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ISRAELE NON PUÒ PIÙ NEGARE L’APARTHEID

Il 24 giugno 2023, il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane (IDF) Herzl Halevi, il capo dello Shin Bet (intelligence) Ronen Bar e il commissario di polizia Kobi Shabtai hanno rilasciato una dichiarazione congiunta. Hanno indicato “attacchi violenti…da parte di cittadini israeliani contro palestinesi innocenti”, che hanno definito “terrore nazionalista in tutti i sensi”. Una tale affermazione è rara, in particolare la descrizione della violenza come “terrore nazionalista” e la definizione delle vittime palestinesi come “innocenti”. In genere, gli alti funzionari del governo israeliano dipingono tali attacchi come risposta alle azioni terroristiche da parte dei palestinesi.

Tre giorni prima di questa dichiarazione, il governo degli Stati Uniti aveva dichiarato di aver ascoltato “rapporti preoccupanti circa le violenze da parte di coloni estremisti contro civili palestinesi”. Gruppi di coloni – o, più precisamente, gruppi terroristici nazionalisti israeliani – si sono scatenati in tutta la Cisgiordania a fianco delle forze armate israeliane, uccidendo palestinesi indiscriminatamente per seminare paura in questa parte della Palestina ed esortando a un’ulteriore pulizia etnica, chiamata eufemisticamente “ingegneria demografica”.

La violenza israeliana contro i palestinesi non è nuova, ma si è intensificata rapidamente. Da gennaio a maggio di quest’anno, le Nazioni Unite hanno calcolato che le forze israeliane hanno ucciso 143 palestinesi (112 in Cisgiordania e 31 a Gaza) – più del doppio del numero di palestinesi uccisi nello stesso periodo dell’anno scorso. Nel 2022, sono stati uccisi in totale 181 palestinesi (151 in Cisgiordania e 30 a Gaza). Nel frattempo, le agenzie delle Nazioni Unite hanno rilevato che il 2022 è stato il sesto anno di aumento annuale consecutivo degli attacchi dei coloni, in crescita dal 2006, dopo che la Seconda Intifada è stata repressa da Israele. Nel 2009, l’ONU ha avvertito che 250.000 palestinesi in 83 comunità in Cisgiordania “sono a rischio di intensificazione della violenza” da parte dei coloni israeliani. Hanno chiamato questi attacchi price tag (costo) perché i coloni impongono un duro prezzo ai palestinesi per la loro esistenza in terre che gli israeliani chiamano Giudea e Samaria.

In una riunione di gabinetto il 25 giugno, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto ai suoi colleghi che anche lui trovava “inaccettabili” le “richieste di accaparramento illegale di terre e le azioni che ne conseguono”. Leggendo attentamente la dichiarazione di Netanyahu al Gabinetto si scopre, tuttavia, che egli non era in disaccordo con la politica di accaparramento delle terre e di ingegneria demografica. Le azioni violente dei coloni, ha affermato, “non rafforzano l’insediamento – al contrario, lo danneggiano. Lo dico da persona che ha raddoppiato gli insediamenti in Giudea e Samaria nonostante le grandi e inedite pressioni internazionali per effettuare ritiri che non ho fatto e non farò”. Questi insediamenti, che Netanyahu esalta, sono illegali secondo il diritto internazionale. Non più tardi del 2016, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha votato a favore della Risoluzione 2334, che “condanna tutte le misure volte ad alterare la composizione demografica, il carattere e lo status dei Territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, inclusi, tra l’altro, la costruzione e l’espansione di insediamenti, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca di terreni, la demolizione di case e lo sfollamento di civili palestinesi”.

Negli ultimi anni, una serie di politiche e azioni del governo israeliano hanno sollevato lo spettro dell’apartheid, la parola afrikaans che significa “lo stato di separazione”. Questo termine è stato sempre più utilizzato per descrivere la discriminazione istituzionalizzata dei palestinesi da parte di Israele all’interno delle line di confine del 1948, nei Territori Palestinesi Occupati (i TPO, che sono costituiti da Gerusalemme Est, Gaza e Cisgiordania) dal 1967, esiliati nella diaspora. Nel 2017, la Commissione economica e sociale dell’Asia occidentale (ESCWA) delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto significativo, intitolato “Le pratiche israeliane nei confronti del popolo palestinese e la questione dell’apartheid”. L’allora leader dell’ESCWA, Rima Khalaf, ha affermato che il regime di apartheid israeliano opera su due livelli. In primo luogo, frammenta il popolo palestinese (all’interno di Israele, nei TPO e nella diaspora). In secondo luogo, opprime i palestinesi attraverso “una serie di leggi, politiche e pratiche che ne assicurano il dominio da parte di un gruppo razziale e servono a mantenere il regime”.

L’uso della parola apartheid per descrivere il trattamento riservato da Israele ai palestinesi è ormai quasi onnipresente. Amnesty International, ad esempio, ha pubblicato un rapporto nel 2022 con un titolo emblematico: L’apartheid israeliano contro i palestinesi: sistema crudele di dominio e crimine contro l’umanità. In una conclusione senza mezzi termini, Amnesty ha scritto:

Israele ha perpetrato il reato internazionale dell’apartheid, in quanto violazione dei diritti umani e del diritto pubblico internazionale, ovunque imponga questo sistema […] Quasi tutta l’amministrazione civile e le autorità militari israeliane, così come le istituzioni governative e semigovernative, sono coinvolte nell’applicazione del sistema di apartheid contro i palestinesi in tutto Israele e nei TPO e contro i rifugiati palestinesi e i loro discendenti al di fuori del territorio.

Dal 20 al 22 giugno, due ex alti funzionari delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon (ex segretario generale delle Nazioni Unite) e Mary Robinson (ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e presidente dell’Irlanda), hanno visitato la Palestina e Israele. Si sono recati nella regione per conto di The Elders, un gruppo formato da Nelson Mandela nel 2007 per riunire ex funzionari governativi e alti funzionari di istituzioni multilaterali per affrontare i dilemmi dell’umanità. Quando hanno lasciato Tel Aviv, hanno pubblicato un rapporto scabroso sulla loro visita.

Sulla base delle loro conversazioni con le organizzazioni per i diritti umani e delle loro stesse indagini, Ban e Robinson hanno ribadito “prove sempre più evidenti che la situazione soddisfa la definizione legale internazionale di apartheid”. Quando hanno discusso queste prove con i funzionari israeliani, “non hanno sentito alcuna confutazione dettagliata delle prove dell’apartheid”. Le Linee guida del governo di Netanyahu, hanno sottolineato Ban e Robinson,

mostrano chiaramente l’intenzione di perseguire un’annessione permanente piuttosto che un’occupazione temporanea, basata sulla supremazia ebraica. Le misure includono il trasferimento dei poteri amministrativi sulla Cisgiordania occupata dalle autorità militari a quelle civili, l’accelerazione dei processi di approvazione per la costruzione di insediamenti e di nuove infrastrutture che renderebbero impraticabile un futuro stato palestinese.

Queste sono parole forti da parte di alti funzionari che hanno ricoperto due delle più alte cariche delle Nazioni Unite.

Il 25 marzo 1986, le autorità israeliane hanno arrestato Walid Daqqah, originario della città di Baqa al- Gharbiyyeh. È stato condannato a 37 anni di carcere per aver fatto parte di un gruppo che ha ucciso il soldato israeliano Moshe Tamam. La sua detenzione viola gli Accordi di Oslo del 1993, secondo i quali tutti i prigionieri palestinesi detenuti prima della firma dell’accordo devono essere rilasciati. La sua pena detentiva di 37 anni è scaduta il 24 marzo 2023, ma Daqqah, che da quando è stato incarcerato è diventato un affermato romanziere, rimane in carcere con una nuova accusa, risalente al 2018, di contrabbando di telefoni cellulari nella prigione. Ciò ha esteso la sua pena di altri due anni. Ora ha 61 anni e sta lottando contro il cancro (diagnosi che ha ricevuto nel 2022), Walid aveva in programma l’udienza per la libertà condizionale, ma questa è stata rinviata dal governo israeliano.

Tra le crescenti proteste internazionali, l’Unione Internazionale degli Editori di Sinistra, di cui Tricontinental: Institute of Social Research è membro, ha rilasciato una dichiarazione in cui chiede al governo israeliano di rilasciare Daqqah. Si può leggere quanto segue:

Noi, l’Unione Internazionale degli Editori di Sinistra (IULP), facciamo appello a tutti gli editori, scrittori, artisti, intellettuali e persone di coscienza per la richiesta dell’immediata liberazione dello scrittore e pensatore rivoluzionario Walid Daqqah dalle carceri dell’occupazione israeliana.

Walid Daqqah è stato imprigionato dall’età di 25 anni per la sua resistenza all’occupazione israeliana e la sua difesa del popolo palestinese. Ora ha 61 anni, ha subito questa ingiusta prigionia per 37 anni. Le sue condizioni di salute si stanno rapidamente deteriorando ed è fondamentale che riceva un trapianto di midollo osseo e altre cure mediche urgenti, ma le autorità israeliane gliele negano.

Uno dei più importanti pensatori e visionari della resistenza palestinese attuale, Walid Daqqah, è stato sottoposto a gravi torture quotidiane, abusi e abbandono che, puntualmente, i prigionieri palestinesi affrontano nelle carceri dell’occupazione. È una voce del popolo, una voce che l’Occupazione teme e spera di mettere a tacere. Ma sebbene il suo corpo sia dietro le sbarre, la sua voce si è liberata attraverso i suoi romanzi, saggi e lettere, che hanno ispirato e motivato il movimento dei prigionieri palestinesi, la resistenza e il movimento di solidarietà internazionale in ogni angolo del mondo. La detenzione di Walid Daqqah è una violazione dei suoi diritti umani fondamentali, di quelli della sua famiglia e del suo popolo, e anche una violazione dei diritti di tutte le persone in lotta che meritano di imparare da lui, ascoltarlo e confrontarsi con lui e con le sue idee.

La detenzione in corso di Walid Daqqah è una condanna a morte, e il mondo è testimone dei tentativi dell’occupazione israeliana, sostenuta dagli Stati Uniti, di mettere a tacere la resistenza palestinese con ogni mezzo possibile. Chiediamo l’immediato rilascio di Walid Daqqah alla sua famiglia e l’accesso immediato alle cure mediche. Alziamo la nostra voce in ferma solidarietà con Walid Daqqah, i quasi 5.000 prigionieri palestinesi che rimangono ingiustamente dietro le sbarre, e le voci della ragione imprigionate e represse che subiscono gli attacchi dell’imperialismo in tutto il mondo.

Nel 2018, Daqqah ha pubblicato il suo primo romanzo per bambini, La storia del segreto dell’olio. Racconta la storia del dodicenne Jood, che va a trovare suo padre in prigione per la prima volta, ma le autorità gli negano l’accesso. Il ragazzo viaggia per la Palestina, incontrando il coniglio Samour, l’uccello Abu Reesha, il gatto Ghanfour, il cane Abu Nab e un ulivo secolare, Um Rami, parlando del regime di apartheid israeliano. Um Rami, che doveva essere abbattuto dalle autorità israeliane per liberare terra per un insediamento illegale, dice a Jood che ha un olio che può strofinare sul suo corpo per renderlo invisibile. Usa l’olio, entra nella cella di suo padre e dice a suo padre sconcertato: “Sono tuo figlio Jood”.

Con affetto,

Vijay

*Traduzione della venticinquesima newsletter (2023) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

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