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Abbiamo preso una macchina del tempo e siamo tornati all’ottocento?

Incredibile, ma sembra proprio di sì. Ci siamo imbattuti in una storia di lotte e discriminazioni che sembra presa pari pari dai secoli scorsi. Un gruppo di lavoratori, immigrati, di un importante panificio, stanco di non vedersi riconosciuti i propri diritti sul posto di lavoro, decide di iscriversi al sindacato FLAI della CGIL.

La risposta del padrone è tanto immediata quanto assurda: ritorsioni sui pagamenti, scomparsa dello straordinario, cambi turno impossibili, insomma, di tutto pur di convincere i suoi dipendenti che a causa delle loro idee e della loro affiliazione al sindacato non possono più lavorare! Il tutto condito da insulti, tra i quali il peggiore – per lui! – è “comunista”: se ti iscrivi al sindacato lo sei, cioè – sempre nel suo vocabolario – sei uno che vuole campare sulle spalle degli altri, sei “feccia”.

In ogni caso non puoi stare a casa sua perché, come afferma, lui è fascista. Aggiungete una bella spruzzata di razzismo, data l’origine dei lavoratori, e la scena è completa.
Insomma l’equazione, nell’Italia del 2019 e non del 1899, è questa: ti iscrivi al sindacato? COMUNISTA! A casa mia non lavori, perché io coi comunisti non ci lavoro.

Purtroppo non stiamo parlando di un caso isolato: insulti, discriminazioni, ritorsioni sono all’ordine del giorno nel nostro paese, specialmente in un contesto dove oltre l’80% della realtà produttiva è composto da piccole e piccolissime imprese, dove è raro che il sindacato riesca ad entrare…
Questa storia è emersa grazie al coraggio dei lavoratori, alla determinazione del segretario FLAI Gianfranco Moranti e dell’avvocato Carlo De Marchis Gomez che li segue, ma quante storie simili restano totalmente all’oscuro perché non escono dalle mura dell’azienda? Quanti soprusi le nostre sorelle e i nostri fratelli subiscono quotidianamente?
Per questo motivo abbiamo deciso di rispondere all’invito del sindacato e dell’avvocato e di intervenire, a sostegno della lotta dei lavoratori, nel processo contro questo “signore” per discriminazione ideologica, una cosa che difficilmente arriva nelle aule dei tribunali ma che proprio per questo andava sostenuta!

Nel più breve tempo possibile speriamo di chiudere con una condanna per questo padroncino, che sia un segnale per tutti quelli che pensano di poter fare ciò che vogliono: in un paese che precipita verso la barbarie, non ci rassegniamo a perdere i nostri diritti. Non ci arrendiamo e con ogni mezzo possibile ci schieriamo dalla parte degli sfruttati di ogni genere, colore e nazionalità.
Grazie ai cinque lavoratori che stanno combattendo questa battaglia, a chi non si arrende ogni giorno!

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