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Tra passato e futuro dello Spettacolo in Italia

Manifestazione Spettacolo

Storia di Franceschini e del MiBact

Riprendere le fila del discorso delle manovre sulle spettacolo e la cultura in Italia non è cosa facile, bisogna riavvolgere il calendario di qualche decennio per individuare un inizio di questo percorso. Una mattanza che ha ridotto migliaia di lavoratrici e lavoratori ad un sistema di precarietà, che non ha colore politico e prosegue ininterrotta dal 1996, anno in cui Walter Veltroni sancì il passaggio da Enti Lirici a completa tutela statale, a Fondazioni Lirico Sinfoniche, aprendo di fatto alla gestione privatistica dei grandi Teatri d’Opera e avviando una costante opera, di svuotamento dei Teatri e di trasformazione di questi in Aziende della Cultura.
Un lavoro proseguito prima da Sandro Bondi, Popolo delle Libertà, e in seguito da Dario Franceschini, Partito Democratico, per rimarcare la totale partecipazione di CentroDestra e CentroSinistra nello smantellamento dei diritti nel mondo dello Spettacolo.
Ci soffermiamo, in particolare, su una di queste riforme, la Franceschini, scritta insieme al Direttore Generale Salvatore Nastasi (poi anche commissariali al Teatro San Carlo di Napoli e al Maggio Musicale di Firenze), che ha riorganizzato i teatri pubblici dividendoli in tre macrocategorie: Nazionali, Tric, e Centri di Produzione.
Una suddivisione che è servita a ripartire, secondo metodi quantitativi e non qualitativi, gli investimenti del Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS), riuscendo ad accentrare questo getto solo su alcuni soggetti, dopo che per 30 anni, questi fondi sono stati tagliati fino al 50%.
Con questa mossa si è decretata, oltre che una più forte visione aziendalistica dello spettacolo improntata sulla produttività, una lenta e dolorosa morte dei piccoli teatri, delle piccole realtà e delle compagnie di giro. Con buona pace non solo della visione sociale che la Cultura dovrebbe avere, ma anche dei livelli salariali e occupazionali.
Franceschini è tornato alla Guida del MiBact, dopo la parentesi di Bonisoli, riprendendo alacremente il lavoro interrotto in precedenza, continuando nel solco dell’impronta aziendalistica da dare al settore.

Cosa sta facendo il Ministero

In un anno caratterizzato dalla pandemia ci viene da chiedere come sta funzionano la tutela dei lavoratori? Evidentemente un esborso superfluo da sacrificare sull’altare del profitto.
L’arrivo prevedibile della seconda ondata del virus ha visto un sostanziale continuum dello stato di sospensione di qualunque attività delle realtà culturali.
Da inizio pandemia il Ministro Franceschini ha abbandonato le lavoratrici e i lavoratori del settore in mezzo a un complesso servizio di indennità, di bonus e di cassa integrazione, in larga parte insufficienti ma soprattutto inadatti. Nessuna concertazione con la Ministra del Lavoro per una misura che traghettasse il comparto fino a fine pandemia. L’ultima iniziativa in tal senso è la misura economica con cui viene istituito un FONDO EMERGENZA per gli scritturati per spettacoli teatrali saltati nel 2020 a causa del COVID–19.
All’apparenza apprezzabile ma con due grossi problemi: non solo arriva in ritardo e non permetterà di risarcire tutte e tutti per gli impegni persi, perché troppo esigua, ma vede lo stato stanziare ulteriori fondi là dove i teatri/fondazioni/festival hanno già ricevuto soldi dal FUS per produrli e quindi per pagare lavoratrici e lavoratori.
Sarebbe stato giusto che Franceschini chiedesse ai teatri di pagare per gli impegni in cartellone per cui avevano ricevuto soldi pubblici, sia che si riuscisse o non si riuscisse a svolgerli. Vista però la scarsa produzione teatrale di questo anno ci chiediamo dove saranno finiti questi fondi FUS, la risposta che ci siamo dati è: a colmare buchi di bilancio.

Cosa stanno Facendo Lavoratori e Lavoratrici

Da un lato, insomma, una classe politica che trasversalmente prosegue nella distruzione dei diritti di lavoratori e lavoratrici, dall’altra gli stessi che subiscono queste scelte finalmente scendono in campo. Lo abbiamo sottolineato anche in altri articoli ma è fondamentale ricordarlo, l’effervescenza e le continue pressioni messe in campo da chi lavora in questo settore stanno facendo emergere le contraddizioni di questo settore e strappare delle vittorie.
Gli stessi bonus elargiti in questi mesi, seppur briciole rispetto l’emorragia da arginare, sono frutto dell’impianto vertenziale e di lotta messo in piedi. Un altro importante risultato strappato, è il “tavolo di ascolto” richiesto anche in quello slogan/hashtag #convocatecidalvivo. Seppur in una modalità di convocazione e partecipazione molto opaca, le prime organizzazioni ritenute rappresentative del settore ad essere chiamate, sono state le OOSS Confederali, associazioni come Assolirica, rappresentante dei lavoratori autonomi delle Fondazioni Lirico Sinfoniche. I criteri con cui queste associazioni siano state selezionate restano piuttosto non chiari, data l’iniziale esclusione di alcuni movimenti – come RISP/Emergenza Continua e Attrici Attori Uniti – tra i più attivi nella richiesta del tavolo e nelle mobilitazioni di questi mesi, la risposta a questa esclusione non si è fatta attendere, tanto che le stesse sono state inserite successivamente.
Purtroppo le finalità di tale Tavolo restano altrettanto problematiche ed oscure, da un lato dubitiamo che gli stessi fautori di queste manovre siano interessate ad una concreta concertazione di azioni per un effettivo rilancio del settore culturale e, sempre visti i precedenti, come si possa farlo rispettando le rivendicazioni di lavoratrici e lavoratori, insomma in quale direzione possa andare questo fantomatico rilancio, non potrà essere ancora quello della classe padronale e di un continuo annullamento di diritti per favorire profitti di pochi.
Ci sembra infatti che questo Tavolo, essendo incentrato esclusivamente sull’ emergenza, serva al Ministro a “pulirsi la coscienza” e a cercare di tenere calmi gli animi. Perché se è vero che la fase emergenziale necessita di misure da adottare in maniera celere, cosa che per altro si sarebbe dovuta fare a Marzo o ad Aprile e non a Dicembre, è altrettanto vero che la situazione emergenziale è stata ancora di più drammatica per questo settore a causa delle politiche adottate negli anni precedenti. Troviamo incomprensibile e manifestazione di una politica cieca e sorda l’assenza a suddetto Tavolo di una proposta a lungo termine di riforma del settore da concordare con le parti in causa: le lavoratrici e i lavoratori che, oltre a vivere sulla propria pelle le difficoltà occupazionali, contrattuali ed economiche, hanno in questi mesi prodotto pensiero critico e documenti propositivi degni di essere discussi.
In un Paese che ci si è affrettati a dimenticare, il cruccio dei Ministri susseguiti al Mibact da Veltroni in poi è stato per decenni quello di abbattere i costi della produzione teatrale e culturale e farlo tramite lo smantellamento dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo. La precarizzazione selvaggia è stata il mantra dei primi venti anni degli anni Duemila, si è cercato di ridurre i lavoratori ad accettare qualunque tipo di condizione economica pur di lavorare, spesso con subdole coercizioni extra contrattuali, presentate come eccezionali o “occasionali” e poi divenute poco a poco la norma.

La Netflix della Cultura

L’assurdità prosegue inesorabile se confrontiamo con gli ultimi proclami, la soluzione a queste problematiche viene quindi ad un’idea geniale, pronunciata da Ministro nella trasmissione di Fazio (salotto di governo a tutti gli effetti) “Che Tempo che Fa” a Maggio e continua il suo percorso. Approfittando dell’attuale emergenza sanitaria eccolo pescare dal cilindro un nuovo modo di “monetizzare”: spettacoli in streaming e visite virtuali ai poli museali. Quello che all’inizio poteva sembrare un titolo catchy per i giornali si è rivelata la soluzione principale messa in campo dal ministero, la Netflix della Cultura, la vera pista battuta dal Mibact, nel perfetto stile neo-liberista nostalgico-democristiano che contraddistingue Dario Franceschini.
In questi ultimissimi giorni giorni il progetto prende corpo con la costituzione di una nuova piattaforma realizzata in collaborazione con la Cassa depositi e prestiti e con ChiliTv, Network di streaming in pay per view, che si occuperebbe di diffondere e vendere, quindi sbigliettare, gli spettacoli realizzati dai teatri che per via della pandemia non potranno riempire le sale, pur proseguendo nell’attività. Ma non solo questo, in quanto la nuova piattaforma si occuperà anche di merchandising teatrale, ovvero sarà adibita alla vendita on line di gadget teatrali, qualunque cosa questo significhi.
Una tale impostazione porta a molte riflessioni, la prima delle quali è risolta dallo stesso Franceschini: la piattaforma non avrà carattere emergenziale, ma è pensata per sopravvivere alla pandemia, per evitare che il pubblico debba necessariamente recarsi a teatro, ma possa agilmente acquistare un biglietto on line e guardare lo spettacolo da casa. Come gestiranno i teatri questa doppia vendita? Non è dato sapere. Il costo del biglietto sarà uguale in teatro e on demand? Nel caso di risposta affermativa, come sarà possibile convincere uno spettatore a pagare un biglietto intero per vedere uno spettacolo a casa? Al contrario, perché si dovrebbe pagare un biglietto intero quando si potrebbe vedere uno spettacolo a casa per pochi Euro? A carico di chi saranno le riprese televisive degli spettacoli? Che tipo di produzioni potranno sostenere i costi di tali riprese? Quali sono le garanzie per le lavoratrici e i lavoratori che presumibilmente potrebbero avere meno giornate lavorative essendo fruibile il loro prodotto on demand?
Se ipotizzassimo un contesto di produttività prevalentemente on line, sarà facile intuire come la stessa sarebbe facilmente frammentarizzata in quanto la richiesta on-line soverchierebbe la richiesta dal vivo, quest’ultima potrebbe essere molto più contenuta, basterebbe una stagione di pochi titoli per coprire la richiesta di un anno, inoltre si potrebbero ridurre facilmente le repliche dal vivo.
Cosa comporta tutto ciò? La possibilità di ridurre definitivamente le scritture delle lavoratrici e dei lavoratori e di eliminare anche la necessità dei contratti a tempo indeterminato laddove questi permangono, non a caso Franceschini si rivolge principalmente ai Teatri d’Opera, ovvero le vituperate e invise Fondazioni Lirico Sinfoniche, nel presentare questo progetto.
L’altro fautore di questo progetto è Salvo Nastasi, che aveva già allestito una prova generale di questo progetto nel 2008, al tempo Commissario per la Fondazione Arena di Verona. Non esisteva ancora una capillare proposta on-demand come oggi, la scelta ricadde su Sky Tv, che si trovata in cattive acque finanziarie e necessitava un rilancio. Venne così istituita una società di comodo chiamata “Arena Extra” con presidente l’allora Sovrintendente della Fondazione Scaligera Francesco Girondini, che in collaborazione con Gianmarco Mazzi, allora regista televisivo per Sky, diedero il via ad una collaborazione tra fra Sky e Fondazione Arena in cui sostanzialmente, vennero usati i lavoratori della Fondazioni a titolo gratuito per spettacoli prodotti da Arena Extra e diffusi da Sky sulle proprie reti a pagamento. La stessa società produsse una serie di conflitti di interesse e di opacità legali su cui ora non ci dilungheremo, prima di essere sciolta e di rinascere come “Arena di Verona S.L.R.” tuttora attiva e pienamente nelle mani di Mazzi.
L’occasione per sviluppare al meglio quest’idea si ripresenta quest’anno, con la chiusura degli spettacoli dal vivo e la necessità di trovare un’alternativa, non per lavoratrici e lavoratori tagliati fuori quanto per riassestare un industria. Il dinamico duo Franceschini–Nastasi può cogliere l’occasione per riproporre su scala nazionale il tentativo embrionale fatto a Verona 12 anni fa. Oggi non è una singola Fondazione da spremere, ma un intero paese e un’intera filiera produttiva di cui gli stessi componenti, complici la pandemia e le elemosine elargite con i bonus, sono ancora più con l’acqua alla gola.
Naturalmente ci sarà chi ne avrà da guadagnare, e, piccolo spoiler, non saranno la maggioranza delle cittadine e cittadini. Se veramente l’intento che sta alla base della “Netflix della Cultura” fosse stato quello di allargare la Cultura alle masse, le misure sarebbero state differenti. Oltre che una politica di costo dei biglietti calmierati e a un investimento di fondi pubblici per “esportare” gli spettacoli in zone più periferiche delle grandi città o distanti da esse, il Ministero avrebbe potuto immaginare questa piattaforma culturale tramite Rai Play, che ricordiamo essere emittente pubblica, che avrebbe dovuto farsi carico anche delle riprese e avrebbe potuto archiviare e poi diffondere spettacoli che avessero già avuto una circuitazione dal vivo. È evidente che questo punto di vista è incompatibile con i campioni della precarizzazione e della privatizzazione a tutti i costi; i sostenitori del Teatro-Azienda hanno in questo momento la possibilità di realizzare quello a cui hanno lavorato per anni.
La demolizione del comparto lavorativo dello spettacolo così come lo conosciamo aprirà finalmente un’autostrada per quelle realtà come agenzie e cooperative che come avvoltoi potranno finalmente ingrassare a pieno sugli stipendi, sempre più magri, di quei professionisti che dovranno necessariamente passare da loro per poter lavorare. In più si proseguirà un percorso di annichilimento e smembramento anche della solidarietà tra lavoratori e lavoratrici, sempre più messi un* contro l’altr*.
Ci sarebbero ancora molte altre cose da dire e analizzare nello specifico di questa situazione, come ad esempio la posizione stessa di Chili Tv e che apporto darebbe questa operazione alle precarie finanze del gruppo, con quali criteri si è deciso di preferire proprio questo gruppo privato anziché un servizio pubblico come quello della RAI per la diffusione di un bene, quello Culturale, che dovrebbe essere accessibile a tutti, e che dovrebbe invece vedere un impegno il più possibile pubblico, statale, per la propria ripresa e sostegno.

Conclusioni

Ci troviamo a tirare le fila di questo approfondimento sulla scellerata gestione dello Spettacolo in Italia, segnata in maniera profonda dal duo Franceschini-Nastasi e dalla loro azione di precarizzazione del settore. Non è da loro che possiamo aspettarci delle sicurezze o una rinascita.
La catastrofe Culturale italiana è nata ben prima della pandemia ed è stata opera degli stessi che oggi si propongono come salvatori ma che in realtà sono sciacalli pronti a favorire grandi aziende e a dispetto di chi vive in questo settore.
Gli unici che possono segnare una inversione di rotta sono le lavoratrici e i lavoratori che in questi mesi si sono mobilitate/i, hanno discusso ed immaginato un diverso tipo di sistema, hanno la giusta pretesa di essere loro gli attori del cambiamento poiché sono loro, siamo noi, che maggiormente hanno scontato gli effetti nefasti di questa crisi.
Ci domandiamo però che tipo di confronto può scaturire dal dialogo con chi di questa mattanza è responsabile? Certamente uno in continuità con quello che è stato in passato se non saremo in grado collettivamente di rialzarci e continuare nella mobilitazione inaugurata da quest’anno.
A questo chiediamo a gran voce, un allontanamento, spontaneo o meno, degli artefici del disastro: il Ministro dei Beni Culturali e del Turismo Dario Franceschini, e il suo Direttore Generale Salvatore Nastasi.

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