#ALMENO10 CAMPAGNA PER IL SALARIO MINIMO

News

NON NASCIAMO PER RESISTERE, NASCIAMO PER VINCERE!

Pubblichiamo di seguito il testo del Documento Politico approvato all’unanimità dal Coordinamento Nazionale del 30 Aprile 2022. Il Documento che segue è stato oggetto della Assemblea Nazionale di Potere al Popolo e del dibattito delle Assemblee Territoriali in preparazione della riunione in presenza dell’Assemblea Nazionale del 28 Maggio 2022. Il documento è stato poi sottoposto e validato con il voto su poterealpopolo.net degli aderenti.

Non nasciamo per resistere, nasciamo per vincere! Potere al Popolo! verso l’Assemblea Nazionale 2022

Troppo spesso, alle prese con le difficoltà della nostra vita, perdiamo qualcosa di essenziale. Vediamo i problemi, non le potenzialità. Vediamo cosa non va, non vediamo come potrebbe andare altrimenti. Concentrati sulle miserie del presente non cogliamo la ricchezza del possibile.

In realtà, a pensarci bene, l’umanità non ha mai avuto così tanti strumenti per risolvere i problemi. Abbiamo davanti un mondo che potrebbe offrire benessere, ricchezza e pace a tutti. Una natura ancora in grado di emozionarci, che potrebbe riprendersi se solo decidessimo di mutare il nostro atteggiamento nei suoi confronti. Una creatività umana che si manifesta nei modi più disparati, dalle bellezze dell’arte alla costituzione di un patrimonio culturale immenso e sempre più accessibile. Uno sviluppo tecnologico che consente di trovare risposte a malattie fino a poco fa incurabili, di farci conoscere le profondità dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, di metterci in comunicazione. Forme di automazione che permettono di risparmiare tempo e fatica, che già ora consentirebbero, se il carico sociale fosse redistribuito, di lavorare tutti la metà…

Purtroppo, questo sviluppo delle forze produttive a livello mondiale, queste forme sempre più socializzate, vengono ovunque limitate da rapporti di produzione che impediscono a tutti di partecipare della ricchezza prodotta. Contratti, diritti di proprietà, posizioni di rendita, alleanze militari, agiscono per mantenere il predominio di una sola classe, di una sola porzione di umanità. Tutto gira intorno al profitto privato.

Così, paradossalmente, nel momento di maggiore ricchezza materiale della storia dell’umanità, vediamo la fame dilagare in gran parte del mondo. Nell’era della maggiore comunicazione globale, crescono razzismi e guerre.

La crisi climatica, due anni di pandemia e più di tre mesi di guerra in Ucraina, con il suo rischio nucleare, ci insegnano quanto siamo connessi, quanto respiriamo il respiro dell’altro, quanto non si possa essere indifferenti. Quanto in politica ne vada della vita, e quanto quindi ci sia bisogno ora più che mai di una politica seria, che metta al centro il nostro essere sociale e non l’interesse di pochi.

Molte persone, in tutto il mondo, lo stanno scoprendo e si stanno mobilitando. Anche in Italia ci sono migliaia di piccole resistenze, sperimentazioni, esempi di autorganizzazione popolare, di solidarietà. Potere al Popolo! è parte di questo processo, vuole essere innanzitutto uno strumento per rimuovere i vincoli che ci impediscono di svilupparci appieno, è una comunità di donne e uomini che lavora per rendere consapevole quel legame che oggi è solo subito, per rendere politicamente efficaci pratiche e movimenti che già ci sono ma spesso sono scollegati, per consentire l’auto-rappresentanza di persone e interessi che oggi non sono rappresentati in politica. Questo è il nostro senso storico, e la nostra specificità rispetto agli altri partiti italiani: essere parte di un cambiamento reale.

Come riuscire a farlo sempre meglio, come leggere il presente e trasformarlo, sarà il tema della nostra prossima Assemblea Nazionale, che chiamerà a raccolta tutte le iscritte e gli iscritti per scegliere, come sempre insieme, il percorso che seguiremo da qui ai prossimi mesi.

1. Lo scenario in cui ci muoviamo muta velocemente. La guerra, come sempre, rompe la continuità storica. Questo apre rischi e opportunità. Il nostro metodo sta nel comprenderne la complessità.

Più volte in questi anni abbiamo richiamato la celebre affermazione di Gramsci secondo cui il mondo è “grande e terribile e complicato”. Se lo era cent’anni fa, a maggior ragione lo possiamo dire oggi, al culmine della globalizzazione, in cui l’interdipendenza è sempre maggiore, le catene del valore sono lunghe decine di migliaia di chilometri, unendo e dividendo lavoratori di diverse nazioni e mansioni, in cui il tempo della vita associata sembra correre, con fenomeni che appaiono e scompaiono alla velocità di un lampo.

D’altronde il modo di produzione capitalistico, che ha penetrato ormai tutti i paesi del mondo, nessuno escluso, entra in crisi di accumulazione e di sovrapproduzione che spingono per una sua continua ristrutturazione. La crisi del 2008, ad esempio, ha avuto effetti politici incredibili a livello mondiale: fallimenti, acquisizioni, concentrazioni di capitali, licenziamenti di massa, esplosione del debito pubblico e misure di austerità, nascita di movimenti di protesta nel cuore di Wall Street fino ai paesi arabi, il sorgere di nuove forme di sinistra socialista negli USA e in Europa…

La crisi del 2020, che già si preparava da tempo ma che si è manifestata imprevedibilmente con il Covid, che ha portato a un blocco della produzione e della circolazione delle merci, all’aumento del costo delle materie prime e dell’energia, infine esplosa brutalmente con la guerra in Ucraina nel febbraio 2022, sta avendo conseguenze enormi sulle nostre vite e sta facendo velocemente mutare lo scenario in cui ci muoviamo.

Queste crisi ci sconvolgono e ci portano spesso a cercare soluzioni semplicistiche. Soprattutto nell’epoca dei social il sovraccarico informativo e la dinamica di comunicazione dei media finiscono per creare un sistema binario: sei pro o contro. Questo non solo impedisce di cogliere le sfumature delle posizioni, spesso impedisce persino di mettere in questione le false domande che ci vengono imposte.

L’affermazione di Gramsci, pronunciata contro chi riduceva la complessità del mondo a una lettura unilaterale, a chi per fuggire il suo essere terribile si voleva acquietare in un principio valido sempre e comunque, senza disporsi invece ad analizzare concretamente quello che accade, ci sembra invece una fondamentale indicazione di metodo che come Potere al Popolo! intendiamo seguire. Bisogna da un lato saper vedere le linee di continuità, anche non sottovalutare le linee di frattura, per capire come e dove sia possibile rompere per riconfigurare la situazione.

Se per un verso vediamo i rischi enormi che stiamo correndo, dall’altro scorgiamo anche le opportunità altrettanto enormi che si aprono per ripensare la nostra società e cambiarla alla radice. Le contraddizioni che si stanno ponendo possono essere risolte solo a un livello più alto, non più “mettendo una pezza”, ma trasformando davvero il modo di produrre, di distribuire, di consumare, di relazionarci fra classi e popoli.

2. Stiamo assistendo a una lenta perdita di egemonia degli USA, all’emergere della Cina, riposizionamento di altre potenze. La guerra bussa anche alle nostre porte.

Il mondo negli ultimi trent’anni è fortemente cambiato. Negli anni ’90 sembrava essere rimasta sulla scena una sola superpotenza, gli USA, in grado di egemonizzare la globalizzazione ed ergersi a poliziotto globale. Adesso non è più così. Certo, gli USA mantengono ancora un predominio decisivo: sono l’economia più forte al mondo in termini di PIL, controllano buona parte del settore finanziario mondiale e il sistema SWIFT, le transazioni internazionali sono ancora effettuate per la maggior parte attraverso il dollaro. Sono all’avanguardia in termini di biotecnologie e di tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni, che consentono agli USA di avere una posizione di relativo monopolio nel “capitalismo dei dati”. Sono in grado di controllare, attraverso accordi politici, economici e basi militari, istituzioni sovranazionali, porti, snodi commerciali, porzioni del mondo decisive e anche molto distanti dal Nord America, e persino la politica interna di molti paesi (in Italia ne sappiamo qualcosa!). In termini di spese militari, i loro 778 miliardi investiti nel 2020, sono pari alla somma di tutte le spese militari di Cina, India, Russia, Regno Unito, Arabia Saudita, Germania, Francia, Giappone, Corea del Sud e Italia…

Tuttavia, lentamente, gli USA sembrano perdere il loro monopolio. È la Cina, nuova potenza in ascesa, a insidiare questo predominio. Innanzitutto dal punto di vista economico: si calcola che nel 2030 il gigante asiatico supererà gli USA in termini di PIL. Ma anche sul piano delle relazioni commerciali – si pensi alla Via della Seta o all’ingresso dei capitali cinesi in Africa – c’è una nuova proiezione mondiale della Cina. Proiezione che è anche valutaria (visto che sempre più transazioni vengono effettuate in renminbi), diplomatica e militare, almeno per quanto riguarda l’Oceano Pacifico, dove non a caso crescono le tensioni con gli USA.

Dentro questa dinamica, anche alcune potenze storicamente alleate degli USA, pur senza rompere, cercano di ricavarsi margini di azione almeno a livello regionale. Si pensi a paesi europei come Francia, Gran Bretagna e Italia che – a volte anche in contrapposizione fra loro – intervengono in Libia e in altri paesi africani; si pensi al dinamismo tedesco verso l’Est Europa, ora messo in crisi dalla guerra, alla costruzione di un’area valutaria – l’euro – che vuole sin dalle sue origini porsi come alternativa competitiva al dollaro. Si pensi alle petromonarchie, alla Turchia o a Israele che intervengono militarmente in Medioriente privilegiando più di prima i loro interessi nazionali, o l’India e il Pakistan che, con la guerra in Ucraina, non votano in sede ONU in maniera asservita agli USA.

Da parte sua, la Russia, che, nel corso degli anni ’90, ha vissuto una delle maggiori crisi della sua storia, che l’ha portata quasi a scomparire come attore internazionale, negli ultimi anni ha provato a rilanciarsi utilizzando le leve che ha a disposizione: da un lato la fornitura di materie prime, da un altro lato la forza militare, ampiamente impiegata in Siria. Anche in Russia, un sistema sociale estremamente diseguale, in cui una cupola di oligarchi detiene ricchezze enormi, e che si regge su un potere monocratico fondato sulla repressione di centinaia di migliaia di cittadini, estroflette la sua crisi interna attraverso l’impiego del nazionalismo e della retorica del recupero degli antichi possedimenti imperiali come l’Ucraina. Un paese, quest’ultimo, la cui vita politica è stata a sua volta manomessa dalle storiche influenze russe e dalla penetrazione USA e UE, che hanno finanziato think tank, rivoluzioni colorate, partiti politici filo-occidentali, manovrato le formazioni apertamente naziste, per arrivare a portare anche l’Ucraina dentro lo spazio economico e politico della NATO. È questo l’“allargamento ad Est” che va avanti da oltre vent’anni e che è un oggettivo fattore di instabilità e di insicurezza.

La novità clamorosa di questo conflitto è che, per la prima volta, a prendere l’iniziativa non sono gli USA o i paesi della NATO. Eravamo abituati, nel corso degli anni ’90 e 2000, a vedere queste entità bombardare paesi deboli o isolati, nonostante l’enorme opposizione dell’opinione pubblica mondiale e anche quella di decine di paesi nelle sedi formali. Invece, stavolta, è uno dei satelliti della NATO a subire l’aggressione da parte dello storico “competitor” nucleare. Questo ha generato pericolosissimi effetti a catena: l’aumento delle spese militari a livello mondiale e in particolare europeo, la necessità di arruolare le popolazioni “occidentali” nel conflitto, facendole sentire insicure e sotto attacco, la messa in campo di sanzioni deleterie per tutti i popoli. Effetti che disegnano nuove “cortine di ferro” finanziarie, economiche e commerciali. Ponendo fine alla globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta.

Così, le crisi di accumulazione del capitale, e la necessità dei vari imperialismi di accaparrarsi mercati o difendere i propri traffici, sono esplose ancora una volta in guerra aperta, anche se – per ora – con armi convenzionali, ma con rischi enormi di precipitare verso lo scontro nucleare.

Siamo davanti al concreto rischio di una Terza guerra mondiale. E nulla come la guerra rompe la continuità storica, segna il precipitare delle principali contraddizioni, e apre un “periodo costituente”. Una fase di contesa da cui uscirà – forse – un ordine nuovo. Perché le guerre fanno anche da incubatrici per le rivoluzioni sociali: squassano gli equilibri sociali consolidati, strappano i più alla passività della massa, sfilacciano gli “organismi intermedi” del potere.

Una crisi, spiegano persino gli economisti borghesi, è anche un’opportunità. Ed è vero. Uscirne sconfitti o vincitori dipende da come si gioca la partita.

3. Siamo alla confluenza di diverse grandi crisi prodotte dal sistema capitalistico, differenti per caratteristiche specifiche, ma con una radice comune.

È evidente il legame fra le crisi economiche e le crisi politico-militari che determinano disastri umanitari enormi, movimenti di milioni di rifugiati, con conseguenze materiali e psicologiche terribili. Ma un’altra crisi si è palesata, con sempre maggior veemenza.

Innanzitutto quella ecologica, aggravata da una crisi climatica di enormi proporzioni. Tre quarti delle terre emerse e due terzi dei mari sono stati alterati significativamente dalle attività umane. Quella in atto è la crisi di un modello di sviluppo basato sulla crescita illimitata ed è strutturale al modo di produzione capitalistico, che riduce la fertilità e la biodiversità; devasta il patrimonio ambientale e sociale di città, paesi e campagne; privatizza e sottrae i beni comuni senza alcun risarcimento; divora energia e materie in maniera dissennata, restituisce veleni e scarti tossici che minano la salute di tutti gli esseri viventi e rilascia nell’atmosfera emissioni di gas serra, principale causa del cambiamento climatico. L’aumento delle temperature sta cambiando i modelli metereologici e sconvolgendo gli equilibri naturali. Gli effetti, già largamente tangibili, sono drammatici. Lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento dei mari, la siccità, le alluvioni provocano morti, fame e carestie, maggiori rischi per la salute, migrazioni forzate, povertà e ulteriori guerre per l’accaparramento delle risorse, sempre più scarse. È una crisi che ha già prodotto disastri ambientali inediti e inauditi, aggravando le diseguaglianze. Ogni attacco all’ambiente sotto forma di inquinamento, surriscaldamento, impoverimento o devastazione è subito maggiormente dalle classi popolari.

Una crisi globale che ha convinto persino i vertici politico-economici mondiali a dirsi pronti a una “transizione ecologica”, che possa portare a un controllo delle emissioni e all’utilizzo di energia pulita. Il problema è che questa transizione è gestita dalle classi politiche ed economiche dominanti, e quindi è declinata in modo da non disturbare la ricerca del massimo profitto.

Il sesto rapporto di valutazione dell’IPCC, reso noto il 5 aprile scorso, indica con evidenze scientifiche che si possono dimezzare le emissioni serra entro il 2030, ma che occorre agire da subito. Ma la soluzione ideata nei consigli di amministrazione delle grandi multinazionali e nei governi a loro disposizione è stata un’opera di presunta ristrutturazione di tecnologie produttive, qualità delle merci, delle fonti energetiche, ecc., che fin dall’inizio si è rivelata essere un “bla bla bla” che non mette mano ai problemi di inquinamento, salvaguardia ambientale, saccheggio delle risorse e reale riduzione delle emissioni. I vecchi mostri mangia-pianeta sono solo stati riverniciati come “ambientalmente sostenibili”: nucleare pulito, petrolio pulito, gas pulito, carbone pulito, merda pulita

Una transizione totalmente illusoria, anzi, strumentale al mercato della “green economy”, finalizzato ad aumentare i profitti di pochi e a mantenere gli stessi rapporti di classe e sfruttamento, proprio mentre sta diventando coscienza comune il fatto che non c’è più tempo da perdere per cambiare il modello produttivo, che significa nel concreto mettere in discussione il capitalismo stesso.

La guerra in Ucraina, poi, ha peggiorato la situazione: sia per i rischi di un’escalation nucleare che determinerebbero la morte del pianeta, sia per l’immissione nell’atmosfera, a causa di bombardamenti e distruzioni, di enormi quantità di materiali pericolosi, sia perché sembra far tramontare la necessità di una transizione ecologica, a partire proprio da quella energetica, visto il bisogno di sostituire il gas (comunque una fonte fossile) con altri idrocarburi e addirittura con il carbone!

Eppure quella ambientale non è una crisi fra le altre, è la più devastante. Può portare, anche se in tempi un po’ più lenti, a risultati del tutto simili a una guerra nucleare, a un mondo invivibile per l’umanità. Questo – ovviamente – in assenza di un nostro intervento in tempi rapidi.

La crisi ecologica, come è stato sottolineato da molti scienziati, può fungere da catalizzatore e amplificatore della trasmissione di malattie virali come il Coranavirus. La messa a valore di aree finora incontaminate, la crescita degli allevamenti di carne per rispondere ai bisogni del mercato, la promiscuità di grandi quantità di individui di specie diverse, le condizioni del trasporto e il risparmio sulle misure di sicurezza, potrebbero avere avuto forti responsabilità nell’emergere del Covid.

La scarsa prevenzione, i tagli alla sanità pubblica, la decisione di non interrompere la produzione (soprattutto negli Stati Uniti, Brasile, Gran Bretagna e molti Paesi membri dell’UE che non a caso sono quelli che hanno più pagato in termini di vite umane), hanno fatto sì che il mondo sia stato attraversato da una gigantesca crisi sanitaria – peraltro ancora non rientrata. Anche la pandemia ha determinato conseguenze enormi: contrazione del PIL, licenziamenti, interruzioni delle catene del valore, un ritorno sulla scena pubblica dei dispositivi più coercitivi degli stati, con restrizioni pesanti alla mobilità degli individui, con l’invenzione di nuovi strumenti di controllo…

È difficile dire, se vogliamo restare fedeli al metodo gramsciano indicato in apertura, quale mondo si va disegnando alla confluenza di queste crisi. Di sicuro vengono al pettine una serie di nodi che hanno covato per decenni. E di certo, senza un intervento di chi, a livello mondiale, paga le conseguenze di queste crisi, ci troveremo a vivere in un mondo più cattivo, più ingiusto, più violento e pericoloso, più diseguale e più indifferente per la vita degli esseri umani. D’altra parte, non mancano i motivi di speranza: nuovi popoli emergono alla vita mondiale, una nuova classe lavoratrice, sempre più precaria ma più connessa, fa sentire le proprie esigenze, le ingiustizie attraversano i confini e il loro rifiuto costruisce meccanismi di solidarietà prima impensabili.

Insomma, fra barbarie e socialismo, la partita è ancora aperta.

4. Nella guerra in Ucraina l’UE si rivela succube degli USA e dimostra di non avere autonomia strategica.

La guerra in Ucraina ha reso ancora più evidente quanto contraddittorio e fragile sia il processo di integrazione europeo. Il conflitto ha mostrato in modo incontrovertibile che l’UE è priva di un’autonomia strategica. Autonomia strategica che è impossibile avere in assenza di una politica militare comune.

L’UE non ha una politica militare comune perché non ha una politica estera comune, e non ha una politica estera comune perché non ha una sua borghesia unificata a livello continentale. Basta vedere le tante chiacchiere fatte in queste settimane sull’esercito europeo. La Bussola Strategica approvata dal Consiglio UE, che definisce le linee guida in materia di politica di difesa e sicurezza fino al 2030, non prevede, fortunatamente, l’istituzione di alcun esercito comune (discussione che va avanti addirittura dagli anni’50 e che sembrava concretizzarsi a Helsinki 1999), ma più semplicemente la “capacità di schieramento rapido dell’UE fino a 5.000 soldati per diversi tipi di crisi” entro il 2025. Per attivare tale “capacità” continuerà ad essere necessaria l’approvazione all’unanimità degli Stati membri, condizione difficilissima da raggiungere come dimostra l’esperienza degli EU Battlegroup, operativi dal 2007 ma mai utilizzati. Nel Bussola Strategica si riafferma inoltre, in maniera inequivocabile, la subalternità agli USA in quanto la capacità di difesa UE è definita come “complementare alla Nato, che rimane il fondamento della difesa collettiva per i suoi membri”.

I problemi relativi all’esercito europeo sono la cartina tornasole di una mancata definizione della catena di comando e delle modalità decisionali che devono ricalcare una politica estera che, mai come in questo periodo, appare appannaggio dei singoli Stati Membri, con un ruolo puramente formale dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera. Ma anche di difficoltà materiali date dalla non integrazione dell’industria europea: centinaia sono infatti i sistemi d’arma diversi adottati dagli eserciti dei singoli paesi, e varie le case produttrici, indipendenti o inserite in consorzi contrapposti, nessuna delle quali vuole rinunciare alle sue commesse, alle proprie tecnologie e ai progetti di ricerca e sviluppo attualmente in corso.

Quindi, anche laddove in Europa si parla di aumento delle spese militari, questa decisione non viene presa dall’Unione, ma dai singoli paesi, in modo peraltro conforme al vero soggetto che li organizza, la NATO a guida USA, che da tempo chiede di portare al 2% la spesa del PIL. Una decisione che rischia addirittura di aumentare la tensione fra i paesi dell’UE proprio a causa della fortissima competizione tra le diverse industrie degli armamenti.

Anche per questo dobbiamo batterci per l’uscita dell’Italia dalla NATO e per una più complessiva smilitarizzazione, prima di tutto nucleare, dell’Europa.

Ma prendiamo ancora il caso delle sanzioni. Ogni volta che si è trattato di adottare un nuovo pacchetto di misure contro la Federazione Russa i contrasti tra i Paesi membri sono stati fortissimi e la mediazione estremamente complicata. Ogni paese ha, infatti, agito in base a quella che è la sua struttura produttiva e lo stato del suo approvvigionamento energetico. Le differenze si sono palesate persino nei sottogruppi di paesi che negli ultimi anni sembravano avere rapporti più stretti e strutture simili: quelli dell’Europa meridionale (si pensi al sostanziale disinteresse spagnolo se paragonato ai legami che l’Italia ha con la Russia), quelli dell’Est (basti vedere l’atteggiamento dell’Ungheria, che non fa transitare le armi verso l’Ucraina rispetto a quello della Polonia che quasi invoca un diretto intervento militare), e persino fra Francia e Germania.

Questa guerra risponde alle esigenze degli Stati Uniti: da un lato rendere i paesi europei sempre più dipendenti dall’ombrello della NATO, provando anche ad allargarla a Svezia e Finlandia, da un altro lato renderli sempre più dipendenti dal proprio gas, penalizzando lo sviluppo industriale europeo facendo pagare loro un alto costo per l’energia. Reduce dalla crisi del debito sovrano del 2011, dalla competizione interna in epoca Covid persino sull’accaparramento di materiale sanitario, stretta fra una Gran Bretagna che ormai uscita dall’UE opera in sinergia con gli USA come agente di destabilizzazione sul continente e una Russia senza la quale è sempre stato impossibile “fare l’Europa”, l’UE sembra a uno dei punti massimi della sua difficoltà. Anche per questo il 2022 sarà un anno di scontro decisivo fra chi proporrà, per uscire dall’impasse, di forzare i passi in avanti verso la creazione di uno stato federale e chi – e sembra essere più forte in questo momento – affermerà ancora una volta la volontà di mantenere un assetto politico intergovernativo e lasciare che l’UE sia poco più di uno spazio economico.

5. L’UE è il prodotto di un complesso di trattati fra potenze in competizione tra loro che si mettono d’accordo quando si tratta di applicare il neoliberismo e schiacciare i loro popoli ma non riesce per motivi strutturali a farsi “Stato”.

Le difficoltà che incontra l’UE in politica estera sono tutt’altro che contingenti. Non a caso, su questo come su altri ambiti strategici, non è determinante il voto del Parlamento (che in teoria dovrebbe esprimere la volontà dei cittadini europei, ma nei fatti non conta nulla), ma i pareri dei singoli stati, ovvero delle singole borghesie nazionali, anzi la loro unanimità all’interno del Consiglio dell’UE. Essendo borghesie che hanno interessi contrastanti in tanti campi è inevitabile che l’UE sia una grande area economica che però non esiste come soggetto politico in senso forte. Non a caso i suoi organi realmente decisionali sono il Consiglio Europeo, il Consiglio dell’Unione Europea, il Consiglio Direttivo della BCE, l’Eurogruppo – tutte sedi intergovernative/interstatali, a discapito della Commissione Europea che formalmente dovrebbe esprimere e rappresentare gli interessi complessivi dell’Unione.

L’UE non è dunque un polo imperialista a sé stante, magari in competizione con gli USA, anche se in certe fasi storiche alcune delle borghesie europee ci hanno pure provato, ad esempio costruendo una propria area valutaria – tentativo che a vent’anni dal suo inizio sembra essere al palo. L’UE è un complesso istituzionale in perenne transizione, un insieme di accordi economici e politici sanciti dai Trattati sottoscritti tra Stati resi interdipendenti dallo sviluppo delle forze produttive. Interdipendenza che necessita sempre più di forme di cooperazione e integrazione che però entrano costantemente in contraddizione con gli interessi dei singoli capitalismi nazionali in competizione tra loro. Le borghesie nazionali non vogliono perdere in tutto o in parte il proprio potere e la propria autonomia e questo impedisce che si crei una vera e propria borghesia europea. Per questo motivo non esiste un imperialismo europeo, ma un imperialismo di singoli stati europei (basti pensare a cosa successe in Libia nel 2011, con Gran Bretagna e Francia che scalzarono l’Italia). L’unica cosa su cui riescono a mettersi d’accordo facilmente è quando si tratta di far passare leggi contro i loro rispettivi proletariati e magari anche contro settori della loro piccola borghesia.

La rottura dei Trattati, che sono espressioni di politiche di stampo neoliberista, è una priorità che però non va assolutamente intesa come la volontà di tornare a forme impossibili di sovranismo nazionale, magari in alleanza con la frazione più retriva della nostra borghesia. Non possiamo negare l’interdipendenza che secoli di storia hanno prodotto, anzi dobbiamo sfruttare proprio quelle connessioni che il capitale crea per invertirne il segno. D’altra parte, se già nel Novecento per costruire e difendere il socialismo c’era bisogno di un paese enorme, oggi è ancor più necessaria una dimensione almeno continentale.

Dobbiamo quindi lavorare in due direzioni: da un lato approfondire la contraddizione fra una struttura europea sempre più integrata e una sovrastruttura che ha un carattere di classe, che con i suoi Trattati neoliberisti funziona come “tappo” al pieno sviluppo delle forze produttive e gli interessi dei popoli europei; dall’altro lato dobbiamo costruire legami sempre più forti fra le diverse forze popolari del continente, sia sindacali, per immaginare forme di lotta capaci di agire sulle filiere, sia politiche, per costruire campagne comuni, per esercitare un contropotere in tutti i luoghi istituzionali, per promuovere la disobbedienza attiva dei Trattati e giungere quindi a formularne di nuovi che siano più democratici e più solidali delle costituzioni dei singoli paesi.

Per fare questo dobbiamo però innanzitutto combattere il nemico di casa nostra, accumulare forza contro il nostro capitalismo, a partire dai singoli territori, senza il controllo dei quali un’ipotesi di rottura e di trasformazione rivoluzionaria non è nemmeno immaginabile.

6. Dentro il quadro europeo, l’Italia ha una sua specificità.

L’Italia è un paese con una storia particolare. Per tutta la seconda metà del Novecento è stato un paese di confine: vicino all’Est socialista, con il più grande partito comunista d’Europa che amministrava città e regioni ed era rappresentato a tutti i livelli della società, con un movimento operaio forte e avanguardie che cercavano di spingere più avanti il conflitto; ma allo stesso tempo governato per quarant’anni da un solo partito, la Democrazia Cristiana, in connessione con gli apparati ecclesiastici, fra i più saldi insediamenti militari degli USA – ancora oggi sono circa 120, più una ventina di basi segrete, le installazioni statunitensi o a guida statunitense sul nostro territorio, con oltre 15.000 soldati a stelle e strisce perennemente schierati… Da questi fattori discendono alcune conseguenze che ancora oggi rendono il nostro paese un unicum in Europa. Proviamo a vederne qualcuna, per comprendere meglio il quadro nel quale ci muoviamo e trasformarlo.

Partiamo innanzitutto dalla demografia. L’Italia è da anni un paese a bassa natalità, che non cresce più, la cui popolazione non declina soltanto grazie al “contributo” della componente migrante. Dal punto di vista anagrafico, l’Italia è il paese più vecchio d’Europa e, con 14 milioni di over 65 su 60 milioni di abitanti, è secondo, a livello mondiale, solo al Giappone. Ma è un paese vecchio anche dal punto di vista della possibilità dei suoi cittadini più giovani di avere voce in capitolo. Infatti, un’alta disoccupazione (e inoccupazione) giovanile, una stabilizzazione più che tardiva nel mondo del lavoro, mettono i giovani in un limbo, che non permette loro di programmare il proprio futuro, di rendersi indipendenti. Questa condizione genera la necessità di ricorrere al supporto familiare, disillusione e malessere, impedisce ai giovani lavoratori italiani di partecipare appieno alla vita politica.

Questa frustrazione per la propria condizione e la certezza di non poterla mutare si tramuta spesso in emigrazione: negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso quasi 500 mila cittadini (saldo tra partenze e rientri). Tra questi, quasi 250 mila sono giovani fra 15 e 34 anni. È un’emigrazione che coinvolge anche laureati e persone qualificate: si tratta di ragazzi critici verso il loro territorio e che sono meno collegati a reti familiari e clientelari. Il motivo prevalente dell’emigrazione, manco a dirlo, è proprio il lavoro.

A proposito di emigrazione, va sottolineato che non ci si sposta solo verso altri paesi europei ed extraeuropei, ma anche all’interno dell’Italia, da Sud e isole verso Nord, e dalle aree interne verso quelle metropolitane. Interi paesi si spopolano, soprattutto di giovani, e vanno a riempire le periferie in costruzione delle grandi città. A dimostrazione che la “Questione meridionale”, a centosessanta anni dall’Unità d’Italia, è tutt’altro che alle spalle. E questa è un’altra specificità del nostro paese. Se differenze fra aree centrali e periferiche interessano tutti i paesi europei, perché dipendono da quanto si è agganciati a flussi di traffico e di produzione, in Italia questa separazione è netta. Ci sono ancora “due Paesi” non solo dal punto di vista occupazionale (salariale, di condizioni di lavoro, di tutele), ma anche da quello infrastrutturale, dei trasporti, della gestione della cosa pubblica.

Un’altra specificità riguarda la popolazione migrante che, a differenza di altri paesi europei, inizia a costituirsi a partire dalla fine degli anni ’80, e che è ancora poco integrata nel tessuto della società politica e civile. Se la componente migrante supera i cinque milioni di persone (è pari ormai all’8,7% della popolazione residente), questa massa, peraltro più giovane della media italiana (35 anni contro 46), non ha spesso alcuna rappresentanza autonoma rispetto ai propri problemi, ai propri temi, e non ha altra visibilità che non sia quella dell’essere identificati come soggetti delinquenti o problematici. Le condizioni di grande precarietà, l’esclusione linguistica, culturale, istituzionale, la non infrequente segregazione in veri e propri quartieri-ghetto, impedisce, per il momento, che questa presenza riesca ad avere un peso forte nelle scelte del nostro paese.

Sul versante economico bisogna invece segnalare che l’Italia, pur essendo ancora una grande potenza industriale (ottavo PIL al mondo), è anche un paese in cui la crescita va a rilento da circa 20 anni e che sta perdendo posizioni a livello mondiale. Tanto che nel giro di un decennio si calcola che non saremo più nemmeno fra i primi 15 paesi al mondo.

Uno dei fattori è certamente da ricercare nella dimensione davvero piccola delle sue imprese, la più bassa fra i paesi europei. Dimensione che impedisce di competere adeguatamente, di investire risorse nella ricerca e nella modernizzazione degli impianti, e dunque ci colloca su un segmento di mercato via via sempre più basso.

Il mantra del “non-intervento dello stato nell’economia”, che in Italia ha avuto anche un certo consenso visti i disastri del pubblico a gestione democristiana e socialista, ha determinato decenni di privatizzazioni, di dismissione dell’apparato industriale di Stato, di chiusure e di multinazionali che prendevano i soldi e scappavano senza produrre un rilancio dei territori.

Le altre due specificità italiane, che ci rendono un’anomalia fra i paesi industrializzati e che sono in stretta connessione fra loro, sono un debito pubblico altissimo e un’evasione fiscale altrettanto significativa, 130 miliardi. Il mostruoso debito pubblico italiano (stimato nel 2021 al 150,4% del PIL, ovvero 2.678 miliardi) ci rende vulnerabili sui mercati finanziari e impedisce una vera spesa pubblica e una pianificazione razionale, oltre al fatto che viene continuamente fatto pagare ai lavoratori e in generale alle classi popolari. Allo stesso tempo l’evasione fiscale impedisce di sanare questo debito e fa sì che la pressione fiscale gravi sui lavoratori dipendenti che sostengono il grosso della tassazione: non a caso nelle dichiarazioni dei redditi, da ormai diversi anni, gli imprenditori guadagnano sistematicamente meno dei loro dipendenti! È in questo modo che padroncini e speculatori accumulano ingenti ricchezze. Tanto che l’Italia – ancora un’altra specificità – è il paese dell’Eurozona con il debito privato più basso e uno dei paesi al mondo con la più alta ricchezza privata – solo quella delle famiglie è calcolata intorno a 10 mila miliardi di euro. Non ci sono solo i grandissimi patrimoni, come nelle maggiori potenze mondiali, ma anche una rete di medi patrimoni per lo più costruiti grazie ad evasione e legame parassitario con la spesa pubblica. In sostanza il pubblico si accolla i costi e viene lasciato marcire, alcuni privati diventano sempre più ricchi, e nel frattempo le politiche di austerità introdotte nel nostro Paese già dagli anni novanta, schiacciano principalmente i lavoratori e le fasce di reddito più basse.

Tutto questo ha effetti politici enormi, come la sovra-rappresentanza e il grande credito mediatico che nel nostro paese ha, molto più che altrove, la piccola e media borghesia (si pensi alla lotta che quasi tutti i partiti politici hanno fatto contro il POS o contro la riforma del catasto!). O come il legame affettivo e la dipendenza anche ideologica che si crea fra operai e padrone in una fabbrica, in un’azienda, in un negozio, in una finta cooperativa, che impedisce spesso il conflitto. Quest’ultimo, altre volte, viene impedito dal fatto che il lavoratore guadagni il posto per raccomandazione o conoscenza personale o ancora sia tenuto sempre sulla minaccia del licenziamento dalla miriade di forme di contratto a tempo, anche in associazioni del terzo settore a cui sono stati appaltati i servizi pubblici.

L’impressione che la maggioranza della popolazione italiana ne ricava è quella di un paese bloccato, in decadenza, dove prevalgono rassegnazione e risentimento, che esplodono in sporadici scatti di rabbia, di pretese di onestà, di meritocrazia, che vengono poi strumentalmente utilizzate dalle classi dominanti per togliere protezioni sociali e ridurre spazi di democrazia.

7. Il populismo reazionario di 5 Stelle e Lega è stata la risposta politica a questa situazione bloccata, ma è fallita.

È dentro questo quadro che si è sviluppata la fase populista, che – a differenza che nel resto dei paesi europei dove si è alimentata di piazze, scontri, costruzione di nuove organizzazioni di sinistra – da noi ha visto protagoniste due forze diversamente reazionarie, i 5 Stelle e la Lega. Lo scenario politico del nostro paese, dagli anni ’90 fino al 2018, aveva infatti visto un’alternanza tra forze rappresentanti interessi maggiormente legati a dinamiche sovranazionali e forze espressione del capitale a dimensione più prettamente nazionale, anche se non in aperta rottura con gli sviluppi degli scenari internazionali. Per semplificare, ci riferiamo al centrosinistra per il capitale a maggiore proiezione internazionale e al centrodestra per l’altra frazione.

Lo stallo economico, sociale e politico, ha portato all’emersione di due “nuove” forze cresciute sulle ceneri del ciclo di protesta 2008-2011, e affermatesi con le elezioni del 2018, che hanno tentato la strada del “populismo reazionario” per ricostituire il rapporto tra sistema politico-economico e popolo. Movimento 5 Stelle e Lega, entrambe capaci di intercettare il voto proletario pur essendo rappresentanze di settori diversi della borghesia italiana – quella la cui struttura di business difficilmente supera i confini e le regolamentazioni nazionali –, hanno però dovuto fare rapidamente i conti con poteri certamente superiori. Si sono ritrovate, infatti, prima a dover far proprie le politiche economiche e le “riforme” che giuravano di voler combattere, poi a cancellare o depotenziare in prima persona i pochi provvedimenti che andavano in una direzione anche solo parzialmente differente (il Memorandum di adesione alla Nuova Via della Seta, “quota 100”, il già insufficiente reddito di cittadinanza).

La soluzione del populismo reazionario si è così dimostrata inconsistente sul piano programmatico, inesistente su quello progettuale, illusoria rispetto ai rapporti di forza internazionali. Già il successivo accordo fra Movimento 5 Stelle e PD+LeU per la creazione di un Conte bis aveva avviato un forte processo di “normalizzazione”. La caduta del secondo governo Conte – non a caso immediatamente successiva all’elezione di Biden e alla strategia USA di concentrarsi di nuovo sulla vecchia Europa – e la nascita del governo Draghi, hanno chiuso la stagione populista. Se l’idea populista è che “uno vale uno” e che tutte le persone hanno il diritto di esprimersi rispetto alle scelte del proprio paese, da un giorno all’altro è subentrata l’idea aristocratica che può parlare solo chi ha competenze certificate accademicamente, e che ci sono alcuni che contano più di altri quasi “per natura”. Se l’elemento maggiormente simbolico del populismo era il taglio dei costi della politica ora, nel silenzio generale, il Governo consente alla classe politica locale di raddoppiarsi lo stipendio. Il paradosso è che tutto questo avviene grazie ai voti in Parlamento di chi aveva raccolto consenso sulla promessa di essere “antisistema” e ora appoggia la figura più sistemica che si poteva mai immaginare. Così l’espressione popolare è stata ancora una volta tradita.

8. Nella politica italiana manca del tutto una rappresentanza degli interessi popolari e una visione d’alternativa

Il Governo Draghi vincola tutte le forze politiche presenti in Parlamento – compresi i post-fascisti di Fratelli d’Italia – al sostegno di scelte politiche a favore delle classi dominanti e di politiche sovranazionali “atlantiche”. Questo però non vuol dire che non continui un larvato scontro tra “interessi nazionalisti” di piccoli ma numerosi capitali più legati a dimensioni locali – soprattutto di destra, ma non solo – e “interessi sovranazionali”, quelli di una borghesia la cui struttura di business ha dimensioni multinazionali e utilizza le “regole europee” come il proprio ambiente naturale. Scontro che ha ripercussioni anche ai livelli più alti della rappresentanza politica.

L’elezione del presidente della Repubblica ha portato alla luce del sole la realtà della politica in questo paese. Dopo anni di svuotamento istituzionale e snaturamento dei meccanismi di funzionamento e di equilibrio tra poteri differenti definiti dalla Carta Costituzionale, in linea con la tendenza generale al rafforzamento del potere esecutivo propria di tutte le grandi potenze mondiali, un vero e proprio partito del premier – trasversale alle forze politiche, egemone sui media – lancia la campagna per l’elezione di Draghi a Presidente della Repubblica. In autunno il passaggio, dato il largo consenso che sembra avere, pare quasi una formalità, tant’è che i commentatori si interrogano non sull’eventualità che accada, ma direttamente sulle conseguenze di un fatto politico che avrebbe avuto un significato forte, trattandosi della prima volta che un capo dell’esecutivo diventava direttamente “garante della Costituzione”, mantenendo comunque una chiara influenza sull’esecutivo stesso. Si parlava, nei media, di un semipresidenzialismo di fatto, ancora una volta senza che nessuno, o quasi, nutrisse alcun dubbio sull’esito elettorale.

La classe politica italiana ha avuto, però, ancora una volta, la capacità di stupire innanzitutto se stessa. Di fronte all’ipotesi di un Draghi presidente della Repubblica, le stesse forze che lo avevano caldeggiato – praticamente tutte o quasi nell’emiciclo parlamentare – hanno realizzato che ad essere immediatamente messa in discussione da quest’esito non era l’architettura istituzionale (di cui non frega niente a nessuno di loro, in realtà) ma la legittimità d’esistenza delle stesse forze politiche presenti in Parlamento, non solo incapaci di rappresentare le istanze popolari ma anche di determinare alcunché. Sono iniziate, quindi, varie manovre per cui, senza mai mettere formalmente in discussione l’idea che Draghi fosse il candidato migliore, nei fatti se ne minava, fino a distruggerla, la possibilità che venisse eletto davvero. Incapaci di proporre/imporre un’alternativa, l’unica soluzione disponibile per partiti in fortissima crisi d’identità è stata quella di riconfermare il Presidente uscente, che aveva molto nettamente manifestato la sua contrarietà a questa ipotesi.

La rielezione di Mattarella – questa sì segnale di forte continuità nella crisi con la rielezione di Napolitano – è stata la “vendetta” della frazione del potere economico/politico nazionale e del ceto politico partitico contro la frazione a maggiore proiezione sovranazionale. Possiamo dire che il Mattarella bis è la dimostrazione che le dinamiche sovrastrutturali, della politica e del dibattito quotidiano, sono molto più complesse e variegate delle spinte che provengono dalla struttura. Insomma, non c’è determinismo o meccanicismo per cui ai movimenti strutturali corrisponde in maniera univoca un posizionamento nell’ambito sovrastrutturale.

Così la partita politica non si è chiusa, ma ha confermato lo stallo della politica italiana, dove la frazione nostrana di borghesia sovranazionale non riesce ad avere la meglio sulla frazione nazionale, e viceversa. Le ragioni sono da ricercarsi nel fatto che il conflitto tra interessi diversi in seno alla borghesia non può risolversi con un mutamento radicale, ma si manifesta in una serie continua di aggiustamenti differenti. In ogni caso a mancare è una rappresentanza politica degli interessi popolari.

Dal punto di vista politico, infatti, il mondo della sinistra è completamente distrutto, a livello dei paesi dell’Est Europa. La sconfitta della Sinistra Arcobaleno nel 2008 ha certificato la fine di una lunga storia di rappresentanza che già da anni aveva smesso di provare a dare veramente voce agli interessi popolari. Gli ultimi grandi movimenti di massa del 2008-2011, che pure avevano espresso una grande capacità di produzione di conflitto, non sono riusciti a produrre una nuova rappresentanza ma, anzi, sono stati riassorbiti dal ristretto orizzonte delle compatibilità. Ogni tentativo in tal senso è fallito o è rimasto ideologico e velleitario. Le ragioni di questo dato di fatto sono diverse, ma principalmente da ricercare proprio nella forza che la rappresentanza politica degli interessi popolari aveva mostrato nel nostro Paese, sia a livello parlamentare che al di fuori dell’aula. L’attacco subito è stato proporzionale alla forza espressa, il tracollo idem.

Continua ovviamente ad esistere conflitto, ma questo o è settoriale, o è territoriale, e anche laddove ha mostrato continuità, capacità organizzativa ed egemonica, radicalità (pensiamo alle lotte NO TAV e in generale alle lotte per l’ambiente che hanno saputo coinvolgere masse di cittadini, soprattutto giovanissimi) non è riuscito a fare il salto verso la rappresentanza politica generale. Anche le lotte sindacali, per quanto abbiano registrato cicli espansivi, come nel caso della logistica, si sono dovute scontrare con la repressione armata, padronale e poliziesca, e con la riduzione al silenzio perseguita da leggi e accordi tra Stato, padroni e sindacalismo compatibile, senza avere di fatto alcuna copertura politica. Questa situazione, oggi, si configura come una vera e propria anomalia nazionale, dal momento che, tra i grandi paesi europei, siamo quello dove la distruzione di un’alternativa socialista ha raggiunto i livelli più visibili.

L’assenza di rappresentanza politica delle classi popolari non significa, però, fine delle istanze delle classi popolari stesse, anzi; è proprio l’emergenza e la pressione di quelle istanze, del lavoro precario, dei ceti medi impoveriti, dei disoccupati, della piccola e piccolissima borghesia che scivola rapidamente verso una proletarizzazione, ad aver determinato la vittoria delle forze populiste e reazionarie nel 2018 (con la precondizione della loro perfetta compatibilità, verificata fin troppo rapidamente, con le esigenze di valorizzazione del capitale). La sconfitta di queste forze sgombera il campo e lascia libero il terreno da una serie di distorsioni e compromessi. Chi oggi vuole assumersi l’onere di ricostruire un orizzonte di alternativa deve partire quasi da zero, ma dalla sua ha un campo enorme e una propensione inedita, rispetto almeno agli ultimi decenni, a soluzioni radicali: dopo anni di sbornie neoliberiste e di sistematici fallimenti, di fronte al pantano in cui ci troviamo, ipotesi di direzione pubblica dell’economia e di produzione subordinata all’interesse pubblico, contro gli interessi particolari privati, trovano molto più spazio di pensabilità ed accettabilità di quanto non sia mai avvenuto nel passato.

Anche la capacità di cooptazione ideologica della borghesia pare ridotta, come la resistenza di massa all’“arruolamento” mette in mostra. In sintesi, la situazione che ha di fronte chi oggi si assume l’onere della ricostruzione della rappresentanza politica delle classi popolari, è terribile – nel senso che spaventa – ma eccellente allo stesso tempo. L’importante è non ricadere in vecchi vizi, rompere con gli ideologismi, avere ambizioni egemoniche e non coltivare culti e settarismi, avere un’idea complessiva e una visione del futuro, dimostrare nel quotidiano di essere in grado di modificare la direzione delle cose.

9. L’intuizione di Potere al Popolo! mantiene oggi tutto il suo valore.

Nel quadro di un paese “bloccato”, come lo abbiamo definito, la fondazione di Potere al Popolo!, nel novembre del 2017, ha rappresentato un elemento innovativo della politica italiana. Pur nella ristrettezza delle sue dimensioni, Potere al Popolo! ha dato un contributo alla rinascita di una rappresentanza degli interessi popolari in Italia.

Il fatto che l’intuizione fosse giusta è confermato dai fatti. Potere al Popolo! è l’unica coalizione di sinistra che, dal 2018 in poi, è sopravvissuta a una tornata elettorale. E non è sopravvissuta nominalmente, ma facendo quello che aveva promesso: costruire Case del Popolo, insediamento sociale, aggregare giovani, formare una nuova generazione di quadri, provando a rinnovare la comunicazione politica e a stare sui media. Questi bisogni, che siamo lungi dall’aver soddisfatto, sono così forti che hanno permesso a Potere al Popolo! di sopravvivere non solo alle elezioni, ma anche alla fuoriuscita delle piccole forze partitiche della sinistra “storica” che si erano aggregate al percorso e che erano ben più strutturate di un gruppo di generosi “volontari”, alla mancata presentazione durante le elezioni europee del maggio 2019. E, ancora, a due anni di pandemia che hanno messo sotto pressione tutte le realtà collettive, dalle associazioni, ai centri sociali, ai partiti, realtà che per loro natura per funzionare hanno bisogno di partecipazione fisica. Potere al Popolo! ha di fatto vissuto tutti i suoi primi anni in un contesto sfavorevole, in assenza di mobilitazioni di massa, eppure è riuscita a concludere un processo costituente, con le votazioni sullo statuto e la creazione di organi democratici riconosciuti, a portare avanti il radicamento territoriale, il consolidamento politico e programmatico del progetto.

Perché Potere al Popolo! è riuscito a sopravvivere?

Innanzitutto perché si è connotato, sin dalla fondazione, come un movimento sociale oltre che politico, e non come l’ennesimo partitino ideologico della sinistra che parla ma non fa. L’attività sociale, il mutualismo, è al cuore di Potere al Popolo! e ha consentito, anche in una situazione in cui le forze politiche erano pressoché ferme sui territori, di non rinunciare all’attivismo di base nemmeno nella fase più acuta della pandemia, per esempio con il Telefono Rosso – strumento di supporto legale per i lavoratori – o con la distribuzione di pacchi alimentari alle famiglie in difficoltà. Essere presenti nelle contraddizioni dei vissuti quotidiani, sviluppare la capacità di dare supporto concreto, hanno alimentato la partecipazione e il riconoscimento verso Potere al Popolo! da parte di settori delle fasce popolari. L’attività sociale è stata ed è tuttora decisiva come palestra formativa per gli attivisti e come elemento di coesione e unità per la comunità politica.

Un secondo elemento distintivo è la trazione internazionalista. In un mondo interconnesso e globalizzato, nessuna organizzazione può resistere senza porsi su un piano internazionale. Questo non significa, semplicemente, essere attenti ad analizzare gli eventi globali per scrivere comunicati che leggeranno solo gli “addetti ai lavori”, ma anche dedicarsi alla costruzione di reti con le esperienze più virtuose che la sinistra e i movimenti popolari hanno sviluppato fuori dai confini italiani, per apprendere da loro, per “importare” le pratiche vincenti, per costruire interventi che ricalchino – come aveva intuito Marx con la fondazione dell’Internazionale – le connessioni che lo stesso capitale è costretto a costruire. Potere al Popolo! si muove in un orizzonte di cambiamento globale e prova già a praticarlo, pur nei limiti attuali. Da questi presupposti nascono l’adesione e la rappresentanza nel segretariato europeo dell’Assemblea Internazionale dei Popoli, importante luogo di confronto fra movimenti e partiti a livello mondiale; l’adesione alla campagna europea per la fine dei brevetti sui vaccini; i tanti momenti di confronto con il PTB belga, La France Insoumise di Mélenchon, Podemos; la solidarietà internazionalista con Cuba o il Venezuela, o l’impegno contro la guerra e per la costruzione di un fronte europeo pacifista degli ultimi mesi.

Il terzo e ultimo fattore rilevante sta nella coerenza nel posizionamento politico. Potere al Popolo! è nato nel boom dei partiti cosiddetti populisti in Italia e ha saputo ritagliarsi uno spazio di opposizione reale, mettendo al centro sempre il punto di vista delle condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari. Questo ha fatto sì che potessimo attaccare duramente il Governo M5S–Lega senza mai scivolare nella finta opposizione liberista del centrosinistra, pur difendendo – e anzi chiedendo l’estensione e l’aumento – del reddito di cittadinanza. O, analogamente, che criticassimo con forza l’esecutivo M5S-PD sulla mancata gestione sociale della pandemia, senza per questo prestare il fianco a posizioni novax o della galassia rossobruna.

10. Ci vuole un’organizzazione in movimento per adattarsi sempre meglio al contesto

Ovviamente, in questi anni, se da un lato è rimasto costante l’approccio di fondo di Potere al Popolo!, da un altro lato diverse cose sono cambiate. Dall’appello aperto e orizzontale dell’inizio, siamo riusciti a poco a poco, sempre attraverso il dialogo e la verifica nella pratica, a costruire un’organizzazione indipendente, con una sua relativa omogeneità, con delle sue figure di riferimento, con un suo intervento autonomo dalle forze che lo hanno costituito. Quattro anni, in assenza peraltro di grandi rotture nel paese, sono un periodo di tempo ancora piccolo per costruire una propria cultura, un proprio profilo di militanza, un senso di appartenenza forte. Inoltre, due anni di pandemia hanno comunque rallentato l’interazione tra compagni, assemblee, territori. E questo si è riflesso sull’intensità dell’attivismo, sulla partecipazione numerica e dunque anche sulla possibilità di elaborare quella visione generale che è indispensabile per collegare attività territoriali differenti in un respiro politico effettivamente unitario.

Questo chiaramente non può essere un alibi per un’organizzazione politica che si pone l’obiettivo rivoluzionario come orizzonte. Perciò sarà necessario aumentare gli sforzi nell’ottica di migliorare il lavoro del coordinamento nazionale e il collegamento tra coordinamento nazionale e assemblee territoriali e allo stesso tempo progredire celermente verso un’unità organizzativa, politica e ideologica delle decine di migliaia di persone che aveva raccolto l’invito del 2017 ad auto-rappresentarsi.

Una particolare attenzione dovrà essere posta sulla formazione degli/delle attivisti/e, proseguendo sulla strada già intrapresa nell’ultimo anno con il coinvolgimento anche di forze politiche internazionali nostre sorelle.

E ora il cambiamento del contesto – nazionale e mondiale – impone un adeguamento del nostro movimento che sia il frutto di scelte il più possibile consapevoli. È evidente che non si può rappresentare un’alternativa, e non solo sul piano elettorale, senza avere risposte credibili sulle grandi questioni che abbiamo delineato sommariamente nelle tesi precedenti. E senza avere una formazione politica che ti consenta di durare nel tempo. L’obiettivo sarà quello, sempre di più, di imporre la nostra visione organica e i temi all’ordine del giorno, piuttosto che stare sull’agenda dettata dalle nostre varie controparti.

Pur consapevoli di vivere in un mondo complesso, e della necessità che la formulazione di ogni analisi sia soltanto un punto di sosta e non di arrivo, pensiamo di poter qui sintetizzare alcune delle risposte a cui siamo approdati.

11. Senza movimenti sociali di massa non si dà precipitato politico

I problemi e il potere che abbiamo di fronte vanno affrontati costruendo grandi movimenti di massa. Sia su terreni specifici (lavoro, scuola, ambiente, casa, reddito, occupazione, ecc.), sia sul terreno politico generale. A cominciare ovviamente dal movimento per la pace, contro la guerra e il riarmo.

Qualcosa di importante si è costruito e si va sedimentando negli ultimi anni. Pensiamo ai movimenti ambientalisti, transfemministi e studenteschi, o alle lotte operaie che vanno a toccare anche questioni politiche, come è accaduto nel caso degli scioperi per fermare il traffico di armi. Questi movimenti costruiscono sensibilità anticapitaliste, antipatriarcali, solidali, avanzamenti preziosi, ma nel complesso sono ancora insufficienti per modificare significativamente il quadro dei rapporti di forza.

Potere al Popolo! ha un futuro se riesce a star dentro, organizzare, in qualche misura orientare e connettere, i movimenti che sorgono. Ne discende quindi, per il nostro profilo militante, la necessità di andare ogni volta a inchiestare, partecipare, costruire le forme di mobilitazione che si danno nel nostro paese a ogni livello.

12. Il nostro “blocco sociale” è definito dalla contraddizione fra capitale e lavoro

Per qualsiasi progetto politico è essenziale l’identificazione del proprio soggetto sociale di riferimento. Quali interessi si difendono, chi si vuole rappresentare. Ora, la contraddizione che struttura qualsiasi società capitalistica è quella tra capitale e lavoro, ovvero tra quelli che detengono i mezzi di produzione (capitali, terreni, fabbriche, azioni, rendite…) e quelli che sono costretti a vendere la propria forza lavoro, che sia il braccio o il cervello è indifferente, per poter sopravvivere. Ma questa contraddizione non appare sempre in maniera lampante – ed è il motivo per cui anche molti sfruttati finiscono per sostenere i loro sfruttatori – e soprattutto si incarna in molteplici figure, che spesso fanno fatica a riconoscersi perché non vestono la stessa tuta, non hanno la stessa mansione o contratto.

A differenza di tutte le forze politiche che analizzano la società e prende posizione seguendo un punto di vista semplicemente sovrastrutturale, Potere al Popolo! intende guardare alla contraddizione strutturale e rappresentare le molteplici figure che con la loro forza-lavoro producono la ricchezza del paese e che sono la maggioranza della società: lavoratori dipendenti, tra cui braccianti, operai, facchini, impiegati; lavoratori dei servizi pubblici, della scuola, della sanità; ma anche le finte partite iva, e chi è costretto a un lavoro formalmente autonomo ma dipendente nei fatti, i precari a vario titolo, i disoccupati, i pensionati a basso reddito. Si tratta di un blocco sociale che fa fatica ad affermarsi anche perché è stato tradito dalle sue rappresentanze storiche – sindacali e sociali – che hanno optato da decenni per la collaborazione di classe e la sistematica rimozione del conflitto e dell’inevitabile contrapposizione fra gli interessi dei settori popolari e quelli delle classi dominanti.

La condizione delle lavoratrici e dei lavoratori italiani in questi ultimi trent’anni ha subìto il più grave arretramento tra quelli dei paesi più sviluppati. I salari italiani sono i soli che sono arretrati tra quelli dei paesi più ricchi negli ultimi trent’anni. Tutto questo è dovuto non solo alle politiche liberiste contro il lavoro, attuate da tutti i governi senza distinzione, e dall’attacco padronale, ma anche alla subalternità e complicità di CGIL, CISL E UIL, che hanno prima scelto la concertazione coi governi, poi il patto corporativo con la Confindustria e ad essi hanno sacrificato le rivendicazioni ed il conflitto. In cambio ne hanno ricevuto un riconoscimento privilegiato che ha imposto un regime di relazioni sindacali burocratizzato e consociativo, che spesso ha negato democrazia e diritto di scelta ai lavoratori, e che ha sviluppato un sistema di enti, dalle pensioni alla sanità, in concorrenza con il sistema pubblico. Bisogna ripristinare anche per legge una vera democrazia sindacale nella quale i lavoratori possano scegliere liberamente da chi farsi rappresentare e possano votare sempre su accordi e contratti che li riguardano.

E dunque Potere al Popolo!, pur distinguendo sempre fra “dirigenze” e “basi”, non è equidistante rispetto alle varie organizzazioni, a partire da quelle sindacali. Abbiamo portato spesso, in questi anni, la nostra solidarietà a diverse lotte aziendali, senza guardare a quali sigle orientavano i lavoratori. E questo è stato certamente giusto. Perché la classe è una, e non va mai divisa. Semmai riunificata, con un lavoro paziente e lungimirante. 15 Ma questo non basta. La dialettica tra un movimento politico e l’attività sindacale deve per forza tener conto degli orientamenti diversi esistenti tra le varie organizzazioni, tra le differenti soluzioni che queste pongono ai problemi che i lavoratori incontrano. Dunque, salva restando la necessità di portare la solidarietà a qualunque lotta e di confrontarsi con qualsiasi soggetto o insieme che appartiene alla nostra classe, Potere al Popolo! deve continuare a saldare la relazione con le diverse componenti del sindacalismo conflittuale. Operando per superare le divisioni che anche in questo ambito esistono e costituiscono ormai un limite evidente.

13. Le lotte contro le cause della catastrofe climatico-ambientale hanno per Potere al Popolo! una centralità strategica

L’abbiamo già detto: la crisi ecologico-ambientale è una delle grandi crisi che stanno portando l’umanità sull’orlo del baratro. Per questo in tutto il mondo si sta sviluppando un variegato movimento ecologista, entro cui si muovono organizzazioni differenti, comprese purtroppo quelle che quelle che agiscono per compatibilizzare la lotta per l’ambiente con il sistema capitalistico.

Dobbiamo essere consapevoli – e saperlo diffondere in ogni ambito – che non si può salvare l’umanità e il pianeta senza modificare profondamente le finalità e le modalità di lavorare, produrre, consumare, tutte orientate, in regime capitalistico, alla ricerca del profitto. Trasformare il sistema produttivo rivoluzionando fonti energetiche, tecnologie, qualità e quantità dei prodotti, modalità di produzione e distribuzione, così come ripensare i sistemi insediativi, la maniera in cui ci spostiamo, la logistica e l’organizzazione dei servizi, richiede una capacità di programmazione incompatibile con le finalità di arricchimento privatistico.

Ma qui non è solo questione di teoria. Se spesso sono apparse contrapposte esigenze dell’ambiente ed esigenze del lavoro è solo perché si è guardato alla superficie del fenomeno e perché veniva affermato il punto di vista dei proprietari dei mezzi di produzione, che non volevano dismetterli. In realtà i soggetti che più sono disposti a una vera transizione sono proprio i “nostri”: sia perché sono i primi a patire le conseguenze delle catastrofi ambientali (si pensi all’aumento dei tumori nelle zone in prossimità delle fabbriche o di terreni inquinati, si pensi ai tanti migranti per motivi climatici…), sia perché sono quelli che non hanno da difendere interessi privatistici.

Sul terreno della giustizia ambientale e di quella sociale possiamo dimostrare l’urgenza e la necessità di un cambio radicale di sistema in direzione di un ecosocialismo che parta da un diverso rapporto tra essere umano e natura, sulla base di principi riconducibili all’ecologia profonda. Ci immaginiamo e vogliamo costruire un modo di organizzare una diversa economia, indirizzata al soddisfacimento dei bisogni, ma tale da non rilasciare nell’ambiente nulla di rischioso per la Terra e gli esseri viventi. È necessario produrre e consumare di meno, in funzione di bisogni reali, puntare sulla durevolezza dei beni, riparabilità, possibilità di riuso e poi di riciclaggio totale. Un modello di produzione e consumo meno inquinante e rispettoso dei ritmi delle risorse naturali è anche in grado di creare lavoro.

Intendiamo partecipare al dibattito su come prospettare una transizione ecologica basata su principi di equità e condivisione, a partire dalla transizione energetica, che ha un ruolo fondamentale nel contrasto ai cambiamenti climatici. La transizione energetica richiede la riduzione e l’efficientamento dei consumi, l’abbandono dei combustibili fossili, principali responsabili delle emissioni di CO2 in atmosfera che, in tempi rapidi, devono essere sostituiti con le energie rinnovabili oggi a disposizione. Occorre pianificare un approvvigionamento energetico tanto sostenibile quanto equo, che da una parte superi le lobby dell’energia che bloccano la transizione e commettono crimini contro la qualità dell’ambiente e quindi del benessere umano, e dall’altra costruisca una rete di sistemi locali pubblici e di governo dei territori che coinvolgono cittadinanza e che impieghino una pluralità di fonti a seconda delle peculiarità territoriali.

Non c’è una vera transizione senza la bonifica dei siti inquinati, la salvaguardia di fiumi, boschi, mari, lo stop immediato al consumo di suolo e alle grandi opere inutili, l’utilizzo e la manutenzione di infrastrutture e edilizia esistente, l’aumento esponenziale degli spazi verdi atti ad assorbire CO2, la riduzione degli spostamenti e una mobilità alternativa all’auto, favorendo trasporti pubblici ecologici e efficienti, la riduzione dei rifiuti, puntando sulla durevolezza dei beni, riparabilità, possibilità di riuso e poi di riciclaggio totale. Siamo anche convinti che non sia più rinviabile una conversione radicale dell’attuale sistema agroalimentare: bisogna crearne uno nuovo, sulla base dei principi dell’agroecologia, della sostenibilità ambientale, dell’equità e della convenienza economica di medio e lungo periodo. L’agricoltura sostenibile che noi vogliamo promuovere rispetta, il suolo, l’acqua e l’aria, le comunità e le culture di cui fa parte, è basata sulla conoscenza e non dipende né da gruppi multinazionali né da combustibili fossili.

14. Bisogna costruire l’unità di classe, e per questo è necessaria la costruzione di un grande movimento contro la guerra e l’economia di guerra, che abbia tra i suoi obiettivi anche la scadenza elettorale

Se la nostra classe è composta di molteplici figure, e nessuna di queste può salvarsi da sola, il nostro compito preliminare, per poter contare qualcosa nella società, è di costruire un riconoscimento fra queste figure, un’unità di classe, la maggiore unità possibile di azione. Dentro un paese bloccato, con una rappresentanza politica che mette d’accordo tutti i partiti ma esclude la maggioranza della società, mentre l’inflazione sale e il costo delle materie prime e delle bollette colpisce in primis il nostro blocco sociale, abbiamo urgente bisogno di costruire un nostro fronte, in grado di giocare su più piani.

Anche su quello della questione di genere, altro grande problema del nostro paese. Anche questo aggravatosi durante e in seguito alla pandemia. Negli ultimi anni le condizioni di vita delle donne hanno subito dei peggioramenti sostanziali. A titolo di esempio, in Italia nel mese di dicembre 2020 il 98% di chi aveva perso un lavoro è risultata essere una donna. Questo è avvenuto perché molte sono occupate nel settore domestico e dei servizi, ambiti “lasciati alle donne” e caratterizzati da contratti di lavoro poco stabili. Il Covid non ha fatto altro che inasprire disuguaglianze sistemiche e strutturali del mondo del lavoro. L’utilizzo dello smart working e della DAD inoltre ha sgretolato ulteriormente i confini tra orario di vita e di lavoro, aggravando il doppio lavoro di cura che le donne da sempre svolgono, vista l’insufficienza di servizi che durante la pandemia sono peraltro stati azzerati. Non è un caso che, secondo l’ultima statistica del 2022 sul gender gap, l’Italia si posizioni al 63° posto nel mondo e tra gli ultimi posti in Europa!

In questo contesto, i fondi previsti dal PNRR per l’aumento dell’occupazione femminile, sbandierati come panacea risolutiva, non sono altro che briciole rispetto agli investimenti strutturali che sarebbero necessari per sostenere politiche del lavoro davvero efficaci e migliorative delle condizioni materiali in cui vivono le donne proletarie, troppo spesso destinate a lavori sottopagati e a nero.

Inoltre, da tempo assistiamo ad attacchi palesi alla salute della donna sia sul piano istituzionale che culturale: tagli ai centri antiviolenza, ai consultori e una feroce battaglia all’interruzione di gravidanza. Sebbene consapevoli dei limiti della legge 194 vogliamo continuare a difenderla e a chiederne la piena applicazione nelle strutture sanitarie dove la percentuale di obiettori di coscienza è in continua crescita.

Negli ultimi due anni poi abbiamo assistito anche all’acuirsi dei casi di violenza domestica perché la casa non è per tutte un luogo sicuro e protetto. Secondo l’Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Trans-cidi di Non Una Di Meno in Italia il dato delle donne uccise da inizio anno aggiornato all’8 maggio 2022 è a quota 35: decisamente inaccettabile.

Queste battaglie e queste questioni sono strettamente intrecciate a una dimensione di classe, come ci dimostrano le femministe di tutto il mondo (e come abbiamo scritto nel documento Potere al Popolo sarà femminista o non sarà.

Ma non sono solo le donne a subire una doppia oppressione nel mondo del lavoro e nel resto della società. Anche i migranti vengono maggiormente sfruttati in virtù della loro posizione di maggiore ricattabilità, per l’assenza dei documenti, per le difficoltà con la lingua, per la mancanza di reti familiari in un paese familista, per il razzismo che ancora esiste e discrimina per il colore della pelle o la culturale e la religione di appartenenza. A dispetto di un racconto che ci vuole divisi e contrapposti, che è stato fatto proprio in modo ributtante sia da una sinistra di governo sia da una “sinistra” anti-sistema che scimmiotta la destra, sappiamo dalla Storia che il nostro compito è lavorare sulla ricomposizione di classe, non negando, ma anzi proprio a partire dalle specificità e peculiarità dei suoi componenti, dalle varie modalità attraverso cui prendono forma l’oppressione e la disuguaglianza. Distruggere l’idea della concorrenza tra forza lavoro italiana e straniera nel nostro paese – l’idea degli “immigrati che ci rubano il lavoro” che alimenta la guerra tra poveri – sia un nostro preciso dovere e una prospettiva in direzione della quale muoversi. Come? Supportando le lotte per il permesso di soggiorno, abolendo i Decreti Sicurezza, praticando solidarietà attiva con tutti gli sfruttati, denunciando il caporalato, le condizioni spesso disumane dell’accoglienza, la discriminazione e disuguaglianza formale e sostanziale in termini di diritti e condizioni di accesso a beni e servizi.

Proprio per costruire un fronte ampio e coeso, per fare battaglia su questioni così decisive, nell’ultimo anno abbiamo esteso la nostra presenza al livello istituzionale più alto, grazie alla scelta di Matteo Mantero di aderire e rappresentare Potere al Popolo! in Senato. Abbiamo tra le mani un nuovo strumento, certamente da affinare, che ci ha permesso di presentare una proposta di legge contro le delocalizzazioni scritta con gli stessi operai GKN, numerose interrogazioni parlamentari sui temi che più ci stanno a cuore e che la politica ignora quasi completamente. Nella stessa ottica abbiamo contribuito alla costituzione della componente alla Camera dei Deputati di ManifestA, rappresentata da quattro deputate fuoriuscite dal Movimento 5 Stelle. I percorsi unitari sono infatti possibili e auspicabili, e possono funzionare se a guidarli non è un interesse elettoralistico, ma la qualità dei contenuti e la capacità di portare all’interno dei Palazzi le istanze delle classi popolari. Nonostante questa funzione di rappresentanza nel nostro caso sia appena abbozzata, ha già permesso a diverse questioni e lotte di arrivare sui media mainstream, di coinvolgere più persone, di limitare l’azione di chi ci governa.

Si tratta di insistere su questa strada dell’auto-rappresentanza dei soggetti sociali oggi esclusi dal dibattito e dalle decisioni. Si tratta di costruire un’unità non fra ceti politici ma fra i soggetti reali, le avanguardie di lotta, movimenti sociali, associazioni, collettivi, intellettuali e mondo artistico e culturale, per far irrompere finalmente sulla scena politica le nostre istanze.

È in quest’ottica che guardiamo allo scenario che si presenta davanti a noi in vista delle prossime politiche del 2023. Dal punto di vista della rappresentanza istituzionale degli interessi di classe, il combinato disposto della riduzione del numero dei parlamentari e della legge elettorale attuale riduce sicuramente la possibilità che quegli interessi siano rappresentati. Inoltre, il Movimento 5 Stelle ha ormai chiaramente abdicato alla funzione di interpretare, per quanto in maniera parziale e distorta, le esigenze delle classi popolari ed è rientrato nel solco più tradizionale del centrosinistra. Invece, quel che restava della sinistra istituzionale è ormai sempre di più schiacciato sul centrosinistra liberista, a sua volta sempre più simile a un blocco centrista.

Tutti questi fatti rappresentano altrettante opportunità. A differenza del 2018, in cui il tornado 5 Stelle con il suo 33% ha ridotto i nostri spazi politici (già saturati da una pluralità di liste a sinistra del PD), nel 2023 non ci sono soggetti costituiti che si candidano a intercettare quelle speranze. Non possono più farlo i 5 Stelle perché alla prova dei fatti si sono associati con i poteri vigenti, non può farlo la destra leghista, ormai ampiamente normalizzata e che ha mancato la sua trasformazione in partito nazionale. Ci provano sicuramente a farlo diverse forze di destra, come Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che si è posta per questo fuori dal Governo Draghi. E che tuttavia è anch’essa una forza di sistema, che è lungi dal far davvero opposizione a Draghi e tantomeno a mobilitarsi contro i licenziamenti o le delocalizzazioni. Altri tentativi reazionari, dai micropartiti fascisti a forze rossobrune che si presentano riproponendo la retorica “né di destra né di sinistra”, “sovranista nazionale”, retrograda sui diritti civili messi artatamente in opposizione a quelli sociali, hanno finora riscosso ben pochi successi.

Attualmente, il vuoto lasciato dal Movimento 5 Stelle e dalla sinistra storica potrebbe quindi in gran parte andare nell’astensione in assenza di un progetto alternativo. A patto però che parli la lingua del rinnovamento, della trasformazione. Siamo in una situazione nuova e ricca di cambiamenti repentini, che non consente la semplice ripetizione delle pratiche fin qui messe in campo. Tuttavia la dimensione numerica, la proiezione mediatica, la disponibilità economica di qualsiasi forza di sinistra radicale oggi, non le consente di cogliere – andando da sola alle elezioni – questa opportunità. Conforme allo spirito della sua nascita, Potere al Popolo! non deve mettere al centro del suo operare politico la tutela, spesso conservativa, della propria organizzazione, ma il supporto alle possibilità di un movimento reale. Per questo, in questa circostanza e secondo modalità che vanno verificate passo per passo, deve provare a far nascere un’alternativa capace di confederare le varie forze in un fronte sociale ed elettorale che metta al centro il pacifismo, la lotta all’economia di guerra, i diritti del lavoro, la redistribuzione della ricchezza e l’ecologismo. Le politiche del 2023 sono un appuntamento che non si può snobbare, perché anche dentro il prisma deformante della “rappresentanza politica” si giocherà la struttura di un nuovo sistema politico che – nelle intenzioni del potere – non deve più prevedere voci dissonanti.

Bisogna quindi costruire subito una coalizione sociale e politica e verificarla nei fatti: nel contrasto al Governo Draghi e nella mobilitazione per la pace, per una via diplomatica, contro la militarizzazione dell’Europa e l’aumento delle spese militari fino al 2% del PIL. Mettere in campo iniziative per tutelare il potere d’acquisto delle classi popolari e proteggerle dall’aumento delle tariffe attaccando i profitti delle multinazionali. Battersi per un innalzamento di salari e pensioni. Per una vera transizione energetica e in difesa della natura. Opporsi a tutte le discriminazioni che siano sulla pelle dei migranti o intorno alle questioni di genere. Allo stesso tempo intensificando le relazioni con gli altri movimenti popolari a livello europeo, mediterraneo e mondiale.

Un programma del genere non ha nulla a che vedere con i “contenitori” messi su alla bell’e meglio un paio di mesi prima di un’elezione. Non vogliamo parlare solo a quelli che si sentono già di sinistra, peraltro sempre più pochi, ma innanzitutto a quelli che patiscono queste situazioni, alle classi popolari.

Dopo aver assistito alla catastrofe della gestione pandemica, mentre guardiamo le tragiche immagini di una nuova guerra, si annunciano nuove catastrofi “naturali”, non possiamo non pensare che il tempo dei tatticismi sia finito. Dobbiamo continuare a costruire un’organizzazione, che sappia radicarsi sui territori, che sia presente nelle lotte, che sappia coinvolgere i giovani e indicare chiaramente l’obbiettivo del socialismo, ma contemporaneamente partecipare alla creazione di un fronte più ampio, che sia democratico, culturale, sociale, che sappia esprimere dei rappresentanti collettivi nelle istituzioni. Ciò che è in gioco nella politica è sempre la vita, ma in questi anni è evidente più che mai.

Potere al Popolo! non è nato per resistere o per fare mera testimonianza, è nato per vincere, per ottenere un cambiamento reale!

Lascia un commento

X