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Whirlpool: NO alla rinconversione truffa!

Esistono lotte che cominciano da poche centinaia di uomini e donne, ma possono coinvolgere migliaia di persone, avendo il valore emblematico di guerre condotte per un intero popolo, per un’intera classe. La lotta dei 420 lavoratori della Whirlpool di Napoli è una di queste lotte.

Se la Whirlpool se ne va da Via Argine (NA) salta molto di più di uno stabilimento. In gioco ci sono gli stabilimenti di Carinaro e della Ex Embraco di Riva di Chieri (gruppo Whirlpool), già oggetto di una riconversione-truffa che ha ridotto la forza-lavoro, imposto cassa integrazione e riduzioni salariali, lasciando le vite di centinaia di lavoratori e di lavoratrici sospese sul filo dell’incertezza. Ancora in gioco ci sono gli stabilimenti di Siena, di Comunanza e Fabriano nelle Marche, che sono già da anni in solidarietà, in cui l’azienda continua a delocalizzare funzioni amministrative e a ridurre la produzione. Senza dimenticare, inoltre, il larghissimo indotto coinvolto. Parliamo di diverse migliaia di posti di lavoro e danni importanti per le economie locali nelle regioni coinvolte. Imponendo una riconversione-truffa allo stabilimento di Napoli, la Whirlpool svela il suo gioco: rompere l’accordo firmato con Governo e sindacati nell’ottobre 2018, andare via dall’Italia.

Perché la Whirlpool va via?

Le cause addotte dall’amministratore delegato Luigi La Morgia sono molteplici: i dazi imposti da Stati Uniti e India ai prodotti europei, la crisi argentina, dove la Whirlpool controlla ampi mercati, la crisi del mercato europeo degli elettrodomestici. Nessuna di queste scuse giustifica il comportamento rapace e truffaldino di una multinazionale che per anni ha depredato il nostro paese, sfruttando i lavoratori, imponendo loro sacrifici e salari da fame, ricevendo incentivi pubblici per decine di milioni di euro, acquistando Indesit e Ignis per depredare mercati, management, tecnologie da utilizzare poi in altri siti produttivi, delocalizzando poco a poco.

D’altra parte, intorno alla lotta dei lavoratori della Whirlpool si gioca qualcosa di ancora più importante: il futuro delle relazioni industriali nel nostro paese. L’economia globale, come ormai noto, attraversa una nuova fase di recessione, che da anni produce cambi di strategie aziendali e riassestamenti della catena transnazionale del valore. In Italia, si trascinano ormai ben 160 crisi aziendali, che coinvolgono oltre 220.000 lavoratori. Molte di queste sono determinate da manovre di aziende multinazionali, come delocalizzazioni, fusioni e acquisizioni con relative ristrutturazioni, fallimenti. I costi di questi processi, manco a dirlo, sono scaricati sulla mano d’opera.

Se la Whirlpool l’avrà vinta, mostrando di poter fare il bello e il cattivo tempo, chi impedirà ad altre grandi aziende, oggi o in futuro, di agire ancora una volta indisturbate, impunite, a scapito dei lavoratori e dei territori?

La mobilitazione operaia

In ritardo rispetto ai tempi e alle decisioni aziendali, finalmente i sindacati rappresentati in fabbrica  hanno dato inizio a due settimane di agitazione e di mobilitazione, di cui oggi, 25 settembre, è stata una tappa importante, con uno sciopero generale di 8 ore negli stabilimenti del gruppo Whirlpool e azioni di solidarietà realizzate da Potere al popolo in diverse città. Il 4 ottobre, invece, è previsto uno sciopero generale degli stabilimenti del gruppo con un corteo indetto per le strade della Capitale, a cui, ad oggi, hanno aderito i lavoratori della Ex Embraco e diverse aziende dell’indotto.

Come Potere al popolo non mancheremo agli ulteriori appuntamenti di mobilitazione. Saremo presenti come abbiamo sempre fatto, ovvero schierandoci dalla parte degli operai, mobilitando le nostre forze militanti sui territori per sensibilizzare la cittadinanza, smuovere l’opinione pubblica, denunciare le manovre della Whirlpool, svelare l’inganno della riconversione-truffa già imposta negli stabilimenti di Amiens, in Francia, e della già citata Ex Embraco di Riva di Chieri.

La multinazionale statunitense ha rifiutato i 17 milioni di sgravi fiscali promessi dal primo Governo Conte. Il Ministro dello Sviluppo Economico e il Presidente del Consiglio hanno promesso, più volte, ai lavoratori della Whirlpool di voler trovare una soluzione alla loro vertenza. In particolare Patuanelli, nell’ultima dichiarazione rilasciata dopo il fallimento del vertice con La Morgia, ha promesso di impegnare il Governo nell’adozione di tutti gli strumenti necessari per la risoluzione della crisi in corso. Crediamo che sia venuto il momento di passare dalle parole ai fatti!

Le soluzioni esistono, manca la volontà politica di attuarle, manca il coraggio di cambiare paradigma. Se la Whirlpool si ostina ad andare via dall’Italia serve un’azione politica forte, determinata, che sia di esempio a tutte le grandi aziende nazionali e multinazionali che credono di poter speculare sulla vita dei lavoratori, di poter scaricare sulla forza-lavoro i costi della crisi economica mondiale. Quello di cui c’è bisogno è una risposta politica che produca un passo in avanti in questa lotta, per garantire la continuità della produzione, rifiutare le riconversioni truffa che mascherano le chiusure, rilanciare la crescita reale e l’occupazione. E quando il privato non garantisce l’occupazione, è chiamato in causa direttamente lo Stato.

Se la Whirlpool andrà via da Napoli, che sia obbligata a restituire i soldi ricevuti dallo Stato, i quali potrebbero essere ben investiti per rilevare l’impianto senza oneri aggiuntivi, con un piano industriale pubblico, che garantisca la continuità produttiva e l’occupazione negli stabilimenti in crisi, a partire da Napoli.

Per decenni, i governi che si sono susseguiti si sono limitati a offrire alle grandi aziende incentivi pubblici e sgravi fiscali, affrontando le crisi aziendali con lo strumento della cassa integrazione e, in verità, accettando riconversioni senza esercitare alcun controllo pubblico, disimpegnando la funzione pubblica dalla tutela dell’occupazione e della struttura produttiva del paese. Queste soluzioni hanno rivelato la loro inconsistenza! Le crisi aziendali non possono essere affrontate su un piano prettamente economico, ma impongono soluzioni politiche tanto più forti quanto maggiore è il danno arrecato alla struttura produttiva, al lavoro, alla crescita reale.

Per questo Potere al popolo accoglie l’appello dei lavoratori della Whirlpool alla mobilitazione del 4 ottobre a Roma, con una decisa presa di posizione: bisogna obbligare la Whirlpool a restare in Italia, con ogni mezzo necessario, ma se quest’ultima si ostina a disimpegnarsi dall’Italia è necessario che il Governo prenda risoluzioni serie contro la Whirlpool e in difesa del lavoro e della continuità produttiva, adottando sanzioni economiche forti e provvedimenti che rilevino gli stabilimenti a rischio e rilancino la produzione con investimenti pubblici e un piano industriale di Stato. In una parola, è necessario che la lotta operaia, i sindacati e le forze politiche che si stanno mobilitando intorno a questa vertenza, facciano fronte comune per imporre al Governo una soluzione alternativa alla riconversione affinché, infine, se riconversione dovrà essere che sia nel quadro di una nazionalizzazione degli stabilimenti in crisi che impegni lo Stato a garantire la piena occupazione e il rilancio dell’attività produttiva.

Solo prendendo possesso degli stabilimenti in chiusura lo stato può arginare l’ondata di crisi aziendali che si sta abbattendo in Italia. La battaglia dei lavoratori della Whirlpool assume quindi un valore esemplare per tutti i lavoratori italiani, molti dei quali già si trovano o si troveranno in situazioni simili.

 

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