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Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema!

Comunicato del Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo

Sabato 28 e domenica 29 marzo, nonostante le difficoltà dovute al diffondersi del Covid-19, si è svolto come previsto il Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo. Con i delegati connessi da tutti gli angoli d’Italia, in rappresentanza di decine e decine di assemblee territoriali e Case del Popolo, abbiamo fatto il punto della situazione e ci siamo preparati per i prossimi passaggi della crisi. Qui offriamo una sintesi del dibattito.

Prima però salutiamo la liberazione della nostra Coordinatrice più amata, Nicoletta Dosio, che, pur restando ancora sottoposta a durissimi provvedimenti domiciliari, è finalmente tornata nella sua Val Susa accolta dal calore di tutte e tutti. Grazie Nicoletta per l’esempio che ci hai dato, ci spingi ad essere migliori!

1. La situazione e le prossime evoluzioni

Siamo di fronte a un momento drammatico nella storia mondiale e nella vita del nostro paese, ma anche a un possibile punto di svolta. In nemmeno un mese sono successe cose impensabili fino a poco prima: solo in Italia migliaia di morti, alle cui famiglie va tutta la nostra vicinanza, provvedimenti che non erano mai stati presi dalla Seconda Guerra Mondiale, miliardi di persone cambiare radicalmente stile di vita, militari per strada e milioni di controlli, assodati meccanismi dell’UE saltare (da Schengen al vincolo del 3% nel rapporto deficit/PIL), contraddizioni crescenti dentro l’Unione Europea ma anche nelle relazioni con la Nato e il vecchio mondo euroatlantico, rapporti internazionali ridefinirsi, con gli aiuti della Cina e i medici cubani arrivare nel cuore della Lombardia leghista, i governi violare i dogmi della chiesa liberista e stanziare miliardi in spesa pubblica, rivolte nelle carceri e nei ghetti della schiavitù agricola, tanta violenza ma anche tanta solidarietà e creatività umana…

Abbiamo visto tornare in campo la centralità della contraddizione capitale/lavoro e in particolare la centralità operaia, per cui tutto si può chiudere ma non si può bloccare la produzione di merci che genera valore. Abbiamo visto Confindustria e Governo Conte schierati insieme contro i lavoratori e il sindacalismo di base arrivando a impedire gli scioperi fino a fine aprile, abbiamo visto tornare centrale il dibattito intorno a temi come: “la sanità deve essere pubblica”, “ci vuole una pianificazione e un intervento dello stato nell’economia e nei settori strategici per tenere equilibrata una società”, “le priorità sono la vita, la salute, l’ambiente, il lavoro e non il profitto”…

Abbiamo visto tutto il fallimento di una sanità smantellata, regionalizzata, non coordinata; tutta l’incapacità delle nostre classi dirigenti nell’individuare il problema, nel preparare il paese allo shock, nell’imporsi sugli interessi privati che, soprattutto in Lombardia e Veneto, continuavano a volere tutto aperto anche quando la nostra gente cadeva come mosche.

Abbiamo visto tutto questo, e pretendiamo non lo si dimentichi. Perché, come ogni crisi, anche questa sta mettendo a nudo i fondamenti della società, sta facendo emergere gli interessi contrastanti fra le classi. La potenza di quello che accade mette la gente di fronte al fatto di dover vivere in modo inedito, di dover fare i conti con la propria vita, di pensare a cose a cui non aveva mai pensato. Milioni di persone, sbattendo contro questo evento durissimo, ma anche rivelatore, stanno prendendo consapevolezza delle disparità, delle ingiustizie, della possibilità concreta di fare diversamente. Per questo molti e molte, in tutto il mondo, stanno affermando: non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema!

Sta a noi quindi non tornare indietro, a quella normalità che non era altro che un sistema cinico, basato sul profitto e sulla guerra, e costruire una nuova normalità, un ordine nuovo, come lo chiamava Gramsci, basato sull’essere sociale, sulla giustizia, sulla libertà, sulla cooperazione fra i popoli.

A maggior ragione in quanto fra poco la crisi sanitaria diventerà crisi economica a livello mondiale. Attenzione: non è il coronavirus a far saltare tutto (per quanto sia davvero la peggiore delle sciagure perché impedisce la produzione, la circolazione di merci e persone etc). La crisi economica è strutturale a questo modo di produzione, e dopo 12 anni dal 2008 e dai problemi a cui non si è mai saputo rispondere, la nuova bolla doveva prima o poi scoppiare. Poteva essere la guerra dei dazi fra USA e Cina, l’Iran, altre tensioni internazionali: alla fine si è verificato il peggior scenario possibile nel peggior momento possibile.

Potere al Popolo ritiene che la crisi che arriverà sarà peggiore di quella del 2008, in particolare in Italia. Innanzitutto perché il nostro paese è quello che ha avuto più difficoltà a risollevarsi dal 2008, che è tornato in recessione nel 2011, che arriva a questo nuovo appuntamento con delle classi dirigenti incapaci, un alto debito pubblico, una dimensione produttiva medio-piccola, spesso legata a circuiti informali o criminali, incapace di innovazione e di programmazione, un dibattito pubblico avvilente, un sistema pubblico e di protezione sociale smantellato e insufficiente, 12 anni di risparmi delle famiglie e medio basso reddito bruciati, un fortissimo divario fra Nord e Sud, fra centri e periferie… Infine il turismo, su cui il sistema-paese è andato sempre più puntando, e che dal 2008 in poi è andato crescendo (circa il 5% del Pil e il 6% degli occupati secondo Bankitalia 2018, che in altre stime che calcolano anche l’impatto indiretto arriva fino al 13% di PIL e 15% di occupati), sarà quasi azzerato fino alla fine dell’anno.

Non è un caso che sin da ora la prima risposta che il Governo ha messo in campo è l’esercito, soprattutto nelle aree del paese più esposte a rivolte: segno di un’incapacità di gestire politicamente e socialmente i problemi, e doversi dunque muoversi preventivamente in chiave repressiva.

Inoltre la crisi arriva quando le istituzioni internazionali hanno già bruciato in questi anni molti trucchi di politiche monetarie. Le classi dirigenti a livello mondiale hanno le armi spuntate e non sanno davvero cosa fare. Mentre nell’immediato una crisi sanitaria rafforza gli esecutivi, sul medio periodo potremo assistere alla loro caduta, a nuovi movimenti, a soluzioni inedite, con i più accaniti liberisti che si vedranno costretti a immaginare patrimoniali e nazionalizzazioni, ma anche al montare della barbarie, alla chiusura dei confini, con possibili esiti bellici.

Si è creata una condizione del tutto nuova in cui le opzioni del cambiamento politico e sociale trovano nuova e piena legittimità mentre il vecchio modello economico, sociale e ideologico dominante sta mostrando tutti i suoi limiti e i rischi a cui espone l’intera umanità.

Come Potere al Popolo siamo estremamente consapevoli sia dei rischi che delle opportunità di questa situazione. Non c’è quindi né da spaventarsi – e così accodarsi al Governo, all’eterno “meno peggio”, in nome di un’unità nazionale di cui le classi popolari non beneficiano mai –, ma c’è da lavorare quotidianamente, sui territori, nei posti di lavoro, per dare uno sbocco positivo e innovativo a questa crisi.

Il nostro paese ha le risorse per uscire da questa condizione: ha grandi patrimoni di evasori e speculatori da andare a recuperare, ha una costituzione e delle leggi che consentono la redistribuzione della ricchezza e la subordinazione degli interessi privati a quelli della collettività, ha ancora un patrimonio industriale e delle competenze fra le più alte al mondo. Si tratta dunque “solo” di lottare per cambiare le politiche che ci stanno uccidendo!

2. Come ci stiamo muovendo

Dall’inizio della crisi abbiamo cercato di attivarci nonostante il difficile scenario che ci impediva persino di incontrarci. Molte delle nostre attiviste e attivisti sono abituati a stare nelle strade e a contatto con la gente: essere stati costretti a riconvertire così bruscamente il nostro agire non era scontato eppure abbiamo registrato una spinta positiva a rendersi utili, a stare sul punto politico, a dare indicazioni di lotta e di denuncia. Pur se costretti a “virtualizzare” molte delle nostre attività, abbiamo sviluppato due linee di intervento, strettamente intrecciate, in consonanza con la nostra natura, che non è né quella del classico partito, elettoralistico o puramente ideologico, né di associazione “assistenziale”.

Abbiamo messo in campo una prima linea, di intervento sociale e mutualistico, per cui abbiamo cercato di pensare, durante alla crisi, a chi sta peggio, per non lasciare nessuno indietro, per rafforzare le nostre comunità, per radicarci sul territorio mostrando con i fatti la possibilità di un’altra politica. E per impedire che, con la scusa dell’emergenza, venissero massacrati diritti. Da questo punto di vista i principali interventi che abbiamo attivato sono stati:

  1.  all’inizio della crisi, a chiusura delle scuole, servizi di babysitting per le famiglie di lavoratori e di assistenza agli anziani, messa in condivisione del materiale scolastico e sanitario per permettere a tutti i bambini di poter accedere alla didattica online;
  2.  la distribuzione dei materiali sanitari che siamo riusciti a procurarci: mascherine, disinfettanti, a lavoratori, in particolare ai lavoratori del comparto sanitario;
  3.  uno sportello telefonico con avvocati del lavoro per evitare che si verifichino abusi sui lavoratori e mettere in condizione tutti di essere informati, di accedere a cassa integrazione, misure di protezione sociale etc;
  4.  dopo i decreti che istituivano la zona rossa, la spesa solidale e la distribuzione di pacchi alimentari alle famiglie indigenti, italiane e migranti.

Dal punto di vista più politico, abbiamo subito elaborato a inizio marzo una lista di rivendicazioni concrete che, anche se all’inizio potevano sembrate “esagerate”, sono state, via via, quasi tutte attuate – per quanto in modo ancora insufficiente – dal governo. In particolare poi abbiamo messo su due giornate di flash mob, con foto sui social, striscioni, comunicati su:

  • 18 marzo, “Non chiamateli eroi se poi li abbandonate”

    campagna di solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori della sanità pubblica, per dare loro Dispositivi di Protezione Individuale e per chiedere la messa a disposizione gratuitamente della sanità privata;

  • 25 marzo, “Tutto andrà bene se difendiamo i lavoratori”

    campagna convocata nel giorno dello sciopero generale dell’USB e dei metalmeccanici in Lombardia, per chiedere il blocco immediato delle attività non necessarie.

In entrambi i casi abbiamo registrato la partecipazione di migliaia di persone, e soprattutto di quegli stessi soggetti, lavoratrici e lavoratori in primis, che volevamo coinvolgere. Pur nella scomparsa della politica che ha contraddistinto questo mese della crisi – il Parlamento non si riunisce, la visibilità è data solo a chi ha il potere di “proteggere la vita”, dunque al capo dello Stato, del Governo, della protezione civile e degli istituti sanitari, ai presidenti di regione, al massimo a qualche sindaco – siamo riusciti a far emergere anche comunicativamente alcuni temi.

In queste ultime 3 settimane, abbiamo registrato oltre 5 milioni di visualizzazioni sui nostri social, centinaia di migliaia accessi ai documenti e al sito, abbiamo pubblicato articoli e siamo riusciti a far apparire in televisione la voce si detenuti, lavoratori, famiglie in condizioni di povertà. Anche questo un risultato niente affatto scontato!

Crediamo che in questa crisi il nostro ruolo sia di metterci come sempre al servizio del popolo per dare risposta ai bisogni più immediati, ma anche quello di indicare una prospettiva e un orizzonte di uscita da questa crisi. Costruendo relazioni con tutti i soggetti, dal sindacalismo conflittuale alle associazioni di territorio, dai movimenti ancora attivi alle forze politiche anticapitaliste, per far sì che questo momento sia un vero spartiacque.

Bisogna fare tesoro di quanto successo in Italia nel ciclo 2008-2011 e non ripeterlo: nessuna illusione di poter riformare dall’interno questo sistema che com’è evidente va cambiato alla radice, ma nemmeno un estremismo che non permette la partecipazione di larghe masse alla vita politica. Dobbiamo aprire strade per una democrazia dal basso e un protagonismo delle classi popolari, dai quartieri e i posti di lavoro fino ai palazzi istituzionali.

Sappiamo di essere un’organizzazione piccola e non sufficiente a questa grande sfida, ma sappiamo di essere anche una delle realtà più grandi e vivaci nel campo dell’alternativa, e intendiamo quindi dare tutto il nostro contributo. Chiediamo quindi a tutte e tutti i compagni, di Potere al Popolo o di altre strutture, di cogliere fino in fondo l’eccezionalità della situazione, e di aprire momenti di confronto, collaborazione, di discussione. Ognuno di noi deve maturare, essere responsabile, uscire da vecchi schemi, per trasformare la catastrofe in possibilità.

3. I prossimi passi

Adesso siamo ancora in piena emergenza, impossibilitati a muoverci liberamente, e quindi la nostra attività deve ancora essere orientata principalmente sul “mettere al sicuro la vita”. Non è infatti questo lo scopo di tutte le forze in campo ora – pensiamo a chi anche in queste ore sta speculando sui soldi in arrivo per la sanità, come in Lombardia con la lentissima apertura di un nuovo ospedale che alla fine avrà pochissimi posti letto, o in Campania rimborsando profumatamente la sanità privata; ma pensiamo anche a Confindustria che, facendo leva sul minor numero di tamponi in Lombardia, dice che “si può riaprire”…

Potere al Popolo è una forza di autodifesa popolare. “Mettere al sicuro la vita” oggi per noi vuol dire cose concrete: intervenire sul lato sanitario, economico e culturale.

Sul lato sanitario intendiamo portare avanti il sostegno al personale impegnato in prima linea, la richiesta di dispositivi di protezione per loro e per tutte le lavoratrici e i lavoratori di fabbriche, grande distribuzione, logistica… Intendiamo incalzare le istituzioni sull’aumento del monitoraggio e del numero dei tamponi, per individuare subito gli infetti e permettere loro di curarsi adeguatamente, e praticare il controllo popolare sui fondi spesi.

L’epidemia ha disvelato la reale consistenza del sistema sanitario regionale lombardo, incapace finanche di garantire presidi di protezione minimi ai suoi operatori. Intendiamo lanciare una grande battaglia perché la sanità nazionale sia totalmente pubblica e laica e soprattutto che non sia gestita da grandi gruppi economici e finanziari, né da strutture confessionali a vario titolo, per le quali l’etica religiosa viene anteposta alla vita e alle scelte delle persone. Chiediamo fin da ora che le strutture private siano requisite e che siano immediatamente sospese tutte le convenzioni, e non soltanto in ragione della fase emergenziale. Chiediamo che il volontariato sia valorizzato e non usato strumentalmente per drenare risorse pubbliche a favore, soprattutto in sanità, ma non solo, di strutture spesso di dubbia qualità e finalità.

Ma “mettere al sicuro la vita”, vuol dire anche verificare che chiudano le attività produttive non necessarie, che non si imbrogli sui codici ATECO – anche per questo è a disposizione il nostro “telefono rosso”.

Siamo consapevoli del fatto che questa emergenza sanitaria ha solo anticipato la crisi economica e produttiva e che, finita l’emergenza, dovremo batterci affinché non ci sia una riorganizzazione tale da pregiudicare le produzioni e soprattutto i posti di lavoro. L’emergenza del Covid-19 non deve essere usata dai padroni per ristrutturazioni aziendali che servirebbero solo a fare cassa! Si torni a parlare di nazionalizzazione dei settori strategici! Si produca ciò che realmente serve al popolo!

Infine vuol dire riconoscere concretamente che l’accesso all’educazione e alla cultura è un diritto vitale attraverso la regolarizzazione normativa immediata delle professionalità degli operatori della cultura e dello spettacolo – da cui, non a caso, è partita la mobilitazione per il reddito di quarantena –, non più rimandabile.

Vuol dire regolarizzare, come fatto in Portogallo, i migranti sul nostro territorio, in modo tale che le loro condizioni di salute possano essere più facilmente monitorate, e il contagio possa essere contenuto.

E infine vuol dire – anche se questo oggi può essere impopolare, non importa – garantire i diritti delle detenute e dei detenuti, soprattutto permettendo il loro accesso alle misure alternative alla detenzione, prevedendo la loro uscita con un indulto immediato e con un progetto di amnistia sociale.

Sul lato economico, è evidente che dopo un mese di chiusura, la situazione per molti dei “nostri” non è più gestibile. Chi non ha avuto modo di accedere agli ammortizzatori sociali, le partite IVA a basso reddito, le piccole attività commerciali, i lavoratori a nero, della ristorazione, del turismo e dello spettacolo, i precari con contratti a tempo, i lavoratori dei campi, i circuiti di economia informale: è impensabile che questi milioni di persone, presenti soprattutto nelle periferie delle aree metropolitane, nelle zone interne e al Sud, restino senza alcuna forma di reddito.

I 300 milioni di buoni-spesa previsti dal Governo sono una misura insufficiente, sulla quale come Potere al Popolo ci incarichiamo comunque di operare vigilanza dal basso, facendo sì che i fondi non vengano sprecati e possa accedere a questa ripartizione chi davvero ne ha bisogno. Per questo abbiamo protocollato una richiesta di trasparenza sulla gestione dei soldi che stanno arrivando ai Comuni: chiediamo a tutti i nostri consiglieri di farla girare.

Ma serve soprattutto un provvedimento di redistribuzione. Per questo, insieme ad altri movimenti e organizzazioni, abbiamo da subito rilanciato la parola d’ordine del “reddito di quarantena”. Da un lato con l’immediata erogazione dell’anticipo della cassa integrazione a tutte le lavoratrici e i lavoratori che ne hanno diritto attraverso il sistema bancario (evitando però di prelevare questi soldi dal loro TFR, come si sta ipotizzando ora, o di penalizzare i soggetti già indebitati); e da un altro lato un’estensione immediata dei criteri di accesso al reddito di cittadinanza e un veloce trasferimento di risorse verso il basso. Oggi ci sono le condizioni per fornire un reddito di base a tutti i cittadini italiani, per far sì che nessuno muoia di fame, anche se questo vuol dire, come ha ipotizzato persino Grillo, fare una patrimoniale sulle tasche di ricchi e straricchi.

Nei prossimi giorni lanceremo quindi una giornata di azione sulla richiesta di un reddito di emergenza. Chiediamo a tutte le assemblee territoriali di tenersi pronte.

Appena finiranno le restrizioni, torneremo subito nelle strade e nelle piazze, sia per recuperare e far avanzare la necessaria socialità, sia per rendere visibili da subito sul piano della proposta e del conflitto le nostre proposte sulla sanità, sul lavoro e sulla democrazia!

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