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[MARANO] L’emergenza Covid19 ed una nostra analisi

Il problema non sono i poveri ma la povertà!

Sono passati oltre 60 giorni da quando è scoppiata la pandemia e non c’è stato un solo giorno in cui non siamo stati letteralmente bombardati da notizie, analisi e aggiornamenti di tutti i tipi, a volte anche contrastanti e antitetici tra di loro.

Abbiamo ascoltato il parere di tutti: dal piccolo industriale al pezzo grosso di Confindustria, passando per il parrucchiere, il barista, il pizzaiolo e il ristoratore finendo con l’avvocato ed anche il notaio. Abbiamo sentito parlare di perdite con cifre a sei o nove zeri e di aiuti da destinare a qualsiasi categoria possibile e immaginabile (sulla carta ovviamente). Quello che non abbiamo mai ascoltato in questi lunghi giorni è stato il parere dei lavoratori e delle lavoratrici di questo paese. Non una volta che si fosse chiesto a chi è stato costretto a non fermarsi per la fame di guadagno di qualcuno cosa volesse. Eppure, sin dal primo giorno, tutti i politici e imprenditori si sono sbracciati per dire che eravamo tutti sulla stessa barca, un’affermazione tanto abusata quanto falsa. Perché se c’è una cosa che questa pandemia ci ha confermato sono le enormi diseguaglianze sociali di questo paese che ad ogni crisi o evento imprevisto aumentano sempre di più, non per caso ma per una chiara volontà politica.

E così, tra un piagnisteo e l’altro, condito da un po’ di mielosa retorica su quanto sia grande il popolo italico, è iniziata la cosiddetta Fase 2, che ha restituito – a chi era a casa – un briciolo di libertà personale permettendo di uscire per andare a visitare i propri “affetti stabili” mentre per i lavoratori e le lavoratrici è cambiato ben poco visto che loro non hanno mai smesso di uscire di casa per andare a lavorare. Così come poco o nulla è cambiato per tutti quei lavoratori e lavoratrici in attesa – oramai da due mesi – degli ammortizzatori sociali e/o sussidi promessi dal governo che, a dirla tutta, rappresentano le briciole dei fondi stanziati considerato le ingenti somme – dirette e indirette – elargite ai grandi imprenditori e alle grandi aziende di questo paese. Per non parlare degli “invisibili”, ovvero tutti quei lavoratori e lavoratrici a nero o grigio (e non per scelta come ci vogliono far credere!), i migranti e le migranti, i disoccupati e le disoccupate per cui nulla o quasi è stato fatto…e fortuna che dicevano che eravamo tutti sulla stessa barca.

E così mentre alle grandi aziende veniva solo apparentemente imposto il lockdown – bastava infatti una semplice autocertificazione per continuare a produrre, spesso e volentieri senza neanche rispettare i nuovi e basilari criteri di sicurezza sanitaria – una parte di paese subiva le pesanti conseguenze della crisi legata al covid, senza che il governo facesse nulla, anzi. Migliaia e migliaia di piccole attività commerciali chiuse, centinaia di migliaia di lavoratori stagionali che si sono ritrovati dall’oggi al domani senza un reddito e senza uno straccio di aiuto statale, centinaia di migliaia di famiglie piombate nella povertà – relativa o assoluta – nel silenzio assordante delle nostre istituzioni che intanto – a tutti i livelli – si affannavano a parlare di tutto tranne che dei problemi del popolo di questo paese.


Una tendenza che emerge anche analizzando le politiche securitarie messe in campo in tutto il paese per far fronte all’emergenza sanitaria: misure – spesso e volentieri – legittimate da una retorica che ha centrato a pieno l’obiettivo di scaricare e dirottare sui cittadini e sui singoli, decenni di politiche fatte di tagli alla spesa pubblica che hanno reso la nostra sanità e il sistema Paese, un vero e proprio colabrodo.

E vogliamo chiarire che noi non abbiamo mai sostenuto un pericoloso “liberi tutti” ma anzi come Potere al Popolo! siamo stati i primi a fare appello alla responsabilità collettiva per limitare al massimo le uscite, ma nel farlo abbiamo sempre denunciato e criticato la criminalizzazione di quei comportamenti innocui che venivano descritti come la causa dell’avanzare del virus. Ma soprattutto abbiamo da subito reclamato un Reddito di Quarantena per tutti e tutte perché ci provassero loro a vivere mesi e mesi senza lavoro e senza alcun tipo di reddito e/o sussidio.

E’ evidente, a voler mettere tutto all’interno di un quadro complessivo, che la crisi – lungi dall’essere un elemento sovrannaturale – in realtà è l’ennesima occasione colta dai padroni e dagli speculatori per modellare ulteriormente a loro immagine e somiglianza una società dove ingiustizia e disuguaglianze sociali sono sempre maggiori.

L’attuale situazione sociale ed economica a Marano di Napoli

L’inchiesta condotta, basata sullo studio dei dati in nostro possesso – mira ad un’analisi che abbia lo scopo di tracciare chi siano in questo momento le persone e fasce sociali che subiscono maggiormente la crisi.

Il nostro lavoro territoriale che portiamo avanti da due anni e che nei mesi di emergenza ci ha visto in prima linea nella consegna di beni di prima necessità ovvero di mascherine e pacchi alimentari ci ha portato al poter effettuare un’inchiesta vera e propria.

Un lavoro che inizialmente non credevamo potesse assumere questa importanza ma che ci ha portato dalle prime domande sul Come state? del primo momento, dove chiamare il numero che avevamo messo a disposizione per la richiesta di aiuti si trasformava anche in un modo per sfogare la difficoltà dovuta non solo alla crisi economica, ma anche all’isolamento e a tutti i disagi annessi a questo, al qual è la vostra situazione lavorativa? quanti ne siete in famiglia? come arrivate a fine mese? Ed è a partire da questi dati che possiamo fare un ragionamento su quello che è il tessuto sociale del nostro territorio, che cozza con la narrazione imperante sul sud parassita e pigro, e provare ad immaginare delle risposte reali e concrete per supportare la nostra comunità composta da migliaia di “invisibili”.

Partiamo dai primi dati: siamo riusciti a consegnare aiuti ad oltre 90 famiglie, per un totale di 305 persone. Le famiglie che hanno ricevuto gli aiuti alimentari sono perlopiù italiane quindi con persone nate in Italia e con residenza nei comuni di Marano/Mugnano e dei comuni limitrofi, mentre 37 famiglie sono straniere, famiglie che in molti casi per questioni politico-burocratiche non possono ricevere altri tipi di assistenza.


Le strutture familiari vedono poi la prevalenza di famiglie con uno o due figli, molti anche i casi di famiglie popolose, mentre i dati relativi a 1-2 persone si riferiscono spesso a persone anziane che vivono da sole o con il coniuge.

Per le fonti di sostentamento si rileva una percentuale altissima di lavoratori a nero che nella maggior parte dei casi oggi non lavora più o comunque non ha lavorato durante il lockdown, e che si sono ritrovati durante la crisi sanitaria senza alcuna entrata, mentre sono indicati come “Disoccupato” le persone che all’inizio del lockdown non lavoravano.

Dei lavoratori a nero le mansioni più diffuse risultano essere quelle di muratore assieme a quelle relative alla cura di anziani che durante la crisi sanitaria non hanno ricevuto alcun tipo di retribuzione.

I lavoratori totali (a nero, con un contratto e stagionali) sono per il 65% uomini e tutte le donne che ci hanno contattato lavorano a nero.
Un numero che si rispecchia pienamente nei dati forniti dal rapporto ISFOL- Dimensione di genere e lavoro sommerso: il 47,4% dell’occupazione irregolare è donna e dal rapporto ISTAT Conciliazione Tra Lavoro E Famiglia – Anno 2018 del novembre 2019, che stima all’11,1% la percentuale di donne con almeno un figlio che non hanno mai lavorato per prendersi cura della famiglia e al 38,3% la quota di occupate tra i 18 ed i 64 anni con figli sotto i 15 anni che ha modificato aspetti professionali per conciliare lavoro e famiglia.

Se a questi dati aggiungiamo quelli relativi alle persone che hanno fatto richiesta dei Buoni Spesa Comunali o che a vario genere ci hanno scritto o telefonato per avere informazioni sui diversi sussidi regionali e comunali previsti appositamente per far fronte a questa emergenza il quadro che ne vien fuori è ancora più tragico. Parliamo di decine e decine di famiglie – su una popolazione complessiva di circa 60.000 abitanti – che vivono o di lavoro nero o dei sussidi statali 1 tantissime delle quali non sapranno se torneranno o meno a lavorare una volta terminata l’emergenza. Per non parlare dei tanti piccoli commercianti del territorio che hanno dovuto chiudere per il lockdown e che ancora oggi sono in attesa di capire quale sarà il loro destino che non promette nulla di buono se si considera che all’obbligo di chiusura non sono seguite misure di sostegno adeguate – né nazionali né tanto meno comunali – per rendere economicamente meno pesante lo stop obbligato alle attività.

Un disagio sociale ed economico che si è manifestato apertamente “grazie” al lockdown, ma che evidentemente era preesistente a esso e la cui soluzione deve necessariamente prevedere l’adozione di una serie coordinata di misure economiche e sociali di cui deve farsi carico l’amministrazione comunale – in maniera diretta o indiretta coinvolgendo gli enti pubblici regionali e statali. L’amministrazione comunale dovrebbe, innanzitutto, conoscere a fondo la propria comunità, portando avanti un’indagine seria e completa sulla composizione sociale ed economica della popolazione maranese e pubblicando dati certi sulla percentuale di disoccupazione locale, sulla popolazione a rischio malnutrizione e/o esclusione e marginalizzazione sociale, sulla popolazione in difficoltà abitativa etc etc.

Pensare di poter andare avanti, così come si sta facendo, con i vecchi elenchi dei Servizi Sociali vuol dire non rendersi conto (o voler far finta di non capire) che questa emergenza ha causato un considerevole peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, relegando tantissime nuove famiglie alla povertà relativa o assoluta. Se ancora non fosse chiara la gravità della situazione basti pensare che gli ultimi dati rilevati da Eurostat in Campania (Statistiche sulla Povertà di reddito relative al 2018 Eurostat/Statistics-explained) davano come percentuale di popolazione a rischio povertà un numero clamoroso: 41,4%. E parliamo di dati che rappresentano la situazione prima del Covid19. Quando parliamo di “rischio povertà” abbiamo la possibilità di vedere la situazione in movimento. Ecco, allora, il 41,4 % di cui parlavamo prima che rappresenta la percentuale più elevate in tutta l’Unione Europea, fotografa un grosso e continuo aumento di numeri, (infatti al 2017 i dati erano del 34%). Se aumentano le famiglie a rischio povertà, se il 35,9% dei giovani, ha come sostentamento solo il proprio nucleo familiare di appartenenza, vuol dire che nulla è stato fatto. Nessun piano di interventi sociali ed economici, nessun programma politico. E l’emergenza legata al coronavirus ha solo accentuato una situazione già di per sé disastrosa.

Ma allora cosa possiamo fare e cosa dobbiamo pretendere?

Partendo dai dati in nostro possesso, dalle statistiche elaborate dai diversi istituti di ricerca e statistica e dall’esperienza diretta accumulata in questi anni che ci hanno permesso di confrontarci ed ascoltare le esigenze di una grossa parte della comunità maranese abbiamo elaborato alcune proposte che reputiamo fondamentali per resistere a questa crisi e mettere la basi per la costruzione di una reale comunità solida e solidale, dove ognuno faccia la propria parte a seconda delle proprie possibilità e soprattutto dove gli ultimi e gli invisibili non vengano mai più abbandonati al proprio destino.

  • Servizi Sociali: Solidarietà e Presa in Carico delle persone in difficoltà

Quanto messo in pratica – non solo durante questo periodo emergenziale – dal comune di Marano di Napoli con il settore delle Politiche Sociali è decisamente insufficiente e poco tempestivo.
Non abbiamo problemi a dire che se non fosse per la solidarietà e le attività mutualistiche messe in campo da alcune organizzazioni sociali del territorio e da alcune parrocchie l’attuale situazione di fragilità economica e sociale di tantissime famiglie sarebbe decisamente peggiore.

Sul fronte dei Buoni Spesa Comunali, a maggio si aspetta ancora il sesto elenco degli ammessi ai buoni spesa e la mancanza di una graduatoria unica cui fare riferimento getta ancor di più le persone nella disperazione. Al momento si ignora quante domande siano arrivate in totale.
Spasmodicamente si cerca di capire il criterio di selezione, si chiama ai numeri messi a disposizione ripetutamente e inutilmente, le persone vogliono capire se hanno avuto o meno questo poco di respiro rappresentato dai buoni spesa. E nel frattempo anche chi lo ha avuto ci racconta della mortificazione di vedersi tolto dalla spesa un pacco di merendine per i figli perché “questo non è un bene di prima necessità”.
Questa emergenza – come dicevamo – ha ampliato moltissimo la categoria dei “nuovi poveri” famiglie che fino a ieri riuscivano a vivere con dignità sono sprofondate in un vortice senza appigli.
Sappiamo bene che i fondi stanziati dal governo sono briciole e che con l’aggravarsi della situazione quella percentuale del 41,4% che non è solo un numero perché dentro ci sono persone come noi, aumenterà vertiginosamente, lo sappiamo bene, ma niente sarà pronto se non saremo noi a farci sentire.
Le istituzioni devono farsi carico di tutte le donne e gli uomini in difficoltà. Essere un comune in dissesto non può diventare la scusa per non affrontare con maggiore consapevolezza questa emergenza e soprattutto per fare gli interessi del popolo!

Del resto alcuni fondamentali accorgimenti per gettare le basi di un supporto ai cittadini e alle cittadine in difficoltà nel breve periodo sono a costo zero. Chiediamo:

  1. Che l’elenco delle famiglie con accesso alle politiche sociali venga urgentemente aggiornato ed implementato perché ancora troppe persone risultano invisibili agli occhi del Comune. A tal fine proponiamo di creare un tavolo permanente di confronto e coordinamento con le organizzazioni sociali ed associative (laiche e religiose) territoriali;
  2. La stipula di protocolli di collaborazione con la grande e piccola distribuzione sulla gestione dei beni alimentari non venduti come da legge 155 del 16/7/2003 organizzando un tavolo di lavoro per coordinarne la distribuzione attraverso ad esempio il servizio della mensa popolare (che potrebbe “creare” anche nuovi posti di lavoro) o dei pacchi alimentari, il tutto in modo trasparente con il coinvolgimento di una rappresentanza di cittadini e cittadine per effettuare il controllo popolare fondamentale a garantirne il corretto funzionamento;
  3. L’adesione al Banco Alimentare Campano per reperire con costanza ulteriori beni di prima necessità da poter destinare alle famiglie in difficoltà;
  4. Il prolungamento dell’erogazione dei Buoni Spesa – rivedendone i criteri di accesso – fino al termine dell’emergenza chiedendo alla grande distribuzione ma anche a quei commercianti che meno hanno subito le conseguenze dell’emergenza di garantire periodicamente un determinato quantitativo di prodotti alimentari da distribuire a tutti coloro che ne hanno bisogno;
  5. La presa in carico da parte dell’amministrazione comunale dei problemi abitativi della popolazione maranese e quindi la continuazione nel tempo del sostegno agli affitti, unitamente a un’opera di controllo e calmierazione dei canoni di fitto;
  6. L’istituzione di una scuola di italiano per migranti e non, così da creare i presupposti per una reale integrazione culturale e per facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro.
  •  Un piano occupazionale a breve e medio termine

Come abbiamo spesso detto la solidarietà per quanto fondamentale non può e non deve rappresentare l’unica risposta all’emergenza sociale ed economica che sta travolgendo la nostra comunità e non solo. Riteniamo, inoltre, che il Comune non possa assolutamente limitarsi alla solidarietà (che tra l’altro neanche è in grado di mettere in campo in questo periodo) ma debba lavorare ad un piano strutturale per l’occupazione dei disoccupati e le disoccupate del proprio territorio.

Alla luce di questa breve premessa chiediamo:

  1. L’affidamento diretto dei lavori da fare sul territorio comunale di importo inferiore a 40.000 euro come previsto dall’art. 1, comma 20, lettera h) del D.L. n. 32/2019, convertito dalla Legge 14 giugno 2019, n. 55, a partire da tutti quei “nuovi” lavori necessari per traghettare il nostro territorio fuori dall’emergenza come ad esempio la sanificazione del territorio, ai disoccupati e alle disoccupate del nostro territorio regolarmente iscritti al Centro per l’Impiego;
  2. L’erogazione – in base alle tipologie di lavoro da effettuare e/o alle richieste del mercato – di corsi di formazione professionale per i disoccupati e le disoccupate cosi da facilitare il loro percorso di inserimento nel mondo del lavoro;
  3. La riassegnazione degli Orti Sociali attualmente abbandonati e in stato di degrado ai disoccupati, regolarmente iscritti al Centro per l’Impiego, che ne facciano richiesta e la creazione di nuovi orti sociali individuando fin da ora i terreni comunali da adibire a tale scopo;
  • Un piano per far ripartire il commercio e l’economia locale

Se come detto tantissimi lavoratori e lavoratrici a nero o a grigio hanno visto improvvisamente venir meno qualsiasi forma – seppur minima di reddito non si può dire che il mondo del piccolo commercio se la stia vivendo meglio.
Per questo, e alla luce del fatto che i piccoli commercianti del territorio rappresentano il cuore pulsante dell’economia del nostro territorio abbiamo – in collaborazione con Impresa Marano – messo giù alcune proposte da avanzare sia per quel che riguarda i tributi sia per quel che riguarda le attività economiche nello specifico e del lavoro ad esse connesso.

Ma prima una doverosa premessa: crediamo, innanzitutto, che in una situazione d’emergenza come quella che stiamo vivendo, non sia possibile ragionare in termini “normali” ragion per cui anche essendo il Comune in dissesto si dovrebbe battere affinché il governo Regionale e/o nazionale venga in contro alle esigenze delle comunità locali che non hanno alcuna colpa se un comune è in dissesto. Sappiamo benissimo che alcune delle proposte sono già state avanzate dalla stessa amministrazione locale e bocciate dalla Corte dei Conti, ma riteniamo che sia assurdo non pretendere la sospensione dei vincoli di spesa posti al bilancio a causa del dissesto finanziario, in un momento in cui i cittadini e le cittadine, i commercianti e le commercianti non possono assolutamente sostenere le imposte al massimo dei livelli consentiti dalla legge ed hanno più bisogno di sostegno.

E per questo che riteniamo indispensabile che il Sindaco costruisca una proposta credibile attraverso l’ANCI, coinvolgendo tutti i comuni in dissesto affinché facciano pressioni alle Regioni/Stato per la sospensione dei tributi e affinché venga istituito un fondo emergenziale Covid per sostenere l’economia dei piccoli paesi e dei cittadini e prevedere per tutti quei lavoratori e lavoratrici a nero che sembrano essere dei fantasmi all’interno del sistema lavorativo italiano e per tutti quei commercianti che ne abbiano diritto un reddito di quarantena.
Chiediamo di mettere in atto misure straordinarie con l’obiettivo primario di supportare e sostenere in maniera concreta lavoratori e famiglie, anche perché il ruolo del Comune dovrebbe essere proprio quello di fare il massimo per il bene della propria comunità. Nello specifico chiediamo:

  1. D’impegnarsi nella lotta al lavoro nero, garantendo controlli serrati, evitando episodi sia di sciacallaggio che di sfruttamento, rendendo il rispetto delle norme contrattuali dei lavoratori requisito indispensabile per usufruire di eventuali aiuti economici o agevolazioni tributarie e di quanto segue;
  2. La sospensione dei gettiti comunali per coloro che sono in difficoltà economica;
  3. La sospensione della TOSAP e del Canone OSAP per l’occupazione del suolo pubblico per spazi ed aree pubbliche occupati dagli esercizi commerciali e di somministrazione cibi e bevande per tutto l’anno 2020;
  4. La possibilità di aumentare gli spazi esterni (sempre senza oneri) già concessi 2 al fine di permettere il recupero all’esterno dei posti che verranno persi negli spazi interni a causa delle misure di distanziamento, con disponibilità a rivedere la viabilità e la chiusura temporanea o permanente di alcune vie o spazi pubblici, ove ciò sia necessario e condiviso;
  5. L’esenzione del pagamento della Tari per le utenze non domestiche per il periodo di sospensione dell’attività commerciale e sospendere con facoltà di rateizzazione, la restante parte dell’anno 2020;
  6.  La concessione gratuita di aree pubbliche alle società ed associazioni sportive per poter tenere quei corsi sportivi previsti dalle attuali ordinanze ovviamente nel rispetto delle norme su distanziamento e assembramenti, a costi calmierati. Solo e sempre se
  7.  Una concreta lotta all’evasione fiscale.

Tutte le nostre proposte, plausibili e realizzabili, hanno un solo e importante scopo: perseguire il bene della nostra comunità. Crediamo, infatti, che in un momento così delicato si debba necessariamente avere il coraggio di fare scelte politiche forti che vadano nella direzione di tutelare i diritti dei cittadini e delle cittadine e intraprendere tutte quelle azioni necessarie affinché tutti e tutte possano resistere a questa crisi ed uscirne illesi. Pensare di lasciare al proprio destino migliaia di persone non è un’ipotesi che possiamo neanche lontanamente vagliare così come non possiamo sopportare ulteriormente la totale assenza delle istituzioni locali che si nascondono dietro burocrazia e tecnicismi per sottrarsi ai propri doveri e alle proprie responsabilità. Noi abbiamo sempre inteso la Politica come quello strumento a servizio del popolo atto a perseguire il bene comune ed è per questo che in tutto quel che facciamo ci mettiamo la faccia e le mani.
Il nostro motto di questi mesi è stato “uniti ce la faremo” e vogliamo che non sia solo uno slogan: non vogliamo parlare di rilancio senza tener conto della maggioranza delle persone, maggioranza ignorata dai decreti per “rilanciare il paese”, una maggioranza che ha bisogno di ricompattarsi ed essere unita per riprendersi ciò che gli spetta, per uscire da questa emergenza e non lasciare nessuno indietro ed è quello per cui continueremo a lavorare.

 

1. Sono 354mila i percettori di Reddito di cittadinanza in Campania, il 19% di tutta la penisola con una media di sussidio erogato pari a 599.79 euro mensili e parliamo sempre di povertà assoluta, quindi ennesima manovra che sfiora il problema, senza guardarsi attorno

2. Da una rapida indagine risulta che l’11% circa degli esercizi di ristorazione o bar del territorio utilizzano spazi comunali all’aperto.

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