini sono apparsi volantini di giovani inquilini che davano disponibilità per andare a fare la spesa e consegnarla agli anziani del palazzo, così da evitar loro – i più esposti alla crisi sanitaria da coronavirus – di dover uscire di casa.

IL LAVORO: IL “TELEFONO ROSSO”
Inoltre, abbiamo lanciato quello che abbiamo chiamato “Telefono Rosso”, una linea telefonica nazionale, attiva tutti i giorni feriali, che permette a lavoratrici e lavoratori di chiamare per raccontare la situazione che stanno vivendo, per chiedere un consiglio, per avere informazioni sui provvedimenti che il governo emana e cambia ogni paio di giorni. Si è rivelato uno strumento formidabile. Abbiamo ricevuto più di 300 telefonate – con una media di circa 20 telefonate al giorno – da lavoratori di ogni parte d’Italia e ogni settore economico: dai call centre alle fabbriche, dalla ristorazione alla logistica, dal mondo dei lavoratori “autonomi” alle stagiste degli studi di avvocati e notai. Le storie venute fuori parlano di luoghi di lavoro in cui non vengono rispettate le minime condizioni di sicurezza (assenza di Dispositivi di Protezione Individuale, mancato rispetto del distanziamento sociale), di licenziamenti, riduzioni di paga, di utilizzo degli ammortizzatori sociali statali in maniera fraudolenta. Ma grazie al Telefono Rosso emergono anche storie di scioperi selvaggi o della sottrazione all’obbligo del lavoro col ricorso a quelle che Beverly Silver definisce “armi dei deboli”, cioè forme di protesta sotterranee, in primis il ricorso alla malattia retribuita: ci sono stati segnalati diversi casi in cui le aziende sono state costrette a fermarsi non per via degli scioperi, ma perché un 70%-80% dei dipendenti era assente per malattia!
Per parte nostra non ci limitiamo a dar consigli legali, anche perché spesso non bastano assolutamente. Un esempio? Il governo “consiglia” l’utilizzo dello smart-working, richiestissimo dai lavoratori che hanno paura di dover andare sul posto di lavoro. Che si fa quando l’imprenditore nega questa modalità, adducendo magari la motivazione di un presunto calo della produttività? Non c’è appiglio legale, bisogna allora provare a organizzarsi coi colleghi, possibilmente coadiuvati da un sindacato. La sfida è procedere sulla via dell’organizzazione anche in tempi in cui il rapporto de visu è precluso e c’è necessità di una “virtualizzazione” degli strumenti finora impiegati, l’invenzione di nuove forme.
In sintesi, sui posti di lavoro si sta producendo una battaglia fondamentale anche in chiave futura: da una parte la logica della difesa della vita, che ha natura universalistica, mostrando come gli interessi dei lavoratori siano di fatto gli stessi della gran parte della nostra società; dall’altra la logica del profitto, appannaggio di una minoranza ristretta.

I PACCHI ALIMENTARI
Infine, in diverse città e paesi sono nati gruppi che organizzano la distribuzione di pacchi alimentari. Molte famiglie che prima ne ricevevano sono rimaste senza alcun sostegno perché le associazioni del Terzo Settore e i servizi sociali di molti Comuni sono collassati. A Napoli abbiamo creato una linea telefonica che raccoglie le richieste. Con decine di volontari ci organizziamo per raccogliere o acquistare derrate alimentari (abbiamo lanciato anche una campagna di crowdfunding per finanziare la spesa); utilizziamo poi le nostre case del popolo, opportunamente sanificate, per preparare i “pacchi alimentari” e procediamo poi con viaggi quotidiani per la distribuzione. Facciamo affidamento anche su riferimenti territoriali, persone che abbiamo conosciuto nel corso degli anni e che ci permettono di arrivare a un’ampia rete sociale, senza correre il rischio di incorrere in truffatori o in approfittatori. Anche questo strumento di mutuo aiuto serve anche a “mappare” il nostro popolo, a far emergere bisogni che spesso sono molto profondi, oltre che provare ad organizzarsi insieme per fare in modo che ad essi diano risposta le istituzioni locali e nazionali.

D: Da un punto di vista sanitario, come evolve la situazione? L’epicentro sembra sempre essere il Nord? La sanità al Sud per ora regge?

Chiara Capretti, Napoli:
Al Sud il contagio è ancora contenuto, ma il sistema sanitario è già collassato. Veniamo da anni di commissariamento in cui ci dicevano che bisognava mettere i conti in regola rispetto alle spese sanitarie, anni in cui hanno chiuso ospedali, cancellato posti letto, regalato appalti alle cliniche private e soprattutto è stata completamente smantellata la medicina territoriale e quello che resta è in preda a una disorganizzazione incredibile.
Il personale medico e ospedaliero è stato lasciato senza protezioni adeguate e così il virus ha avuto spesso campo libero proprio in ospedale, già dai primi giorni si chiudevano e riaprivano i pronto soccorso per procedere alle sanificazioni. La rete del 118 (primo soccorso) è assolutamente insufficiente per fronteggiare l’emergenza, sono poco più di 20 le ambulanze a Napoli e si sta intervenendo spesso troppo tardi, quando l’ossigenazione è già bassissima e la corsa alla terapia intensiva è l’ultima speranza. Alla fine di quest’emergenza ci toccherà contare quante morti sono state dovute solo al Covid-19 e quante invece sono state causate dalle politiche di austerità promosse con ferocia in tutti questi anni.
Ruggero Marra, Reggio Calabria:
La sanità è stato sempre il nervo scoperto della nostra regione. Anni di tagli e speculazione hanno prodotto un corto-circuito del sistema che il COVID19 ha messo totalmente a nudo. Noi viviamo in una regione dove le aziende sanitarie vengono sciolte per mafia, l’unica risposta che arriva dallo stato si chiama “commissariamento”. Una strategia che si è dimostrata fallimentare e che ha fatto peggiorare la situazione. Bisogna investire in questo settore assumendo personale medico a tempo indeterminato e riaprendo e mettendo a norma le tante strutture ospedaliere territoriali che in questi anni sono state smantellate.

Juliette Franco, Lecce:
Da un punto di vista sanitario il Sud Italia sembra essere ancora esente dal collasso che ha subito la Sanità Lombarda e aggiungiamo per fortuna, visto che ciò a cui stiamo assistendo può lasciarci tutt’altro che tranquilli.
Attualmente la Puglia è ben lontana dal numero di casi e di decessi riportati nel Nord d’Italia, e anche l’andamento dei nuovi casi e dei decessi sembra essere di una portata notevolmente minore.
La Regione Puglia si è subito prodigata a creare dei centri COVID e a dotarsi di un commissario molto competente, in alcuni casi abbiamo assistito a corse propagandistiche all’inaugurazione di nuovi reparti anche creando cortocircuiti amministrativi nell’acquisizione di forniture e con molti annunci e pochi fatti concreti.
Un operatore sanitario del Reparto di Infettivologia dell’Ospedale “Vito Fazzi” di Lecce, dove ad oggi sono ricoverati una ventina di pazienti positivi al COVID 19, ci ha raccontato situazioni drammatiche a tutti i livelli. L’enorme solitudine degli ammalati, spesso anziani, che combattono contro la malattia lontani dai propri affetti, la disperazione dei familiari, che non possono effettuare visite e ricevono notizie dei loro congiunti col contagocce, le difficoltà e l’altissimo senso di responsabilità degli operatori sanitari, che si trovano ad operare al limite delle loro forze per salvare vite umane con una carenza cronica di DPI incluse tute da terapia intensiva riutilizzate per diversi giorni e anche per più ore al giorno, quando le buone pratiche prevederebbero di sostituirle ogni 2-3 ore di lavoro.
Del 2 aprile la chiusura dell’intero reparto di Pneumologia del Perrino di Brindisi, occorre considerare che molti dei focolai esplosi in Puglia, come Copertino e Altamura, riguardano Operatori Sanitari con focolai esplosi in Ospedali e Case di Riposo e alta è la presenza di Medici ed Operatori Sanitari tra i contagiati.
In sintesi, quindi, assistiamo ad un Sistema Sanitario Pugliese che appare in forte sofferenza per via dei tagli e delle privatizzazioni subite in questi anni; non rimane quindi che sperare che la situazione evolva per il meglio per non assistere a numeri e decessi supponiamo ben più gravi di quando accaduto in altre parti d’Italia.

Christian Marino, Catania:
I contagi in Sicilia sono attualmente stabili, ma sembra che non si esca mai realmente da questa situazione. Gli ospedali al momento reggono, ma ammetto che se ciò che è accaduto in Lombardia fosse successo qui, non credo ce l’avremmo fatta. Proprio qui a Catania negli ultimi messi hanno chiuso quattro ospedali nei quartieri popolari del centro per farne uno in periferia. Il personale è poco, sempre più ridotto, la situazione è tragica e se i contagi dovessero aumentare potrebbe diventare impossibile reggere l’urto. Mi viene da pensare solo una cosa: un Paese civile e democratico, una delle prime cose che deve fare, è rendere la sanità efficiente, pubblica, gratuita.

Giuliano Granato, Napoli:
Un giorno ci dicono che la situazione si sta stabilizzando e un altro che c’è stato un nuovo picco di contagi e morti. La verità è che le condizioni continuano a essere critiche e i morti continuano a contarsi a migliaia.
L’epicentro è al Nord e per certi versi verrebbe da dirsi “meno male!”. Perché il sistema sanitario qui al Sud è già in condizioni difficilissime.
Per anni la sanità è stata finanziata e governata all’insegna dell’austerity: in Italia, ad esempio, la spesa sanitaria è di 1.844€ per abitante, la metà di quella tedesca; se nel 2012 avevamo 12,5 posti letto in terapia intensiva ogni 100.000 abitanti – contro i 15,9 del Belgio – nel febbraio 2020 erano scesi a 8,58 (pari a 5.179 in numeri assoluti); negli ultimi 10 anni abbiamo affrontato tagli per 37 miliardi di euro (finanziamenti promessi dai vari governi e mai realizzati o ridotti).
Una sanità che non è più davvero gratuita, almeno non a tutti i suoi livelli, significa anche che più di 4 milioni di persone in Italia rinuncia alle cure per motivi economici. E altri 2 milioni rinunciano perché i tempi di attesa sono troppo lunghi. Anche la crisi sanitaria non è uguale per tutti…
Se l’Italia già è andata incontro a una cura da cavallo, per il Sud la situazione è addirittura peggiore. Il Sud, infatti, occupa l’ultimo posto in Europa per aspettativa di vita. A Napoli si vive 8 anni in meno che nel resto d’Europa e 2 anni in meno rispetto alla media nazionale.
In Campania abbiamo molti record, tutti negativi. Siamo la prima Regione d’Italia per mortalità materna. La provincia di Caserta ha il tasso di mortalità infantile più alto del Belpaese: 3,6 bambini ogni 1.000 nati, a fronte di una media nazionale pari a 2,8. Siamo all’ultimo posto per “mortalità evitabile”, l’indicatore che valuta i decessi legati alla scarsa qualità dei servizi sanitari. Anche in termini di strutture il Sud è messo peggio del Nord. Se a livello nazionale abbiamo 3,7 posti letto ogni 10.000 abitanti in Campania ne abbiamo solo 3,2. Di fronte a questa carenza, sguazza il privato. I posti letto del privato accreditato, infatti, sono 1,6 ogni 1.000 abitanti, contro gli 0,75 della media nazionale.
Decenni di austerity hanno significato chiusura di tanti ospedali e strutture di quartiere, inseguendo l’idea di pochi poli di eccellenza (che tra l’altro in molti casi nemmeno sono stati realizzati). Si è insomma inseguito un modello che non tiene in alcun conto la centralità della capillarità del sistema sanitario e di una cultura della prevenzione.
Inoltre, già da tempo, l’Italia non produce quasi più né dispositivi né macchinari medicali: né mascherine, né tute né ventilatori polmonari, tanto per citarne alcuni. Nella divisione internazionale del lavoro la nostra classe dirigente e imprenditoriale ha valutato che si trattasse di investimenti a perdere e ha dunque assegnato ad altri Paesi, che potevano godere di quelli che chiamano “vantaggi competitivi”, il compito di produrli. Ora che la crisi si è abbattuta sull’Italia forse qualcuno si sta rendendo conto che sanità pubblica non significa solo strutture (ospedali, ambulatori, guardie mediche) e personale (medici, infermieri, operatori sanitari, lavoratrici delle pulizie – che non vengono quasi mai menzionate e sono davvero in prima linea!), ma anche dispositivi e macchinari medicali. Molte imprese private stanno riconvertendo le attività per produrre queste merci – e spesso lo fanno per poter rientrare nei settori di attività la cui apertura è consentita dai decreti governativi, ma il problema rimane. Possiamo lasciare nelle mani del privato, che sia italiano o straniero, la produzione di dispositivi e macchinari che si sono rivelati indispensabili per garantirci il diritto alla vita?

D: Ci sono degli aiuti adesso da parte dello Stato che sono stati promessi, soprattutto alle autorità locali, che ne pensate, basteranno? Cosa ci dovrebbe, cosa si aspetta la gente da parte dello Stato?

Chiara Capretti, Napoli:
Le misure per l’acquisto di beni di prima necessità sono state un primo passo, purtroppo completamente insufficiente. Parliamo di 400 milioni per tutti i comuni in una stima approssimativa di più o meno 100 euro a famiglia. Per questo i criteri di accesso che stanno elaborando i Comuni sono molto restrittivi e escluderanno una fascia ampia della popolazione che ne avrebbe bisogno. I Comuni inoltre, soprattutto al Sud – dove come dicevamo risiede la maggior parte della popolazione in stato di necessità assoluta – sono da anni in stato di dissesto a causa dei tagli ai trasferimenti e della crisi economica, non hanno personale adeguato per far fronte alle esigenze ordinarie, figuriamoci ad un’emergenza come questa.
A nostro avviso servirebbe il coraggio di prendere i soldi dove stanno, di stabilire finalmente un principio di giustizia sociale. La ricchezza privata in Italia non manca, non si capisce cosa debbano fare le famiglie milionarie con questi soldi in questo momento mentre ci sono milioni di persone che sono rinchiuse in case fatiscenti, contando gli ultimi risparmi per garantirsi una spesa.
Non bastano i buoni spesa, serve un Reddito di Emergenza per far fronte a questi mesi di estrema necessità.

Ruggero Marra, Reggio Calabria:
Gli aiuti promessi dallo stato sono totalmente insufficienti, si tratta di qualche buono spesa che non dà respiro alle persone in difficoltà. Bisogna mettere in campo una proposta seria per garantire un reddito dignitoso a tutti i soggetti deboli che stanno pagando gli effetti di questa crisi.

Juliette Franco, Lecce:
Da noi le misure previste dal governo, pensiamo al bonus di 600€, hanno dato una risposta parziale e insufficiente, dimenticando le condizioni economiche di tanti precari, lavoratori in nero, informali, domestici, partite IVA a basso reddito. Esiste una consistente fetta di lavoratori che rischia di naufragare senza alcuna entrata, specie nel nostro territorio, la provincia di Lecce, caratterizzata da un’economia basata in buona parte su agricoltura e turismo, con il terziario e tutti i servizi collegati, dalla ristorazione allo spettacolo.
Per altro verso, le altre misure del governo prevedono buoni spesa e altri provvedimenti che, in questa situazione, appaiono più come rimedi tampone. Hanno messo un po’ di soldi nelle casse dei comuni per gestire in maniera delocalizzata la sofferenza sociale nei territori, ma senza coordinamento e regole. Soprattutto, queste misure ci pare non possano sopperire a lungo alle necessità di chi ha veramente bisogno. Si tratta di aiuti temporanei che non hanno la capacità di affrontare la situazione in maniera strutturale.
Dopo quasi un mese di lockdown le difficoltà per molti iniziano a venire fuori. Con il passare delle settimane e dei mesi e la pesante crisi sociale ed economica ormai alle porte, la situazione potrebbe peggiorare notevolmente per una grossa parte della nostra gente.

Christian Marino, Catania:
Sono insufficienti, e quel poco che c’è è rallentato, sta dentro una gabbia fatta di burocrazia. Nell’emergenza sarebbe bastato immettere liquidità, garantire un reddito a tutte e tutti coloro reddito non ne hanno. E invece lo Stato dà soldi, davvero pochi in realtà, agli Enti locali, poco attrezzati per gestire una situazione del genere, che a loro volta formulano criteri e metodologie di emissione solitamente in buoni spesa; qui a Catania ci stiamo rendendo conto di quanto sia lento questo procedimento e soprattutto insufficiente per far fronte alle numerose richieste della popolazione in difficoltà. La gente vuole aiuti hic et nunc. Sta male adesso. Tra un mese, quando forse la burocrazia permetterà il sostegno alle famiglie, le persone non avranno da mangiare da settimane e né le associazioni, né noi, né la tanta gente di buona volontà che sta provando ad aiutare, riuscirà a risolvere il problema. La situazione è esplosiva e, se lo Stato non dovesse dare risposte concrete, sarà davvero difficile evitare che esploda.

Giuliano Granato, Napoli:
Le misure messe in campo dal Governo sono assolutamente insufficienti. Di fronte ad altri Paesi, che stanno mobilitando risorse pari a circa il 10% del PIL, l’Italia, il Paese più colpito in Europa, ne stanzia per un valore di circa il 2%. E anche l’atteso provvedimento di aprile, non dovrebbe mutare di troppo il quadro, visto che si parla di ulteriori 25/30 miliardi di euro, che raddoppierebbero quelli stanziati a marzo.
Servirebbe in realtà un piano. E pure ambizioso. Di fronte a una crisi sanitaria che sta facendo esplodere anche una crisi economica che già soggiaceva, bisognerebbe mettere la difesa dei lavoratori e delle fasce popolari al primo posto. “Whatever it takes”.
Il provvedimento varato per marzo, ad esempio, prevede circa 10 miliardi di euro per ammortizzatori sociali per lavoratori. In particolare si allargano le maglie della Cassa Integrazione Ordinaria (uno strumento che garantisce l’80% dello stipendio ai lavoratori di aziende in crisi o in fase di ristrutturazione) e si implementa un bonus una tantum da 600€ per i lavoratori autonomi. Bisognerebbe però pensare a misure di carattere strutturale, perché la crisi non sarà congiunturale. Ad esempio, a mio parere occorrerebbe un “reddito d’emergenza”, come frutto di una riforma del “reddito di cittadinanza” introdotto dal governo Lega-M5S per includere fette più larghe del nostro popolo. In particolare tutte quelle categorie di lavoratori ad oggi ancora fuori da qualsiasi misura governativa: i lavoratori a nero (circa 3,7 milioni in tutta Italia), ma anche stagionali aeroportuali, lavoratori a chiamata, ecc.. C’è una fortissima richiesta di Stato, di intervento pubblico. A tutela sia della salute che dei redditi. È ovvio che servano tanti soldi, ma se si vuole trovarli si trovano. Ad esempio, si può introdurre una “Corona Tax” sui grandi patrimoni, anche perché in Italia c’è uno dei più alti livelli di ricchezza privata. O tagliare le spese militari, sospendere i pagamenti per la NATO.
Il provvedimento governativo che ha stabilito fondi per i Comuni per affrontare l’“emergenza fame”, sono purtroppo ben poca cosa, come denunciato dagli stessi sindaci. I 4,3 miliardi di euro non sono altro che un anticipo di un trasferimento già previsto per il 2020 e in molti casi serviranno semplicemente a coprire gli ammanchi di cassa dovuti ai mancati introiti da tasse locali. I 400 milioni, frutto di un’ordinanza della Protezione Civile, sono anch’essi un trasferimento di fondi già esistenti. Si tratta di circa 200€ a famiglia, se calcoliamo solo quelle considerate “in povertà” già prima dell’irruzione sulla scena del coronavirus (ora si scende ulteriormente). È chiaro che possono bastare per pochissimo tempo. Alleviano la fame, ma non risolvono il problema in alcun modo. Inoltre, il Governo ha scaricato sui Comuni il peso dell’utilizzo dei fondi e della distribuzione del cibo. Peccato che i tagli che negli anni hanno subito i Comuni abbia comportato servizi sociali allo sbando, per cui è difficile immaginare un’estrema efficienza. E, last but not least, ci stiamo organizzando affinché tutto venga fatto all’insegna della trasparenza, organizzandoci per un controllo popolare dal basso sull’utilizzo di questi fondi, affinché non vengano spesi per dispensare favori e costruire clientele politiche. È la logica che usa anche la criminalità organizzata: ti do la spesa, sopperendo a un bisogno, e ti lego a me, così che sarai mio debitore.

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