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Analisi Proposte Leggi per lo Spettacolo

Oramai è noto a tutte e tutti, la pandemia ha fatto emergere i problemi che vivevamo come lavoratori e lavoratrici del settore della cultura, e finalmente, dopo decenni di sopportazione siamo esplosi rendendo palese che eravamo di fronte a una grande occasione: rivoluzionare questo settore, usare questo tempo di pandemia per riscrivere daccapo le regole con cui si lavora, si vive, si crea e si fruisce l’arte, la cultura e lo spettacolo.
Sì perché mentre chiedevamo delle misure per l’emergenza, che ci vede prostrati economicamente e moralmente, abbiamo pensato anche al dopo, consapevoli del fatto che quello che vivevamo prima era già l’emergenza.
Dopo mesi di pandemia, di false riaperture, di chiusure repentine, di trovarsi sempre all’ultimo posto nell’agenda del paese arrivano in parlamento due proposte di legge sullo spettacolo, neanche lontanamente all’altezza delle rivendicazioni che hanno animato le piazze per mesi; i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo dal vivo hanno elaborato e avanzato richieste radicali.
Parliamo del disegno di legge delle parlamentari Gribaudo e Carbonaro, a partire da una proposta nata in seno alla SLC CGIL, e di quella presentata da Orfini a partire dalla proposta del FAS (Forum Arte Spettacolo).
Entrambe le proposte, anche quando si avvicinano a qualcosa di giusto, si limitato solo alle briciole, una modalità della contrattazione al ribasso che non porterà a nulla. E se la richiesta del FAS, che vede insieme lavoratori e lavoratrici e parti datoriali (soprattutto del mondo delle cooperative), non ci stupisce sia così, non possiamo accettare che un sindacato, che dovrebbe quindi rappresentare i lavoratori e le lavoratrici e i cui iscritti/e hanno partecipato alle mobilitazioni di questi mesi, faccia delle richieste così al ribasso e in alcuni casi troppo a favore delle imprese.
Scriviamo questo documento proprio per analizzare i nodi principali che queste proposte affrontano, in particolare quelli più critici. Questa non vuole essere un’analisi tecnica delle leggi ma una critica politica delle proposte e successivamente esporremo la nostra visione.

Lavoro autonomo

Entrambe hanno il merito di fare luce su una contraddizione, diffusissima nel settore dello spettacolo: quella del finto lavoro autonomo. Vengono, finalmente e giustamente, chieste pari tutele per gli autonomi, finalmente equiparati ai subordinati per quanto riguarda malattia, maternità, disoccupazione e eventuali nuove indennità.
Nella proposta del FAS con misure anche compensative là dove gli autonomi potrebbero risultare svantaggiati, quasi una piccola rivoluzione; qui però troviamo pericoloso permettere il pagamento dell’agibilità per gli autonomi da soli. L’onere è a carico del committente ma quanto è realistico in questo mondo del lavoro così vittima del ricatto? E quanto andrebbe a incentivare ulteriormente  il lavoro nero visto le paghe molto basse che spesso le lavoratrici e i lavoratori sono costrette/i ad accettare?

Lavoro Occasionale

Nella proposta di Legge Gribaudo/Carbonaro nasce lo Sportello Unico per lo Spettacolo Occasionale. Questo permette a qualsiasi tipo di datore di lavoro, anche a un privato, di compilare il certificato di agibilità per il lavoratore. Questo, a differenza della misura citata nel capo precedente proposta dal FAS, potrebbe essere un ottimo passo verso l’emersione di lavoro nero, se non fosse che sgrava su lavoratrici e lavoratori la responsabilità della Messa in Agibilità personale.
Al contrario uno strumento ambiguo, pensato dal FAS, è invece il contratto di prestazione occasionale per lo spettacolo; risulta ambiguo perché i paletti, più stretti rispetto a quelli del normale contratto di lavoro occasionale e che quindi ne impediscono in parte l’abuso, ne va a normare l’uso e lo rende così largamente e ufficialmente utilizzabile. Inoltre per lo spettacolo i paletti che pone sono ridicoli: infatti il massimo di paga a 2500 euro annui e un massimo di 5 contratti del genere con ogni committente sono assolutamente inutili a limitare l’uso indiscriminato del lavoro occasionale, siamo in un settore in cui i contratti durano poco e spesso cambiando datore di lavoro.

Continuità di reddito aka reddito garantito

L’altra questione sollevata da entrambe, ed è la principale che ci interessa, è quella della continuità di reddito in un settore che per definizione lavora per progetti (sottolineamo che in generale preferiremmo invece una grossa manovra di internalizzazioni).
Dall’inizio della pandemia è la principale rivendicazione che abbiamo elaborato, quella che dovrebbe permetterci di vivere tutti e tutte dignitosamente riconoscendoci come lavoratori e lavoratrici che tra un periodo di lavoro e l’altro si aggiornano, studiano, si allenano, preparano il prossimo progetto; una continuità che per chi lavora in questo settore è la normalità ma è al di fuori di qualsiasi riconoscimento formale.
Sul tema la SLC CGIL propone la la  SRT (Strumento di Riconoscimento e Tutela Professionisti dello Spettacolo). E’ costruita su un principio che porterà a tutelare chi guadagna e lavora di più, escludendo chi necessiterebbe di un sostegno per continuare a esercitare la propria professione, nonostante dei periodi di non lavoro, o iniziare a esercitarla. Non possiamo che vivere questa proposta come un tradimento rispetto i mesi di mobilitazioni che abbiamo seguito.
Sarà possibile averne diritto solo dopo tre anni di contribuzione Ex-ENPALS in cui si siano fatte almeno 120 giornate di lavoro, di cui 40 nell’ultimo anno (con delle eccezioni in caso di malattia o maternità).
Una misura che si basa su una triennalità non va strutturalmente a porre rimedio alla nostra precarietà, questi parametri fanno sì che chi si affaccia al lavoro (spesso impiegando anni per arrivare a pieno regime) non verrà aiutato e quindi scoraggiato ad intrapenderlo.
Il principio che guida tutto è aver avuto una flessione di almeno il 30% del reddito (derivante da lavoro) rispetto l’anno precedente (in cui si può aver guadagnato massimo 65.000 euro).
Il criterio della flessione del reddito non regge; il centro del problema non è mai stato questo, ma l’alternanza tra periodi di lavoro e di non lavoro, si crea una situazione paradossale: potrebbe non essere beneficiario chi ha guadagnato poco l’anno precedente e ugualmente poco l’anno dopo (nell’alternarsi di periodi di lavoro a periodi di non lavoro) ma esserlo chi magari ha guadagnato 60.000 euro l’anno precedente e 40.000 nell’anno corrente.
Il principio alla base non è né solidale né redistributivo, rischia di andare a supportare soltanto chi ne ha meno bisogno. Si aggiunge a questo il massimale di giornate indennizzabili che è di 120 al 75% della retribuzione giornaliera media. Da notare che da tutto questo sono esclusi i pensionati, mentre dovremmo forse fare un discorso diverso e compensativo per chi riceve una pensione che non permette di vivere dignitosamente. L’unica positività è la formazione obbligatoria permanente da effettuare quando si riceve l’indennità.
Anche il FAS fa una proposta in tal senso, in parte migliore, ma certamente non convincente: se da una parte le giornate massime indennizzabili (sempre a fronte di un numero pari di lavorate nei due anni precedenti) è maggiore e arriva a un anno contributivo (312 gg.) al 80-85% della retribuzione media giornaliera, ne sono beneficiari sia il gruppo A che il gruppo B (che per il FAS vanno a confluire nel gruppo A), dall’altra per accedervi c’è bisogno di avere 51 giornate di lavoro nell’anno precedente, e almeno per ora non c’è un tetto massimo oltre il quale non si è aventi diritto. Senza contare che richiede che il reddito prevalente sia derivante dal lavoro nello spettacolo, ignorando la necessità del lavoro in campi diversi proprio per sopravvivere, accentuando il tema del lavoro culturale e nello spettacolo come unicamente elitario.

Estensione dei codici qualifica invalidità

Vecchiaia o superstiti (IVS) per lavoratori dello spettacolo che svolgono attività di insegnamento di arti e mestieri.
La Gribaudo/Carbonaro ha il merito di fare da megafono a questa rivendicazione che i formatori dello spettacolo hanno fatto con forza durante la pandemia, proprio questi si sono ritrovati tra i più in difficoltà, anche solo per avere accesso ai bonus. Questa difficoltà riflette una condizione a cui questi lavoratori e lavoratrici sono sottoposti normalmente: il versamento dei contributi per coloro che insegnano, se la forma contrattuale con cui sono assunti li prevede, finiscono in una cassa che non fa parte della gestione EX-ENPALS, non si vanno quindi a sommare a quelli maturati come lavoratore dello spettacolo. La creazione di questo codice è l’inizio di un riconoscimento di questa professione dello spettacolo.

Sostegno diretto e indiretto alle imprese private del settore

Questo è un punto molto delicato perché se da un lato ci siamo sempre battuti per il sostegno alla cultura, per il valore sociale ed economico, che ha. Non possiamo però equiparare imprese che sono di fatto commerciali e maturano grandi profitti a imprese e/o associazioni il cui scopo sia creare cultura e socialità. L’esenzione dall’IRAP (che tra l’altro sostiene la sanità regionale) proposta da SLC CGIL alle imprese che hanno da 1 a 1500 giornate lavorative l’anno e l’esenzione al 50% per quelle che hanno tra 1500 e 3000 giornate, ci sembra un regalo indiscriminato alle imprese del settore, ponendo un tetto massimo per l’accesso a tale sgravio abbastanza alto.
Un sostegno indiretto alle imprese del settore ci vedrebbe favorevoli se si trattasse di sostenere i piccoli spazi/teatri/realtà culturali che fanno un fondamentale lavoro sui territori, che creano la rete dell’infrastruttura culturale in questo paese, ma non quando questo andasse a sostenere realtà medie commerciali che puntano tutto sul profitto. La proposta, visto che vincola l’esenzione al rispetto dei CCNL, vorrebbe anche aiutare l’emersione del lavoro nero e il rispetto dei contratti, ma in realtà incentiva a non superare un certo numero di giornate lavorative per chi magari è di medie grandezze e non è veramente diretta ai piccolissimi (ad esempio le associazioni culturali già pagano un’IRAP molto bassa). Sembra a tutti gli effetti un grande regalo alle imprese.

Cosa pensiamo Noi

Nel settore c’è bisogno di una riforma complessiva, che non può fermarsi unicamente alla creazione di uno strumento che assicuri una continuità salariale, sono diversi i piani che devono procedere insieme – investimento sulla cultura, internalizzazioni, cambiamento dei criteri di assegnazione del FUS.
Su una riforma complessiva rimandiamo al documento Rivoluzionare per ripartire che abbiamo scritto a inizio emergenza – LINK.
Se ci limitassimo solo alla parte dell’intermittenza e avendo sempre noi guardado alla Francia e alla loro intermittence, non possiamo che essere insoddisfatti da queste proposte.
Al di là della forma effettiva che questo strumento debba avere pensiamo che i principi alla base debbano essere nell’ottica di una solidarietà e di una redistribuzione, uno strumento che riconosca la natura diversa del nostro lavoro e il suo valore. Qualcosa che, superato un numero minimo di contributi EX-ENPALS, che in un periodo non emergenziale potrebbero essere 30/40 l’anno, se parallelamente si creasse un sistema di investimenti e di possibilità tali che anche chi non lavora nelle grandi produzioni possa raggiungerle, ti garantisca di vivere dignitosamente.
Serve quindi una misura strutturale che, andando di pari passo con una nuova visione di politica culturale e del lavoro, tenga conto della specificità del settore al fine di tutelare chi realmente ne ha bisogno e necessità.
Il semplice a dirsi, che è difficile a farsi.

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