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[Campania] Cambiamento climatico e grandi opere inutili: vogliamo giustizia ambientale

Di seguito il contributo prodotto dal tavolo ambiente campano di Potere al Popolo in vista della manifestazione nazionale del 23 marzo!

Malattie, devastazione ambientale e cambiamenti climatici: adesso riprendiamoci il nostro futuro facendo tesoro delle esperienze del passato.

La storia pluridecennale delle lotte ambientali e dei movimenti a difesa dei beni comuni naturali ci racconta due cose:

a)Le lotte che abbiamo animato hanno spesso conseguito risultati positivi, purtroppo troppo spesso una volta raggiunti, piccoli o grandi che fossero, questi sono stati varie volte riassorbiti, contraddetti e negati da successivi provvedimenti legislativi/normativi imposti dal potere politico e da interessi economici – ad es. gli stravolgimento dopo il referendum per l’acqua pubblica –

b)Le battaglie contro la devastazione della biosfera sono tante e diverse ma purtroppo in molti casi frantumate, isolate, divise e di frequente prive della necessaria condivisione sociale.

Abbiamo quindi bisogno di continuare a supportare ed alimentare ogni mobilitazione, ogni comitato ed ogni comunità che lotta contro la devastazione ambientale, contro le grandi opere inutili, per il rispetto dei beni comuni essenziali!

Abbiamo bisogno però anche di prendere un attimo il fiato ed analizzare, comprendendo in chiave sistemica, questi due nodi critici così da poter condurre in maniera più efficace ed unitaria le nostre future battaglie!

L’assunto da cui partiamo è oramai chiaro, questo sistema economico – che sta producendo sempre più povertà e disuguaglianza – vede da un lato una ristretta minoranza che detiene la maggior parte della ricchezza globale e dall’altro noi, sempre più impoveriti, che scontiamo la loro arroganza pagandone le conseguenze in termini sia sociali che ambientali.
La giustizia ambientale quindi, come quella sociale, si potrà affermare del tutto soltanto con il superamento dell’attuale sistema economico che costituisce il primo e vero nemico da contrastare.

Forte, anche se non meccanico, è poi il collegamento tra i vari interventi/cause della devastazione della biosfera e la sua graduale ma totale distruzione attraverso l’effetto sinergico del cambiamento climatico. Molte grandi opere sono basate direttamente sull’investimento nei combustibili fossili (p.es. Tap e Trivelle), altre producono quantità considerevoli di CO2 per la loro costruzione, tutte loro violentano il territorio minando l’equilibrio e le capacità di adattamento della biosfera. La maggior parte degli impianti industriali generano gas Serra con all’apice quelli per l’incenerimento dei rifiuti. Le fonti di energia restano prevalentemente quelle fossili. Lo sfruttamento chimico della terra e la pratica delle monocolture ad opera dell’agroindustria così come il suo inquinamento ad opera di sversamenti di rifiuti tossici oltre ad agire negativamente sulla salubrità dei prodotti agricoli e sulla salute degli abitanti di quei territori, riducono fortemente l’assorbimento di CO22 e la produzione di ossigeno. L’inquinamento delle falde acquifere, delle sorgenti, dei fiumi e del mare oltre a compromettere la vita della fauna e della flora che li attraversano limita fortemente la compensazione di anidride carbonica che gli oceani operano nei confronti delle sue variazioni nell’atmosfera.

Insomma tutte le possibili responsabilità delle varie devastazioni ambientali risalgono al sistema economico capitalistico e tutti i nostri obiettivi tesi alla salvaguardia dell’ambiente naturale e della vita umana puntano insieme ed in maniera sinergica alla salvaguardia della biosfera e quindi del clima, al blocco di cambiamenti climatici tesi alla distruzione della vita sulla terra.

La questione ambientale, fatte le debite proporzioni, è come la guerra: colpisce tutti ma solo alcuni sono quelli che l’hanno determinata per i loro interessi e questi certamente non si ritrovano tra le masse popolari!

La natura di classe della questione ambientale così come della questione climatica deriva quindi dall’essere esse generate da chi gestisce i poteri economici, da un sistema economico finalizzato al profitto e non alla tutela di persone e comunità.
A ciò si aggiunge poi che i primi ad essere colpiti dalla devastazione ambientale sono sempre gli ultimi, i ceti meno abbienti delle società industriali del Nord e gli abitanti del Sud del mondo, anche perché i vari governanti economici e politici scaricano non soltanto le conseguenze ma anche i costi della crisi ambientale su di essi.

Dentro a questa consapevolezza sulla natura di classe della questione ambientale viene a cadere anche la vecchia (ma ancora presente) contrapposizione tra lavoro ed ambiente laddove si individuano per entrambi come responsabile delle loro rispettive devastazioni (leggi sfruttamento, disoccupazione, inquinamento, biocidio) il sistema economico capitalistico. Ambiente e Lavoro confliggono nell’attuale modello di sviluppo, nei modi di produzione capitalistico in cui prodotti e strumenti di produzione (tecnologie, macchinari per la produzione) sono modellati in base al profitto e non alle esigenze delle persone, alla salvaguardia dell’ambiente.

Ma questa consapevolezza non ci basta. Oltre all’analisi dello stato dell’arte, della devastazione ambientale e sociale, della contrapposizione tra ambiente e lavoro dobbiamo individuare percorsi mobilitativi ed obiettivi che puntano alla salvaguardia del Lavoro in diritti e reddito, alla salvaguardia dell’Ambiente ed al superamento della loro contrapposizione.
La Riconversione Ecologica e Sociale dell’Economia e cioè il superamento dell’attuale sistema economico, la riconversione dell’agricoltura, delle imprese, degli impianti, dell’energia, della mobilità, dell’architettura delle città, etc. è l’obiettivo da perseguire per fermare il cambiamento climatico, creare lavori e produzioni ecosociosostenibili, migliorare l’ambiente, unificare le spinte e le lotte per il lavoro e per l’ambiente.
Ci sta insomma tanto da fare nel Paese ed in particolare in un Mezzoggiorno fortemente colpito da degrado ambientale e da crisi occupazionale. Ed allora qui ed ora necessità unificare le lotte per l’ambiente e per il lavoro attraverso l’obiettivo condiviso e convergente della Riconversione Ecologica e Sociale.

Di fronte al disastro climatico, lo ripetiamo, non siamo tutti colpevoli: c’è qualcuno che si è arricchito predando le risorse collettive, speculando sulla salute di tutte e di tutti, mettendo a repentaglio il futuro di molti in nome del profitto presente di pochi.
E’ arrivato dunque il momento in cui questo “qualcuno” paghi le conseguenze, siamo infatti convinti che questa “Riconversione” debba pagarla chi per anni ha devastato ed inquinato, chi ha distrutto e speculato, insomma il motto è chiaro: chi ha inquinato deve pagare!

L’apocalisse non arriverà in un giorno improvviso e gli effetti catastrofici della devastazione ambientale non si manifesteranno tutti insieme. Anzi, a guardar bene, la distruzione del pianeta è già in atto. E questo, in Campania, dove prima e più intensamente che in altre zone camorra, stato e imprenditoria deviata hanno speculato su ambiente e salute, lo sappiamo bene.

In questo contesto vanno inserite le lotte nella Terra dei Fuochi, dove la combustione dei rifiuti, che rientra nei parametri del Protocollo di Kyoto, non è esclusivamente quella legale, ossia derivante da incenerimento, cremazione dei corpi e compostaggio anaerobico ma è soprattutto quella illegale degli incendi dolosi (circa 300 negli ultimi anni) appiccati ad ogni discarica abusiva di rifiuti. Una fenomenologia criminale insomma che mette a rischio le colture e la salute delle popolazioni della Terra dei Fuochi ed influisce sicuramente in maniera negativa sui cambiamenti climatici.

Ma oltre agli effetti dei roghi la Terra dei Fuochi insieme ad altre zone della Campania è colpita da un grave inquinamento della terra, dell’acqua e dell’aria causato da discariche a cielo aperto, legali ed abusive, in cui da oltre 30 anni vengono scaricati rifiuti tossici oltre a quelli urbani indifferenziati con il loro carico di sostanze minerali /radioattive e percolato. Completano il quadro l’inceneritore di Acerra e gli stoccaggi/smaltimenti dei milioni di ecoballe bassoliniane. Anche i progetti istituzionali non sono esenti da ulteriori inquinamenti: si propongono e si progettano altri inceneritori, nuove discariche o allargamento delle vecchie, impianti di compostaggio inquinanti (digestione anaerobica) ed impianti di smaltimento/vagliatura delle ecoballe con produzione di CSS da far bruciare nei cementifici.

La nostra prospettiva per il trattamento dei rifiuti è molto distante da quelle previste dai piani istituzionali ed è quella del riciclo e del riuso della totalità del rifiuto prodotto, eliminando il conferimento in discarica e l’incenerimento. Il perno di questa strategia deve essere la raccolta differenziata porta a porta. Il “rifiuto” infatti può essere una risorsa, i materiali di rifiuto possono essere rigenerati e ritornare nella filiera produttiva. Per questo ci opponiamo fortemente agli impianti che prevedono la produzione di energia a partire da processi di combustione di rifiuti o altri processi chimico-biologici (digestione anaerobica). Gli unici impianti che riteniamo necessari e non dannosi sono gli impianti di Trattamento Meccanico-Manuale/Biologico (a freddo) per i rifiuti indifferenziati residuali e gli Impianti Aerobici di Compostaggio (con produzione di compost verde utilizzabile senza pericoli in agricoltura) per la frazione umida della raccolta differenziata.

Per affermare questa nostra prospettiva occorre un Piano Nazionale, Regionale e Comunale che preveda:

  • · il finanziamento di Grandi Opere Utili e Diffuse come Piani per la messa in sicurezza idrogeologica e sismica dei territori , per le bonifiche, per la messa in sicurezza degli edifici pubblici, per la riconversione ecologica dell’agricoltura, delle imprese e degli impianti
  • · l’abbandono di progetti di infrastrutture inutili e dannose e di opere cementificatrici impattanti e nocive
  • · riduzione delle fonti fossili di energia a vantaggio di quelle riciclabili, abbandono di tutti i progetti di infrastrutture di servizio e trasporto dei combustibili fossili, realizzazione di piccole e diffuse reti energetiche pulite autogestite
  • · la pubblicizzazione nazionale delle sorgenti e della gestione dell’acqua con l’approvazione della proposta di legge presentata dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
  • · il finanziamento del trasporto ferroviario, quest’anno invece ridotto di circa 50 milioni rispetto al 2018, e cambio delle priorità infrastrutturali dall’Alta Velocità alle reti di collegamento per i pendolari che nel Mezzogiorno sono diminuiti di alcune centinaia di migliaia per via dei tagli e del degrado del servizio tornando a spostarsi con mezzi su gomma e quindi a produrre più smog ed inquinamento ambientale e climatico
  • · il ritiro/eliminazione di una autonomia finanziaria asservita alla legge del profitto che, lungi dallo svolgere interventi di risanamento nelle aree più degradate del Paese, punta ad accumulare risorse e quindi investimenti nelle aree del Paese più profittevoli (che sono in grado di fornire maggiori profitti agli investimenti) per la presenza di un elevato indotto industriale, di infrastrutture diffuse e di servizi efficienti e quindi a relegare nelle aree più povere e degradate del Paese assistenzialismo, manodopera di riserva, precariato al nero o sottopagato nel turismo e nell’agricoltura. Questa legge inoltre, sempre nell’interesse dei poteri economici, spacchetta a livello regionale tutti i servizi pubblici (scuola, sanità, trasporti, assistenza agli anziani, ecc.) rendendone quindi possibile sia una parziale privatizzazione che una grande differenziazione in termini di qualità, di accessibilità, di efficienza, di costi, di qualità dei servizi pubblici di manutenzione ambientale. D’altra parte il silenzio delle Regioni del Sud, ed in particolare del governatore campano De Luca, è foriero della tentazione di utilizzare questa nuova capacità di spesa sia per realizzare le zone economiche speciali (ZES) nella logica neoliberista di maggiore competitività a scapito di reddito e sicurezza dei lavoratori sia per perseguire le proprie clientelari fortune politiche. E’ più che mai allora necessario intervenire, oltre che alla individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP), ad una diversa distribuzione sociale e territoriale delle risorse finanziarie e tributarie.

La regolamentazione della mobilità dei capitali, una riduzione delle spese militari, il disarmo nucleare, una riforma fiscale progressiva ed una vera lotta all’evasione fiscale, nuove politiche industriali possono procurare le risorse necessarie a generare una transizione ecologica dell’agricoltura, delle imprese e dell’energia, una qualificazione e potenziamento dei servizi pubblici come la sanità, la scuola, i trasporti, etc. orientati alle esigenze delle persone e sganciati dai modelli aziendalistici, una corretta politica sull’abitare, una degna accoglienza umana e sociale dei migranti, un sistema pensionistico decoroso.

C’è un filo rosso che tiene insieme tutto e che rintraccia una storia di devastazioni e di lotte ambientali trasversale alla nostra penisola: dalla Tav alla Tap passando per la Snam, dai rifiuti tossici della Terra dei Fuochi alle trivellazioni nell’Adriatico passando per le estrazioni nere nel Potentino, dalle Grandi Navi al Muos passando per il Mose, dal Terzo Valico all’Ilva passando per Malagrotta, ed è un filo che si intreccia con altri fili rossi che tessono i luoghi e le lotte sul lavoro fisso e quello precario, su chi cerca lavoro e chi lo perde, sul degrado sociale e la lotta tra poveri, sull’antirazzismo e le paure delle persone, etc. E’ ora necessario riuscire a tessere tutti questi fili allargando sempre più pratiche partecipative ed inclusive e costruendo insieme proposte, vertenze e lotte.

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