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CAMBIAMENTI CLIMATICI: dalla negligenza delle classi dominanti all’autorganizzazione di quelle popolari

CAMBIAMENTI CLIMATICI: dalla negligenza delle classi dominanti all’autorganizzazione di quelle popolari

Si è svolta a Madrid fra il 6 il 13 dicembre la Cumbre Social por el Clima, la rassegna alternativa alla Cop25 svoltasi sempre nella capitale spagnola, a cui alcun* militanti di Potere al popolo hanno partecipato. In questi giorni si è tenuta una grandissima manifestazione con oltre 500.000 partecipanti e un summit ricco di conferenze, dibattiti e workshop che hanno approfondito i diversi aspetti della questione climatica da un punto di vista conflittuale. Le mobilitazioni di piazza, ed in particolare l’immenso corteo del 6 dicembre, si sono da subito caratterizzate in senso anticapitalista ed antimperialista. Non a caso gli spezzoni più colorati, più conflittuali e più comunicativi sono stati quelli degli attivisti sudamericani e delle popolazioni indigene cilene e brasiliane.
Strettissimo in particolare il legame, non solo coreografico, con la lotta del popolo mapuche. Moltissimi gli slogan contro Piñera, più volte paragonato a Pinochet, e a sostegno dei ribelli boliviani. Un corteo che ha quindi denunciato con forza le ingerenze statunitensi a sostegno di quelle politiche predatorie che fanno dell’estrattivismo selvaggio e della deforestazione i loro tratti caratteristici più devastanti. La grande manifestazione del 6 dicembre va inoltre raccontata sottolineando un altro aspetto fondamentale che segna un passaggio fondamentale nella lotta globale ai cambiamenti climatici: la distanza tra la Conferenza ufficiale e le rivendicazioni dei movimenti sembra ormai incolmabile e l’esito fallimentare della Cop25 lo dimostra ampiamente. Proprio per questo nella piazza di Madrid, più che un invito al dialogo, è risuonato forte e determinato un vero e proprio ultimatum ai padroni del mondo.

La Cumbre si è caratterizzata per una forte presenza delle popolazioni indigene, soprattutto sudamericane, che con tenacia hanno affermato il diritto al proprio territorio. Questo è seriamente devastato dalle dinamiche predatorie di multinazionali e politiche neoliberiste. Il grido d’allarme delle popolazioni indigene ha significato la rassegna in senso radicalmente anticapitalista ed anti imperialista denunciando le dinamiche dell’estrattivismo che rende merce da cui trarre profitto i sistemi naturali che da sempre sono stati abitati in completa armonia dagli indios e costringendoi intere popolazioni ad una difficile e dolorosa migrazione. La forte connotazione indigena è stata affiancata da un’altra radicata componente che ha scandito i ritmi del summit: quella dell’ecofemminismo e dell’ecotransfemminismo. Durante la rassegna molti sono stati gli interventi che analizzavano la distruzione del pianeta come dinamica conseguente l’ideologia dell’uomo bianco, etero ed occidentale, puntando il dito contro le dinamiche patriarcali rafforzate dal sistema economico neoliberale.

È stata molto importante anche la tematica del lavoro, nonostante nella narrazione delle classi dominanti spesso venga evidenziata una presunta contraddizione fra ambiente e lavoro. Le conferenze della Cumbre hanno sbugiardato questa retorica affermando quanto la vera contraddizione sia esclusivamente quella fra ambiente e capitale. In questa occasione, lavoratori e sindacati conflittuali di tutto il mondo hanno affermato con forza quanto non sia il lavoro in sé ad essere problematico, ma come questo lo diventi nel momento in cui le dinamiche lavorative sono gestite delle élites economiche che agiscono esclusivamente per la creazione della loro ricchezza.

In definitiva, ciò che esce dalla Cumbre è che il tema del clima diventa chiave in termini di lotta non solo perché siamo immersi in una vera e propria emergenza climatica che mette a repentaglio il pianeta, ma perché rappresenta un nodo entro il quale tutte le lotte riescono a declinarsi. Per la prima volta sia il corteo che il contro-summit si sono caratterizzati per essere dichiaratamente anticapitalisti: l’oppressione e lo sfruttamento del sistema capitalistico, con la sua modalità predatoria di distruzione di territori e corpi, coinvolge ognun* nelle proprie sfere private e collettive: dalla dimensione del proprio habitat naturale a quella di genere, tocca i lavoratori e i popoli costretti alla disperazione dalla guerra, coinvolge le classi subalterne dei paesi del cosiddetto nord del mondo e le popolazioni che l’oppressione dell’occidente la vivono da secoli. Abbiamo quindi imparato che non siamo soli, e che intorno a noi c’è un mondo che si mobilita non solo per salvare il pianeta, ma perché tramite questa lotta è possibile mettere in crisi il sistema
economico neoliberale e rovesciare ogni tipo di oppressione.

Dalla’altra parte della città invece si svolgeva la Cop25. In questo summit i capi di 198 paesi del mondo si sono incontrati per contenere le emissioni di gas climalteranti. Come prevedibile questa conferenza si è chiusa con un nulla di fatto, nonostante i due giorni di proroga per cercare di trovare un accordo. La pressione delle grandi potenze imperialiste, principalmente gli Stati Uniti di Trump e il Brasile di Bolsonaro, ha di fatto bloccato i lavori, impedendo quindi la riuscita della conferenza. A ben vedere, tuttavia, anche nell’eventualità che la Cop25 fosse andata bene, non dobbiamo dimenticare che in questa occasione a ritrovarsi sono i rappresentanti delle classi dominanti che, dopo aver inquinato e devastato per decenni, recitano questa tremenda farsa nella quale si ergono a salvatori del pianeta. Ben prima che la Cop25 iniziasse non potevamo aspettarci granché, e questo è diventato evidente nel momento in cui lo scontro fra i paesi negazionisti del cambiamento climatico e i rappresentati delle altre parti si è polarizzato intorno al problema del “mercato del carbonio”, ossia un meccanismo completamente folle che rende le emissioni di CO2 commerciabili. Il mercato del carbonio consiste nello stabilire un limite alle emissioni per ogni paese con un macchinoso sistema di compravendita dell’inquinamento: gli stati virtuosi, che quindi riescono a non raggiungere questo limite, hanno diritto a vendere le cubature di CO2 in difetto ai paesi che invece il limite lo sforano. In questo modo, oltre a non abbassare le effettive emissioni, non solo si conferma la mercificazione delle risorse naturali, ma addirittura si rende merce lo stesso inquinamento, permettendo la possibilità di acquistare e vendere diritti emissivi. Se il mercato del carbonio è stato il punto principale sul quale i potenti del mondo non hanno trovato un accordo, facendo di fatto saltare il tavolo delle trattative, cos’altro possiamo aspettarci da questi summit? Se addirittura la soluzione prevista dai paesi che credono nelle cause antropiche del climate change è più dannosa che altro, in quale modo possiamo rappresentare le esigenze dei popoli di tutto il mondo che chiedono un’inversione di rotta radicale?

Dalla Cumbre Social por El Clima si è alzato il grido d’allarme di popolazioni indigene e sfruttati di tutto il mondo a cui il cambiamento climatico rende la vita ancora più complessa. Così si conclude il comunicato della Cumbre Social por el Clima:

“In queste ultime ore della COP25 ribadiamo il nostro impegno ad articolare soluzioni reali all’emergenza ambientale e sociale. È la nostra capacità di mobilitare, organizzare e comprendere ciò che può salvarci dall’emergenza ecologica e sociale che viviamo. Abbiamo imparato gli uni dagli altri, abbiamo stretto legami di solidarietà, abbiamo diffuso il desiderio di lottare. Partiamo molto più forti di quanto siamo arrivati.Manterremo pressione sui politici in difesa del bene comune. Continueremo per le strade a fermare l’emergenza climatica, da Santiago a Madrid articoleremo reti di solidarietà con le popolazioni che lottano per la giustizia in tutte le parti del mondo e contro la politica neoliberista.”

Potere al Popolo si unisce alla lotta di tutte le popolazioni sfruttate contro il capitalismo predatorio, contro l’estrattivismo, contro la distruzione del nostro territorio per il profitto di pochi. Dobbiamo mobilitarci avendo ben in mente che le rivendicazioni di carattere climatico e ambientale sono strettamente legate alle questioni economiche e sociali, e che solo connettendo queste lotte è possibile intravedere all’orizzonte il superamento di sfruttamento ed oppressione degli esseri umani e del pianeta tutto.

Qui, il nostro comunicato sulla Cop25 di Madrid https://poterealpopolo.org/tempi-duri-per-giustizia-climatica-madrid-fallisce-cop25/

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