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Unione Europea: di fronte ad austerità e liberalizzazione, disobbedienza sociale – Marc Botenga 13/05/2019

C’è un grande assente a meno di una settimana dal voto per le elezioni europee: l’Unione Europea. Quello che dovrebbe essere il tema madre della campagna elettorale è a stento menzionato dai candidati di ogni parte politica. Eppure il nostro futuro, che ci piaccia o meno, è strettamente legato all’evoluzione delle istituzioni europee.

Nel testo che abbiamo tradotto, Marc Botenga, capolista del PTB belga alle europee, non solo si sofferma su quanto decisioni anche locali vengano toccate dall’impalcatura europea, entrando finalmente nel merito e non limitandosi a sbandierare slogan; ma affronta anche i pilastri stessi su cui si basa l’Unione Europea: con buona pace di qualcuno null’affatto lo spirito di Ventotene, vero e proprio mito fondativo dell’UE, senza appigli però nella storia, ma una “casa comune” fondata su concorrenza, liberalizzazioni e mercato, in cui gli esseri umani, i lavoratori, sono mere variabili dipendenti del capitale. Tale architettura ha il suo portato normativo nei Trattati che regolano la vita dell’UE. Trattati che nessuno – o quasi – mette in discussione. Sono lontani i tempi in cui Lega e M5S parlavano di sfida all’UE, oggi sono tornati a più miti consigli (fatta eccezione per alcune boutade elettorali, che infatti scompaiono non appena le urne si chiudono).

Le parole di Marc aiutano quindi a fare chiarezza, a delineare una pars destruens del lavoro che dobbiamo portare avanti. Marc procede però oltre, lasciando prefigurare la forza costituente della cooperazione, che dovrà necessariamente prendere il posto della “concorrenza” se crediamo che nulla possa “prevalere sui diritti sociali fondamentali, sull’ecologia e sul progresso sociale”. Una cooperazione che nasce anche dal coraggio della disobbedienza, dal rifiuto delle regole retrive.

Un’opera immane, certo. Peccato che qui in Italia nessuno osi nemmeno parlarne.

Buona lettura!

 

Fonte: https://bit.ly/2HFxS0Y

Traduzione a cura di Roberto Cantoni

C’è un elemento che brilla per la sua assenza nella campagna elettorale per l’Europa condotta dai partiti tradizionali. I trattati europei. O meglio, la messa in discussione di questi ultimi. Ma in mancanza di una rottura con i trattati, qualsiasi promessa di un reale cambiamento dell’attuale corso dell’Unione Europea resterà vacua.

Il rispetto di dogmi economici e di bilancio dati per immutabili impedisce il sostegno di una qualunque politica che si voglia radicalmente diversa. Dal 1° gennaio è scaduto il trattato di austerità europea (il TSCG, anche noto come fiscal compact, NdT), approvato nel 2013 dai quattro partiti tradizionali belgi. Si tratta di un’opportunità senza precedenti per intraprendere la strada della disobbedienza sociale, per investire massicciamente in progetti sociali e ambientali, cruciali per il futuro del nostro continente.

La realtà europea è tutt’altro che un inno alla gioia. Ogni sera, 700.000 europei dormono in strada. Si tratta di un numero maggiore delle popolazioni delle città di Liegi, Namur, Charleroi e Mons messe insieme. Alcuni paesi, come la Bulgaria o la Lettonia, hanno perso più della metà della loro popolazione. A tal proposito, uno studio pubblicato il 1° maggio dall’OCSE è illuminante:

Il 10% più ricco beneficia del 50% della crescita totale degli ultimi anni, mentre il 40% più povero beneficia del 3%. Queste cifre si ritrovano nella maggior parte dei paesi dell’Unione.

Mentre il numero di milionari aumenta di anno in anno, vi è l’urgenza sociale di affrontare le crescenti disuguaglianze sociali. C’è, inoltre, un’emergenza climatica: abbiamo dieci anni, non di più, per evitare una catastrofe climatica globale.

Abbiamo bisogno di massicci investimenti pubblici. Nel campo sociale. Negli alloggi, nelle nostre scuole, nei nostri ospedali. Nell’infrastruttura ferroviaria di tutta Europa. E per avere i mezzi che ci permettano di realizzare le nostre ambizioni in merito all’urgente transizione energetica, è essenziale lo sviluppo di un settore pubblico dell’energia, che sia nelle mani dei cittadini. Questo è l’unico modo per non rimanere prigionieri di aziende private ancorate ai combustibili fossili, sinonimo di facili guadagni.

Il soffocamento dei trattati di austerità

Ma, ed è qui che sta il problema, un programma così ambizioso di investimenti pubblici sociali ed ecologici è esattamente l’opposto dell’austerità europea, che impone tagli di bilancio.

Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea stabilisce le procedure di monitoraggio di due ben noti indicatori dell’Unione: il debito pubblico di uno Stato membro non può superare il 60% del PIL, e il disavanzo di bilancio non può superare il 3%. Ricordiamo, per inciso, che queste percentuali corrispondono a scelte puramente ideologiche, basate su medie risalenti a trent’anni fa. Economicamente, non reggono. Gli economisti hanno dimostrato che per la crescita non cambia nulla che un debito sia compreso tra il 30 e il 60%, tra il 60 e il 90%, o tra il 90 e il 120%. Non investire significa anche creare un debito nascosto. Prima o poi le infrastrutture dovranno essere riabilitate. Il Patto di bilancio (TSCG) ha ulteriormente rafforzato questa camicia di forza: il disavanzo strutturale di bilancio dovrebbe ridursi allo 0,5% del PIL. Il fatto che il PS (Partito Socialista, NdT) e Ecolo (i Verdi, NdT) abbiano approvato questo trattato, che incarna perfettamente un’Europa a misura di multinazionale, dimostra quanto il pragmatismo del potere porti alla contaminazione della sinistra di governo da parte del pensiero neoliberale dominante.

Da allora, il semestre europeo è diventato il quadro di riferimento per il “coordinamento” delle politiche economiche. Ogni anno, ognuno dei paesi dell’Unione Europea presenta saggiamente piani e progetti in quest’ambito alla Commissione Europea, che a sua volta effettua un’analisi dettagliata e formula raccomandazioni specifiche per ciascun paese per l’anno successivo. Le raccomandazioni sono dei classici del neoliberalismo, come la “riforma” dell’indicizzazione dei salari o la rottura delle pensioni pubbliche. Questa austerità istituzionalizzata ha un impatto diretto al livello locale. La creazione di due linee tranviarie a Liegi, ad esempio, è stata notevolmente ritardata a causa delle critiche europee sul modo in cui il progetto è stato incluso nel bilancio: una conseguenza diretta dell’imposizione del SEC 2010, il sistema europeo dei conti pubblici.

Il dogma delle libertà economiche

I trattati europei sono strutturati intorno a quattro libertà economiche: la libera circolazione di beni, persone, capitali e servizi. Queste libertà sono considerate fondamentali per la costruzione del grande mercato europeo e della “libera concorrenza senza distorsioni”. Pertanto, esse hanno, di fatto, la priorità rispetto a qualsiasi altra considerazione. Anche le imprese pubbliche devono essere soggette alle regole della libera concorrenza. Gli articoli dal 101 al 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, per esempio, invocano la libera concorrenza, un maggiore accesso al mercato e rigorose limitazioni degli aiuti di Stato. E qualsiasi eccezione sarà valutata dalle istituzioni, per evitare che s’impongano troppi limiti al sacrosanto mercato. Così, anche quando, nel 2015, la Germania e la Francia vollero imporre un salario minimo per i camionisti che viaggiano coi loro mezzi sul territorio di questi stati, la Commissione europea avviò una procedura di violazione della libera circolazione dei servizi.

Questi trattati cristallizzano in realtà degli elementi caratterizzanti della costituzione dell’Unione Europea, ma che restano taciti. Su questa base sono state adottate una serie di leggi, direttive e regolamenti europei. In linea coi trattati, tali leggi e regolamenti spesso danno la priorità al mercato e alla concorrenza rispetto a tutte le politiche. Anche la direttiva relativa al distacco dei lavoratori, che mira a migliorare le condizioni salariali dei lavoratori distaccati – i lavoratori venuti dall’Europa orientale e meridionale in Europa settentrionale per alcuni mesi in cambio di un tozzo di pane – ha come base giuridica non tanto l’aspetto sociale, quanto la libera circolazione dei servizi.

Oppure prendiamo la famigerata direttiva sui servizi, la famosa Direttiva Bolkestein: richiede la notifica alla Commissione Europea di qualsiasi misura sociale, ecologica o di altro tipo che possa ostacolare la libera circolazione dei servizi. L’obiettivo? Garantire che le imprese siano libere di fornire servizi in tutta Europa senza che le questioni sociali ostacolino troppo la libertà del mercato. Le aree potenzialmente interessate sono numerose: dagli asili comunali ai regolamenti urbanistici. Così, quando il Consiglio comunale di Amsterdam ha cercato di intervenire contro AirBnB per garantire l’accesso agli alloggi, si è reso conto che ciò poteva essere considerato una violazione della Direttiva Bolkestein.

L’articolo 60 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea è molto chiaro: “Gli Stati membri si adoperano per liberalizzare i servizi al di là della misura obbligatoria prevista dalle direttive.” In altre parole: l’Unione Europea vi imporrà un minimo di liberalizzazioni, ma incoraggia gli Stati membri ad andare oltre la commercializzazione dei servizi pubblici.

Tuttavia, la liberalizzazione, ossia l’estensione del mercato, non ci consente di affrontare le grandi sfide di oggi. La liberalizzazione del traffico merci, decisa all’inizio del secolo, ha dimezzato la quota dei treni nel trasporto merci in Belgio, mettendo sulle strade centinaia di migliaia di camion supplementari. Analogamente, la politica di sovvenzioni per il traffico aereo privato intraeuropeo, altamente inquinante, è stata di fatto attuata contro le ferrovie. Lo sviluppo di una rete ferroviaria completa e di alta qualità in Belgio e in Europa richiederà non solo importanti investimenti pubblici, e quindi una rottura con l’austerità, ma anche la mancata applicazione della liberalizzazione europea del trasporto passeggeri. Fingere di volere l’uno senza rompere con l’altro è demagogico.

E come possiamo ridurre il potere delle varie Engie-Electrabel ed EDF-Luminus sulla nostra energia senza tornare alla liberalizzazione del settore del gas e dell’elettricità? Imporre norme vincolanti di riduzione delle emissioni alle multinazionali significa ovviamente rompere con il mercato europeo delle quote di emissione (ETS), che consente questo business dell’inquinamento.

L’alternativa: disobbedienza sociale

Ma possiamo mettere in discussione i trattati? Certo. Quando si è trattato di salvare le banche dopo la crisi del 2008, le rigide regole dei trattati europei sono state smorzate. C’era, all’epoca, un’emergenza bancaria. Oggi c’è un’emergenza sociale e climatica.

A Davos, Greta Thunberg, iniziatrice di un movimento climatico europeo e globale che ha messo in discussione tutte le certezze, ha riassunto così: “Non possiamo salvare il mondo rispettando le regole attuali”.

Secondo Jean-Claude Juncker, non ci può essere democrazia se si va contro i trattati europei. Per noi, democrazia significa anche proporre un’alternativa al quadro attuale dei trattati europei. Di fronte al dumping sociale e ambientale, è giunto il momento della disobbedienza sociale. Senza tale disobbedienza, dopo le elezioni, il coro de “la colpa è dell’Europa” servirà ancora una volta come scusa per i partiti tradizionali per abbandonare nuovamente le loro promesse elettorali e applicare le stesse politiche che hanno fallito per 30 anni.

Il periodo attuale ci offre un’importante occasione per avviare una rottura con i trattati. Nel suo articolo 16, il Trattato di austerità (un trattato intergovernativo e, in questo senso, non ancora un trattato europeo in senso stretto) richiedeva che il suo contenuto fosse incorporato nel diritto europeo sovranazionale entro il 31 dicembre 2018. Tuttavia, poiché dal 1º gennaio di quest’anno tale integrazione è stata (provvisoriamente) rifiutata dal Parlamento europeo, è ancora necessario applicarlo? Non sarebbe un buon momento per dichiararlo obsoleto? Quello che è certo è che mai prima d’ora il campo è stato più fertile per la disobbedienza.

A livello europeo, alcuni a sinistra stanno già parlando di disobbedienza costruttiva. Il principio deve essere semplice: la non-regressione o, meglio ancora, il progresso sociale. Disobbedire alle misure che significano regressione sociale, per far avanzare le misure per il progresso sociale. Nulla nei trattati, e in particolare le libertà economiche o le regole di concorrenza, può prevalere sui diritti sociali fondamentali, sull’ecologia e sul progresso sociale. Questa sarebbe una base completamente diversa per la cooperazione europea, e potrebbe essere sostenuta dalle forze di sinistra in tutta Europa.

Un nuovo spirito europeo

Ci sono altri modi per disobbedire. Rifiutiamo di applicare il quarto pacchetto ferroviario che dal 2023 smantellerà il nostro servizio ferroviario pubblico. Effettuiamo i necessari investimenti pubblici, a prescindere dalle raccomandazioni della Commissione Europea e del semestre europeo.

Disobbedire significa anche andare oltre quanto consentito dalle linee guida. Una serie infinita di eccezioni, negoziate dai liberali e socialisti europei, rischia, ad esempio, di rendere la nuova direttiva sul distacco dei conducenti nel trasporto stradale un colabrodo. In quanto conducenti di camion o autobus internazionali, gli autisti di camion non avrebbero quasi mai diritto allo stesso stipendio dei loro colleghi. Per fermare il dumping sociale, il Belgio deve andare oltre e garantire a questi lavoratori la parità di retribuzione. L’aspetto sociale deve avere la precedenza sulla libera circolazione dei servizi.

Questo non è un ripiegamento su sé stessi. Al contrario, è la logica della concorrenza tra tutti contro tutti che ha fatto rivivere i nazionalismi xenofobi. Di fronte all’ascesa dell’estrema destra in vari paesi, è urgente rompere con questa logica e passare dalla concorrenza alla cooperazione. Un movimento europeo di disobbedienza sociale può essere l’inizio di un nuovo respiro europeo, ecologico e unito. “La disobbedienza, agli occhi di chiunque abbia studiato storia, è la virtù originaria dell’uomo. È attraverso la disobbedienza che sono stati fatti progressi, attraverso la disobbedienza e la ribellione”, come ha detto Oscar Wilde.

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