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[Elezioni europee]. Spagna: la sconfitta dei comuni del cambiamento

Contributo di Victor Serri (Paesi Catalani)

 

La notizia già corre su molte testate: Ada Colau, la sindaca di Barcellona (della lista BeC, Barcelona en Comú), ha perso le elezioni dopo solo un mandato. Ernest Maragall, il candidato per Esquerra Republicana de Catalunya (ERC, Sinistra Repubblicana Catalana) le ha strappato il comune per un pugno di voti (quasi 5 mila, ossia meno di un punto percentuale), raddoppiando il risultato del 2015. Non sono gli unici a vincere in questa notte elettorale: la stessa sorte è successa ai socialisti, passando da quattro a otto seggi, recuperando protagonismo nella città che avevano governato ininterrottamente dal 1979 al 2011. Mentre il Partido Popular resiste, chi risulta sconfitta è la CUP (Candidatura d’Unità Popolare) della sinistra indipendentista anticapitalista, che non riesce a sfondare lo sbarramento del 5% per un punto percentuale. La capitale catalana mostra chiaramente una visione di città socialdemocratica, con piú del 60% di voti a partiti di sinistra, anche se non tutti allineati sulla questione nazionale. In questa vittoria risicata, chi hanno giocato un ruolo importante sono stati i quartieri periferici, soprattutto Nou Barris, che sono tornati sotto il dominio del PSC, non confermando la fiducia alla Colau.

Se sarà chiaro chi sarà il sindaco, meno chiare sono le alleanze che si potranno tessere per poter governare in maggioranza. I due partiti che si sono contesi il titolo, Barcelona en Comú  e ERC, hanno molta affinità su differenti tematiche sociali legate alla città, ma anche se si alleassero unendo i rispettivi 10 rappresentanti, non arriverebbero alla maggioranza di 21 seggi. Colau, nel suo discorso post elettorale si è mostrata aperta ad una alleanza trasversale, tanto con gli indipendentisti che con i socialisti, mantenendo valide le proposte fatte durante tutta la campagna elettorale. I socialisti, al contrario, non sono intenzionati a stare vicini ad un sindaco indipendentista. Sarà quindi responsabilità di Maragall risolvere il badolo della matassa.

Gli indipendentsti sempre piú forti

Con questo risultato, l’indipendentismo prende forza. Per la prima volta dalla transizione, Barcellona avrà un sindaco di Esquerra: l’ultimo fu Hilari Salvadó nel 1939, que andó in esilio quando la città cadde sotto il giogo del franchismo. Non solo. A livello regionale, ERC si trasforma nella prima forza municipale, consolidandosi in molti comuni. Ottiene infatti il 23,5% e piú di tre mila rappresentanti, conquistando l’egemonia dell’indipendentismo. In alcuni casi con risultati inaspettati: riesce a strappare il comune di Lleida ai socialisti, dopo 40 anni di governo ininterrotto.

Un ottimo risultato, riuscendo a strappare alcuni seggi nei feudi socialisti della “cintura rossa”, l’insieme di comuni attorno alla capitale catalana. In questi municipi, nonostante l’irruzione dello scorso mandato dentro il paradigma del movimento neomunicipalista, con alleanze tra Comuns e CUP, non c’è stata la forza per ripetere il mandato. Lasciando molto piú spazio al partito socialista.

Un dato importante é la tendenza fortemente antifascista del territorio catalano. In tutto il comune, solo 3 sono i consiglieri eletti di VOX, il partito di Santi Abascal, di estrema destra neofranchista. Una tendenza in tutto il territorio catalano che si oppone frontalmente ai valori centralisti, xenofobi e maschilisti della nuova formazione di estrema destra spagnola.

 

Il ritorno del presidente Puigdemont

Gli ottimi risultati di ERC alla municipali non si sono tradotti nel voto catalano alle europee, dove gli equilibri cambiano. Con un aumento della partecipazione del 16% rispetto alle passate elezioni del 2014, il partito scelto dai catalani é stato Junts X Catalunya (JxCat, Uniti per la Catalogna) capitanato dall’ex primo ministro Carles Puigdemont, attualmente in esilio in Belgio. Quasi un terzo della popolazione ha scelto lui, come simbolo della repressione del movimento indipendentista. Dietro di lui si situano i socialisti con il 22% e poi ERC con il 21%, seguito a lunga distanza da Podemos con un 8%. Un risultato basato sulla volontà dell’indipendentismo di portare al parlamento europeo l’ex president de la Generalitat: per fare in modo che anche in Europa, si parli della questione catalana.

Ma non solo Barcellona é stata al centro di una dura lotta. València, fino all’ultimo è stata in bilico. Anche se Compromis (una confluenza di partiti valenzianisti progressisti molto affine con Podemos) era la prima forza, per pochi voti poteva perdere il comune per mano di una coalizione di destra. Alla fine, Joan Ribó riuscirà a non farsi cacciare dall’alleanza di PP, Ciudadans e i neofranchisti di VOX. Se mantiene l’alleanza con Partito Socialista del Pais Valencià, governerebbe con i 17 seggi necessari alla maggioranza.

 

Cade Madrid

Non è toccata la stessa sorte a Manuela Carmena, la sindaca uscente di Madrid. Nonostante sia riuscita a diventare la prima forza della capitale, ha ottenuto solo 19 seggi, insufficienti a contrastare l’alleanza dei tre partiti di destra, che avrebbero una maggioranza assoluta. I conservatori del PP, con 15 seggi, i neoliberali di Ciudadanos con 11 e l’estrema destra di VOX con 4, sembrano chiaramente intenzionati a ripetere l’accordo che li ha portati a governare in andalusia.

La sconfitta della Colau e Carmena, si aggiunge al poco convincente risultato di Podemos alle elezioni politiche del passato 28 aprile, risultato che si è ripetuto alle europee.  Il tutto ha già importanti effetti a livello nazionale: il progetto politico di Pablo Iglesias, non è riuscito a mettere radici, e ha visto come la propria area di influenza è andata via via riducendosi, riassorbita dai socialisti. Con questi risultati sarà difficile poter cercare degli accordi a livello nazionale per un governo nello stato centrale con i socialisti di Sanchez, i quali sembrano guadagnare continuamente terreno. Ci si aspetta una profonda autocritica, da parte di Podemos. Sicuramente le scelte fatte di strutturare un partito sulla figura del suo leader Iglesias, dimenticarsi totalmente dell’organizzazione di base con i “circoli di Podemos”, ed entrare solo in un gioco istituzionale, non ha donato frutti. Inoltre, l’incapacità di poter agglomerare le differenti fazioni ha danneggiato la credibilità di un partito della “nuova politica” e delle proposte di cambio che veniva dai movimenti.

Va detto che non tutto Podemos è andato male. Anzi. A Cadiz, il sindaco uscente José María González Santos, conosciuto come Kichi, della corrente anticapitalista (minoritaria dentro Podemos) invece ha migliorato il proprio risultato, sfiorando quasi la maggioranza assoluta. Risulta abbastanza chiaro che la responsabilità è legata a come è evoluto il discorso politico della “sinistra del cambio”, tanto a livello nazionale come comunale. Se erano entrati con un discorso radicale e la volontà di cambiare profondamente la situazione politica nazionale e locale, con il passare del tempo si erano avvicinati alle posizioni del PSOE. Podemos è passato da voler “rompere il regime del 78” ,criticando le strutture profonde dello stato spagnolo, a richiedere che si approvasse “la finanziaria piú sociale della storia” ai prigioneri politici catalani in carcere. Difficile, in questo modo, poter conquistare egemonia e a muovere l’asse politico piú a sinistra. Un traiettoria simile quella percorsa a livello locale. Se Ada Colau prometteva il blocco degli sgomberi e degli sfratti basandosi solo nella volontà politica, ha poi scoperto che non era facile gestire una città con un problema abitativo profondo. Mentre si sviluppava una nuova bolla immobiliare legata agli affitti, cercava di limitare i danni, scomprendo di non poter fare granchè. Un  errore di analisi che ha portato le persone del cerchio magico a candidarsi alle nazionali, come ha fatto il vicesindaco Gerardo Pisarello o il suo vice-vicesindaco, Jaume Asens, con l’intenzione di portare le intenzioni politiche del neomunicipalismo nel cuore dello stato.

 

Il ritorno a “Viva Zapatero”

Ma chi ha dominato il potere politico in Spagna è stato il bipartidismo, ed è solo una questione congiunturale (la frattura del voto a destra in 3 partiti) che da la possibilità ai socialisti di riaffermarsi anche a livello europee dopo le elezioni generali del 28 aprile. Il PSOE infatti ha ottenuto 20 eurodiputati, battendo, per la seconda volta in un mese i popolari, che si fermano a 12. Dietro ai due si situano Ciudadanos con 7, Podemos con 6, VOX con 3, Ara Republica (la candidatura di ERC) con 3, JxC con 2 e la coalizione del basca con 1.

Se è vero che l’aumento della partecipazione, anche legata alla concomitanza con le comunali, ha dato maggior peso alle europee, il risultato socialista vede la propria centralità rafforzata. Il risultato al di sopra di ogni aspettativa, ha visti raddoppiarne i voti. Nelle europee del 2014 si celebrava l’entrata di Podemos e l’inizio di un nuovo ciclo politico, legato ai movimenti sociali, agli indignados, alle proteste contro i responsabili della crisi economica. Ciclo politico che oggi, solo 5 anni dopo, sembra concludersi, per una deriva riformista del partito viola stesso. Una fine di un ciclo, che paradossalmente, sembra limitare i danni della crescita di VOX, che nelle scorse politiche ha ricevuto endorsment tanto da Salvini e da Le Pen, che cede centralità al PSOE.  

In questo momenti di deriva a destra dell’europa, il progetto europeista socialista spagnolo sembra essere, a livello di rappresentanza, l’unico a reggere.  Anche se, a livello nazionale e territoriale, la incapacità nel risolvere la questione catalana, potrebbe portargli non pochi grattacapi in futuro.

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