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Abolito lo sciopero a scuola?

sciopero generale
Abolito lo sciopero a scuola? Prime osservazioni sulla pre-intesa tra ARAN e sindacati sul diritto di sciopero

Abolito lo sciopero a scuola. Il titolo avrebbe spaventato, fino ad un anno fa, gli studenti abituati a giornate diverse dalla routine quando – sempre più di rado ormai – uno o più insegnanti scioperavano. Ora che la routine è uno schermo, probabilmente non salterebbero sulla sedia. A sobbalzare, alla fine della lettura di queste osservazioni, dovrebbero essere non solo gli insegnanti, ma tutte le persone democratiche di questo Paese.

Il 2 Dicembre 2020 l’ARAN ha sottoscritto, con FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, Snals e Gilda un pre-accordo sull’esercizio del diritto di sciopero, che sostituirà, dopo il vallo della Commissione di Garanzia, l’allegato specifico al CCNL 1998/2001. In assenza del testo possiamo fare solo alcune osservazioni sulla base delle dichiarazioni pubblicate dalla stessa ARAN e dalle sigle firmatarie. In buona sostanza, è stato abolito lo sciopero a scuola.

I punti essenziali
  1. Aumentano i servizi cd. essenziali, prima limitati ai soli asili, infanzia e primaria, ora estesi anche agli Istituti di Alta Formazione Artistica e Musicale. Aumenta di conseguenza il personale che può essere contingentato, quello cioè che deve rimanere in servizio
  2. Si stabilisce che una classe non può perdere oltre il 10% di ore di lezione per gli scioperi. Ciò significa che il diritto allo sciopero del singolo docente è di fatto limitato, oltre che da quanto prescritto dal precedente accordo (40 ore o 8 giorni per docente fino alla primaria, 60 ore o 12 giorni per docente nella secondaria), anche dal diritto allo sciopero dei colleghi, dal momento che ogni adesione allo sciopero riduce la possibilità di aderire per gli altri.
  3. Si conferma la possibilità per il Dirigente Scolastico di richiedere ai docenti informazioni sulla volontà di aderire, con la differenza – rispetto a quanto avviene oggi – che l’adesione è irrevocabile.
  4. Il Dirigente comunica a famiglie e organi di stampa i dati sulle adesioni previste, sulle adesioni agli scioperi precedenti indetti dalla stessa sigla e sulla percentuale di voti ricevuta dal sindacato promotore alle ultime elezioni RSU. Questa modifica è stata espressamente richiesta dalle sigle sindacali contro quelli che chiamano “scioperi farlocchi” e contro il cosiddetto “effetto annuncio”.
  5. Le parti si impegnano a definire, nel prossimo CCNL, possibilità alternative di protesta come il cosiddetto “sciopero virtuale”, per contemperare – usiamo le parole dell’ARAN – “ il diritto di sciopero con il diritto all’istruzione”
Un tragico passo indietro

Il diritto di sciopero è un diritto individuale, non in capo ad organizzazioni collettive come i sindacati, e può essere regolato, non limitato, dalla legge.

Di fatto, in Italia, ciò non avviene più dal varo della l.146/90, che introdusse dei limiti all’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici, limiti resi negli anni sempre più rigidi. La legge, già di per sé liberticida, poteva trovare una sua comprensibilità storica alla fine di un ventennio durante il quale gli scioperi furono numerosi e imponenti; oggi, a 30 anni da quella legge, la situazione è terribilmente cambiata.

Gelo siberiano sulle lotte sociali

Le principali sigle sindacali per iscritti, CGIL CISL e UIL, non indicono uno sciopero generale unitario dal 2013 (di sole 4 ore e spalmato su quattro giorni). Per trovarne uno di un’intera giornata dobbiamo risalire al 16 Aprile 2002.

Nella scuola l’ultimo sciopero unitario risale al 2015.

Negli ultimi anni, sindacati più piccoli hanno continuato ad indire scioperi, con percentuali di adesioni purtroppo basse. La FLC-CGIL si è negativamente distinta per averne indetto e poi revocato ben due.

Fa ancora più rabbia, quindi, che a siglare l’ennesima limitazione del diritto di sciopero siano sigle che non praticano questo strumento da anni. È come se un ateo pretendesse di dettare nuove regole sulla cresima, o un astemio volesse scrivere un’enciclopedia del vino.

Salta agli occhi dunque che lo scopo dell’intesa è “ammazzare” i tentativi di mobilitazione di chi ancora non si è arreso.

La protervia di queste sigle e della controparte datoriale è tale che NON  si scagliano contro un attivismo già in essere. Puntano infatti contro la possibilità stessa che delle lotte non dirette da loro possano crescere in forza e ampiezza.

Ad oggi – 6 dicembre – la notizia dell’intesa non compare, significativamente, sul sito della FLC, mentre su quello CISL ha nel titolo la frase “codipaglista”: Poche le novità di rilievo.

Ad essere poca, in realtà, è solo la sorpresa di fronte all’ennesimo attacco ai diritti di lavoratrici e lavoratori. Un attacco fatto con la complicità di chi dovrebbe difenderne i diritti.

Ci consola solo il pensiero che il loro operoso affannarsi nello stoppare ogni forma di mobilitazione ricordi una vecchia pubblicità di rubinetti in cui un povero tecnico correva da una parte all’altra della stanza a tappare getti d’acqua. La differenza è che lui, alla fine, ci riusciva; i nostri moderni “crumiri organizzati”, invece, presto o tardi finiranno annaffiati.

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