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Viola Carofalo: colpevolizzazione e deresponsabilizzazione. Perché le mani sporche di sangue non sono le nostre.

Scrivo questa piccola riflessione dopo qualche giorno di pausa dai social, dopo aver visto le bellissime immagini dei nuovi partigiani che hanno manifestato ieri a Foggia, dei braccianti che non vogliono essere più soltanto braccia e che le incrociano per far valere i propri diritti.
Vorrei provare a raccontarvi non l’impressione che mi ha fatto questo bellissimo corteo, ma i commenti, i ragionamenti che sono stati fatti intorno, in particolare su due temi, per provare a ragionarci assieme (consapevole delle critiche che arriveranno, ma dire quello su cui già siamo d’accordo temo non serva proprio a nulla):
– Il ritorno alla schiavitù
– La necessita’ di interrogarci su consa compriamo e cosa mangiamo

I lavoratori stranieri che si spezzano la schiena nei campi non sono solo schiavi, come ha scritto giustamente Gennaro Avallone, sono, appunto, soprattutto lavoratori. Certamente l’etichetta di schiavi è evocativa, fa un certo effetto, rimanda ad una considerazione, esatta, sull’impossibilita di scegliere, di sottrarsi a una fatica mortale, a condizioni di vita disumane. Chi la utilizza ha ragione. Ma non dice tutto, o meglio rischia di nascondere una parte della storia, quella per cui i braccianti non sono un residuo del passato, di forme e rapporti di lavoro superati, ma sono, viceversa un’anticipazione. Sembra una questione di lana caprina, ma credo abbia invece la sua importanza. Riconoscere i braccianti non come schiavi ma come lavoratori sfruttati significa unire e non dividere, riconoscere la condizione di stranieri e italiani come in continuità, sia pur con alcune terribili differenze. Differenze che esistono per ora, ma che non necessariamente ci saranno per sempre. Nella condizione dei braccianti possiamo e dobbiamo leggere quella dei “bianchi” di un futuro neanche tanto lontano. “Loro” fanno da cavia, poi tocca a “noi”. Perché c’è qualcosa di terribile, almeno quanto la schiavitù: la sua forma perfezionata, quella per cui, senza diritti ne’ garanzie, devi combattere, rischiare la vita, spostarti di continuo per un tozzo di pane.
Per questa similitudine di condizioni (non identità, ovviamente) passa, a mia avviso, la differenza tra una, sia pur involontaria e espressa in perfetta buona fede, attitudine caritatevole, umanitaristica e il riconoscimento pieno dell’umanità e dignità dell’altro, da pari a pari, senza sconti ne’ paternalismi. Non lottiamo per loro, ma fianco a fianco, per un interesse comune.
Molto ho letto anche sulla responsabilità dei consumatori e penso che sia giusto interrogarci sul reale prezzo di ciò che acquistiamo e mangiamo. Non solo sulla sua genuinita’, ma sul modo in cui viene prodotto, trattato, lavorato, trasportato, sulla fatica e lo sfruttamento che in qualche modo implica e contiene. Credo anche pero’ che il nodo della questione non sia lì, non sia solo in noi che consumiamo – e che pure possiamo e dobbiamo trovare modi diversi per farlo e perché tutti, non solo chi ha molto tempo e soldi da investire nella scelta degli alimenti da acquistare, possano farlo – ma nei controlli (dall’alto e dal basso), nelle scelte politiche e sociali, nell’impossibilità dello sfruttamento. Mentre scegliamo cosa metterci nel piatto, dobbiamo continuare ad impegnarci perché la pasta, le verdure, la frutta di nessuno, non solo le nostre, siano insanguinate.
Perché ho associato questi due temi e ho sentito l’esigenza di parlarne? Perché credo che l’incredibilmente grande (la schiavitù) e l’incredibilmente piccolo (la nostra spesa alimentare quotidiana) possano avere lo stesso effetto sul pensiero, rischiano di essere paralizzanti e, paradossalmente, deresponsabilizzanti.
In entrambi i casi si corre il rischio dell’”eccezionale”, il rischio di vedere il fenomeno come abnorme, fuori norma e fuori dalla portata della nostra trasformazione o, viceversa, come trasformabile solo nei piccoli gesti di ogni giorno, relegato ad una dimensione di impegno e responsabilità individuale e “microscopica” (non mi riferisco alla costruzione di GAS e filiere solidali, che hanno ben altro effetto, ma alla scelta individuale di cosa mettere nel carrello), e non (più) come modificabile strutturalmente.
Questa colpevolizzazione generale e generalizzante finisce, temo, per sortire l’effetto opposto: la colpa e di tutti, quindi di nessuno. Invece le colpe ci sono, eccome.
Dobbiamo e possiamo essere più attenti, più consapevoli, certo, ma la responsabilità di quanto accade nelle campagne del foggiano, del casertano non sono di chi compra i pomodori per 1 euro al kg, ma di chi sfrutta e lucra, delle organizzazioni criminali, della politica che non se ne occupa, che anzi lascia fare.
Le mani sporche di sangue non sono le nostre.

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