EsteroIn evidenzaTavolo Europa

Marc Botenga (PTB): “Macron e Le Pen sono due facce della stessa medaglia”

In Italia il dibattito politico sulle elezioni europee è tutt’altro che effervescente. Potremmo anzi dire che è arido, risucchiato completamente dalle necessità tattiche dei principali partiti, impegnati in una scazzottata continua, e incapaci di offrire una visione di futuro che possa appassionare, che possa far intravedere un domani radicalmente differente dalle sofferenze cui l’austerity ha costretto i popoli di tutta l’UE negli ultimi 10 anni.

Dobbiamo allargare lo sguardo per riprendere un po’ d’aria. E girarci, ad esempio, dalle parti del Belgio. In questo paese, così simbolico per la costruzione stessa dell’UE, c’è un partito politico, il PTB (Parti du Travail de Belgique), che da qualche anno fa registrare una costante e per certi versi incredibile ascesa.

In quest’intervista di Mediapart Mediapart a Marc Botenga, capolista del PTB alle imminenti elezioni europee, individuiamo chiavi di volta necessarie alla distruzione della falsa dicotomia tra europeismo liberista e sovranismo nazionalista, così come del “dilemma più Europa – meno Europa”.

Ci mostra che la critica dell’UE non è e non può essere patrimonio delle sole forze “sovraniste”. Che da loro non arriverà alcuna soluzione, visto che una Le Pen non è che una faccia di una medaglia sul cui altro lato compare Macron.

E ci dimostra che c’è bisogno di una forza popolare – anche qui in Italia – che sappia affrontare con coraggio e anche spregiudicatezza le questioni che hanno un impatto immediato sulle nostre vite: crisi ecologica, diseguaglianze.

Con la consapevolezza che non sarà un’elezione a cambiare i destini dei popoli europei, ma la forza sociale e politica che sapremo mettere in campo in termini di una mobilitazione assolutamente imprescindibile per invertire i nostri destini. Per passare, come dice Marc, “dalla logica della competizione – su cui si regge l’UE – a quella della cooperazione”.

Buona lettura!

 

Di Aurore Van Opstal

Belgio/Europa – aprile 2019

Può presentarsi brevemente?

Sono Marc Botenga, capolista del PTB (Partito belga dei lavoratori, NdR) alle elezioni europee. Perché l’Europa? Quello che è successo con la Grecia nel 2015 mi ha lasciato una forte impressione. L’Unione europea ha soffocato e strangolato la Grecia fino alla chiusura delle banche. La violenza di questo atto nei confronti delle famiglie ha rafforzato il mio impegno a livello europeo

Nel vostro programma, siete per l’uscita dall’austerità. Come intendete uscire concretamente dai trattati europei di austerità?

Ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di rompere con la logica dei trattati. Per investire: nel campo sociale, nelle infrastrutture, nelle strade. In ecologia. Senza questa rottura tutte le promesse di un vero cambiamento sono vuote. A livello europeo, i partiti tradizionali hanno fatto pagare in tutto e per tutto la crisi ai lavoratori. Oggi in Europa ci sono 113 milioni di persone che vivono in condizioni di povertà o di esclusione sociale. Abbiamo 700.000 persone che dormono ogni notte in strada. Si tratta di più delle popolazioni di Liegi, Charleroi e Mons messe insieme.

In particolare, dobbiamo liberarci dalle regole del semestre europeo e del TSCG (anche noto come fiscal compact, NdT), il trattato di austerità. Diciamo che siamo per un principio di disobbedienza sociale: cioè, non applicare le regole che significano declino sociale per un dato paese. Oggi esiste già un meccanismo di ‘cartellino giallo’ in base al quale, per motivi di sussidiarietà, gli Stati possono opporsi a una proposta della Commissione europea. Vogliamo estendere questo concetto a tutte le regole che portino a una regressione sociale: che uno Stato membro possa tirare fuori il cartellino rosso e dire: ‘no, questa regola è un passo indietro per la mia popolazione, non la applico’.

Il discorso del PTB è un discorso di resistenza contro l’attuale logica europea. Non c’è il rischio di favorire un aumento di euroscetticismo e populismo?

Penso che l’euroscetticismo sia creato dalle politiche dell’Unione europea e dal modo in cui questa è stata costruita. È la logica della concorrenza, scolpita nel marmo dei Trattati europei, che fa in modo che i cittadini si sentano raggirati dall’Unione europea. Questi trattati organizzano la concorrenza di tutti contro tutti, impongono l’austerità per far pagare il salvataggio delle banche, e spingono per la liberalizzazione e la privatizzazione dei servizi pubblici. I lavoratori vedono che l’Unione Europea non significa progresso sociale, come invece era loro stato promesso, ma dumping sociale, una spirale discendente. Invece di una maggiore prosperità, l’Unione europea offre sempre più austerità. Questo è ciò che crea l’euroscetticismo.

Le politiche di Merkel e Macron, le loro politiche neoliberali, rafforzano l’estrema destra. Se non ci sono mai soldi per l’edilizia popolare, mai soldi per le scuole, allora si dice alla gente di lottare con i vicini per l’ultimo posto a scuola o per un alloggio decente. Ma in questo modo creiamo cittadini ripiegati su se stessi. Dobbiamo farla finita con questa concorrenza. Questo è l’unico modo per contrastare l’ascesa dell’estrema destra. Macron e Le Pen sono due facce della stessa medaglia. Proponiamo un progetto chiaramente alternativo, che sostituisca la concorrenza con la cooperazione.

Crede di avere qualche possibilità di essere eletto?

Questa è la questione chiave nel Belgio francofono. La voce critica e sociale del PTB riuscirà ad ottenere il suo primo seggio nel Parlamento europeo? I sondaggi ci danno un seggio al Parlamento europeo, a scapito della MR (Mouvement Réformateur, partito di destra del Belgio francofono, NdR). Sarebbe molto importante spostare questo posto a sinistra!

Non ha paura di perdere voti, visto che Paul Magnette (Partito Socialista) è uno dei suoi diretti concorrenti a sinistra, ed è un personaggio popolare?

Paul Magnette non siederà in Parlamento, quindi votare per lui è un voto perso. Più in generale, a sinistra, il PS e i Verdi, che difendono i trattati in vigore, sono già sicuri di avere rappresentanti eletti al Parlamento europeo. La posta in gioco alle elezioni europee in Belgio è quindi sapere se, oltre al loro voto, avremo anche un deputato del PTB. È questa la questione.

Cosa ne pensa degli attuali stipendi dei parlamentari europei?

Dei parlamentari e dei commissari europei. Dobbiamo parlare anche degli stipendi dei commissari europei! Raggiungono facilmente quasi 25.000 euro al mese. Il presidente della Commissione, J.-C. Juncker, guadagna 32.000 euro al mese. È indecente! Loro devono legiferare a livello europeo, ma come possono capire, con questi stipendi, quali siano le condizioni di un lavoratore europeo che non arriva a fine mese col suo stipendio? O quelle di un anziano, la cui pensione non è sufficiente per raggiungere la fine del mese?

Non si tratta solo della questione degli stipendi. I commissari europei provengono spesso dal mondo delle multinazionali e delle banche. Non è raro che vi ritornino, dopo 5 anni alla Commissione europea. Ciò solleva degli interrogativi. Per chi gioca un Barroso che, dopo il suo mandato di Presidente della Commissione, viene assunto da Goldman Sachs? O un Karel De Gucht che, dopo il suo mandato, si accasa da Arcelor Mittal? Durante il suo mandato, per chi lavorava? Queste sono domande legittime. E ed è un ragionamento che vale anche nella direzione opposta. Il Commissario europeo per il clima, che a sua volta possedeva due compagnie petrolifere, e l’ex Commissario europeo per la stabilità finanziaria, proveniente dalla lobby finanziaria: per chi lavorano?

È quasi caricaturale, ma è rivoltante. Questo sistema deve essere fermato. Questi stipendi creano una casta politica lontana dal popolo, ma molto vicina alle multinazionali.

In caso fosse eletto, non rischirebbe di di perdere contatto con la realtà del lavoratore medio, visto che guadagnerà circa 6.000 euro netti?

No! È qui che il PTB è molto chiaro. Ci impegniamo, prima e dopo le elezioni, a restituire tutto ciò che supera lo stipendio medio di un lavoratore belga.

Questo è importante perché se si entra in questa macchina senza principi fermi, si viene mangiati dalla macchina. E per evitarlo, devi andare lì e dire a te stesso: mi impegno a non arricchirmi perché la politica è servire le persone e non servire se stessi.

Qual è la strategia europea del PTB?

L’Unione europea è stata costruita dalle multinazionali. Non è uno slogan. Negli anni ’80, il processo d’integrazione europea non progrediva. Le grandi multinazionali europee si sono allora sedute attorno ad un tavolo – la tavola rotonda europea degli industriali – cui si sono aggiunti due membri della Commissione europea: Etienne Davignon, grande dirigente d’azienda belga, e il francese François-Xavier Ortoli. Quindi, ovviamente, quando sono le multinzionali a sedersi attorno a un tavolo coi commissari europei e a discutere con i capi di governo per far progredire l’integrazione europea, che forma può mai assumere questa integrazione? Quella delle liberalizzazioni, della mercantilizzazione, ecc. Perché è ciò che conviene loro maggiormente. Una tale tendenza è manifesta nell’Atto unico del 1986 che ha preceduto il Trattato di Maastricht.

Questa alleanza dei vertici è stata in grado di fare, in gran parte, ciò che voleva per 30 o 40 anni, perché non c’era contropotere dal basso a livello europeo. Oggi, le lotte europee stanno gradualmente emergendo, e noi vogliamo rafforzarle. Di fronte alla loro unità, dobbiamo costruire la nostra. Di fronte al loro potere, c’è bisogno di un contropotere. Questo contropotere verrà dalle lotte europee cui assistiamo oggi, per esempio quelle dei lavoratori di Ryanair, che sono riusciti a far arretrare la dirigenza con scioperi a livello europeo. Oppure le lotte dei lavoratori portuali europei, che hanno organizzato scioperi transnazionali bloccando i porti europei per convincere la Commissione europea a far un passo indietro. O ancora, le lotte dei giovani per il clima: non si sono nemmeno posti la domanda, ma si sono organizzati molto rapidamente a livello europeo.

Non sta indebolendo la sinistra con questa campagna a favore del PTB?

Al contrario, la stiamo rafforzando, non fosse altro che perché potremmo sottrarre un deputato alla destra. Ma più in generale, siamo un po’ la locomotiva a sinistra. Negli ultimi 10 anni, abbiamo condotto una campagna sulla tassazione dei milionari. È una tassazione che interesserebbe solo gli ultraricchi, ma è fondamentale a livello sociale e democratico. Perché? Perché vediamo che c’è una concentrazione sempre maggiore di ricchezza. Dopo dieci anni, il PS (Partito socialista, NdT) l’ha reinserito nel suo programma, e anche i Verdi stanno iniziando ad accodarsi a questa richiesta del PTB. Lo stesso vale per il trasporto pubblico, che vogliamo sia di qualità e gratuito. Quando lo abbiamo proposto alle elezioni comunali del 2018, i partiti tradizionali hanno risposto: ‘No, non è possibile. Sei populista, prometti qualsiasi cosa…’ Oggi non solo il PS e, in parte, i Verdi, ma anche il cdH (Centro democratico umanista, NdT), schierato a centrodestra, stanno iniziando a riprendere l’idea. Quindi abbiamo questa funzione di locomotiva a sinistra. Se non vogliamo che tutte le promesse elettorali del PS e dei Verdi siano disattese il giorno stesso delle elezioni, avremo bisogno di un PTB molto forte.

70 anni di pace in Europa. L’Unione europea non è forse un successo in questo senso?

Be’, non parliamo di ‘Europa’! Perché vi ricordo che c’è stata la terribile guerra di Jugoslavia. Ma, soprattutto, l’Unione europea prende sempre più spesso in considerazione l’opzione della guerra. Il trattato fondamentale obbliga già gli Stati membri a migliorare le loro capacità militari. A livello europeo, i deputati al Parlamento europeo e il Consiglio hanno appena adottato un Fondo europeo per la difesa che inonderà di miliardi di euro le multinazionali degli armamenti. Anche altri programmi europei, come il programma spaziale, o anche il meccanismo di interconnessione delle infrastrutture, hanno ora una dimensione militare. L’Unione si sta preparando per la guerra. Fino ad allora, sono stati i suoi Stati membri a distruggere interi paesi, come in Libia. Domani potrebbero farlo sotto la bandiera europea. Dov’è il progetto di pace?

Non c’è bisogno di più Europa oggi per rispondere alla crisi sociale e climatica?

Non mi piace il falso dilemma di “più Europa o meno Europa”. L’Europa è un continente. L’Unione europea è un insieme di istituzioni e trattati. Abbiamo bisogno di una cooperazione europea su una serie di questioni, come la transizione ecologica, l’accoglienza dei rifugiati o la questione dell’evasione fiscale da parte delle multinazionali. Si dovrebbe cercare di cooperare per affrontare queste sfide. Ma più cooperazione non significa più Unione europea. Prendiamo ad esempio il cambiamento climatico. Qual è il modo in cui l’UE vuole affrontare la crisi climatica? Un mercato del carbonio, un mercato dei permessi di inquinamento, che permette alle aziende di comprare e vendere il permesso d’inquinare, piuttosto che ridurre le loro emissioni. Quando diciamo “abbiamo bisogno di più mercati del clima, più mercati dei permessi di inquinamento”, noi del PTB diciamo di no. La cooperazione europea sul cambiamento climatico è necessaria, ma deve essere utilizzata in modo più ambizioso: per imporre norme vincolanti alle multinazionali e per rompere con il mercato. Quindi c’è qualcosa di molto subdolo, molto pericoloso in ‘più o meno Europa’. La vera domanda è: quale Europa?

Che cosa volete fare per tagliare i legami tra le multinazionali e i funzionari eletti europei?

Le lobby multinazionali sono un problema enorme. È nel DNA dell’UE. Lei arriva alla Commissione europea da giovane laureata; le danno un bel vestito, un buono stipendio e le dicono che scriverà le leggi europee. Da dove iniziare? Be’, le diranno che BusinessEurope o un’altra lobby hanno scritto dei buoni testi; che si può iniziare da lì. Quello che sto descrivendo qui è a malapena caricaturale, purtroppo. Le multinazionali sono coinvolte a tutti i livelli di sviluppo del diritto. Alcuni trattati commerciali prevedono che il 95 per cento delle consultazioni siano con le multinazionali.

Questa Commissione europea presenta proposte legislative che vengono presentate al Parlamento europeo e al Consiglio, e anche lì ci sono lobby che intervengono con deputati, assistenti, consulenti, ecc.

Tagliare questi ponti significa, in termini pratici, rivoluzionare le istituzioni europee e il loro funzionamento. Abbiamo alcune proposte concrete per queste elezioni. Per cominciare: un registro per la trasparenza che sia efficace e vincolante, e che ancora non esiste. In secondo luogo: vietare ai membri del Parlamento europeo e ai commissari, per sette anni dopo il loro mandato, di assumere posizioni di rilievo in consigli di amministrazione o in organi decisionali di multinazionali o banche. Perché 7 anni? Perché questa è ora la durata del quadro finanziario pluriennale. Più fondamentalmente, è necessario rivedere il funzionamento delle istituzioni, per garantire un’influenza molto più diretta dei cittadini. Noi proponiamo un RIC (referendum d’iniziativa dei cittadini, NdR) a livello europeo.

Cosa fare della sezione 63? La libera circolazione dei capitali. Che cosa si sta facendo riguardo a questo articolo alla luce dell’articolo 48 sulle modifiche al trattato?

Il problema fondamentale dei Trattati oggi è che danno priorità alla libera circolazione dei servizi, dei capitali e così via. È folle che, quando si prenda una misura sociale, si debba caire se è proporzionale alla libera circolazione dei servizi e dei capitali.

Dovrebbe essere il contrario. Dovrebbero essere i capitali e la libera circolazione a essere limitati e utilizzati in base alle esigenze sociali ed ecologiche. Si propone pertanto di invertire la proposta. Piuttosto che partire ogni volta dalle esigenze del mercato, partiamo dalle esigenze sociali o dalle esigenze del pianeta. Non siamo contrari alla libera circolazione in sé, e certamente non a quella delle persone, ma diamo priorità assoluta al sociale e al pianeta, e in base a questo esaminiamo quali misure siano necessarie. Oggi è il contrario.

Tutto ciò ha ancora una volta a che fare con l’idea di avere un’Europa dei cittadini, e non del denaro. Oggi, anche una misura sociale partirà dalle esigenze del mercato. Diciamo: partiamo dai bisogni del sociale!

Per quanto riguarda l’articolo 48 e la complessità della modifica dei trattati: anche in questo caso è necessario un nuovo approccio. [Oggi], quando vogliamo cambiare i trattati, possiamo farlo solo attraverso dei rapporti di forza, in paesi diversi. Spesso si dice che ‘è necessaria l’unanimità, non ci riuscirete mai’. Se abbiamo un movimento forte in grado di sbloccare la situazione, possiamo dare il via a un rapporto di forza a livello europeo. Ci sono degli esempi: il CETA, il TTIP sono stati sul punto di fallire, proprio a causa delle mobilitazioni in diversi paesi. Possiamo creare questi rapporti di forza contro i trattati attuali, e comunque sulla base di principi fondamentali: contro la concorrenza, la mercificazione, l’austerità, e dire: non li vogliamo più.

Ci credo davvero. L’abbiamo visto durante la crisi del 2008.

Cosa succede nel 2008? Bisogna salvare le banche. Il salvataggio delle banche era illegale ai sensi del diritto europeo. Hanno messo da parte tutta una serie di meccanismi pur di salvare le banche, perché c’è stata un’emergenza bancaria.

Oggi c’è un’emergenza sociale e certamente anche un’emergenza climatica. Possiamo mettere da parte questi trattati per salvare il sociale, per salvare il pianeta. La cosa importante è il rapporto delle forze.

C’era un rapporto di forze tra le banche che pesava sulla politica. Ora tocca ai lavoratori influenzare le politiche per cambiare rotta.

Rifiutate l’austerità, ma non sarà che vi rifiutate di vedere che questa è la conseguenza di una moneta, l’euro, che è forte rispetto ad altre valute? Perché o la moneta è svalutata ed è una forma di protezionismo o riducete i salari e i benefici.

Il problema è l’intera struttura economica e l’attuale modello basato sulla competitività, non solo sul denaro. Ma certamente si tratta di una moneta destinata in primo luogo e soprattutto a consentire alle multinazionali europee di occupare il loro posto nella concorrenza globale. Le grandi aziende in Giappone e negli Stati Uniti hanno una valuta, le multinazionali europee ne volevano anche loro una, per conquistare il ‘loro’ posto sui mercati mondiali. Oggi il modello economico basato sull’esportazione sta raggiungendo i suoi limiti. Con un rallentamento della crescita in Cina, anche la Germania, una grande potenza esportatrice, è in difficoltà, il che ha un impatto diretto su paesi come il Belgio.

All’interno dell’Unione, a livello nazionale, e in particolare per i paesi dell’Europa meridionale, l’effetto della perdita di leve macroeconomiche come la svalutazione monetaria è stato rafforzato dal divieto di investimenti pubblici. I cosiddetti criteri di convergenza di Maastricht, che avevano lo scopo di riunire sotto lo stesso giogo economie molto diverse tra loro, in realtà hanno ampliato il divario tra i paesi. Questi criteri sono stati resi progressivamente più rigorosi e più vincolanti con sanzioni che obbligano gli Stati a rispettarli.

Il fiscal compact, ad esempio, ha introdotto un nuovo criterio dello 0,5 per cento di deficit di bilancio strutturale, il che significa che non si può avere un deficit di bilancio quasi nullo in un anno.

Lungi dallo stimolare una convergenza, la governance economica europea ha stimolato invece le divergenze tra i paesi. La Germania ne ha tratto enorme beneficio. Be’, la Germania… le grandi aziende tedesche, non il pensionato tedesco che deve andare a prendere il cibo dai bidoni della spazzatura. L’Italia, che era la seconda potenza industriale della zona euro prima della Francia, ha invece perso il 25% della sua capacità produttiva. E’ un dato enorme. E che dire della Grecia!

E infine, sì, questa logica della competitività rafforza anche le disuguaglianze all’interno dei paesi. In nome della competitività, si passa alla svalutazione interna, cioè alla distruzione dei salari.

La Francia dovrebbe fare come il Regno Unito e lasciare l’Unione europea attraverso l’articolo 50 del TFUE (trattato sul funzionamento dell’Unione europea)?

Non sta a me dire cosa dovrebbe fare la Francia. Era logico che la Grecia nel 2015 dovesse prendere in considerazione un’uscita, ma di per sé questo non avrebbe risolto la questione fondamentale della concorrenza e della corsa alla competitività. Se il Belgio, per esempio, dovesse lasciare l’Unione europea, la logica della concorrenza, della competitività o del capitalismo sarebbe ancora là! Inoltre, ai lavoratori belgi verrebbe richiesto di fare maggiori sforzi per garantire che il “loro” imprenditore possa vincere la gara con l’imprenditore tedesco, francese o altro. L’austerità sarebbe peggiore. E non riconquisteremmo la sovranità. Saremmo molto più vulnerabili alle grandi multinazionali e ai capricci dei mercati finanziari.

La sfida consiste nel sostituire la logica della competitività con quella della cooperazione, una logica in cui non spetta al lavoratore belga, tedesco o francese pagare, compiere sforzi. Sarebbe l’Europa del progresso sociale, non l’Unione del dumping sociale.

Quali sono le sfide delle elezioni europee? Il Parlamento europeo dispone di poteri reali?

Il Parlamento europeo è un po’ come la voce democratica dell’Unione europea. Non ha l’iniziativa legislativa. Ma non dobbiamo fingere che il Parlamento europeo non abbia alcun potere. In teoria, se i deputati al Parlamento europeo lo volessero, potrebbero modificare l’intero testo di una direttiva proposta dalla Commissione europea. Ma con i partiti tradizionali, questa è una possibilità del tutto teorica. Inoltre, se si trattasse di un emendamento radicalmente sociale, questo emendamento violerebbe i trattati europei.

Il contropotere non verrà quindi dal Parlamento europeo, che troppo spesso è anche più attento alle aspirazioni delle multinazionali che a quelle dei cittadini.

Come con Ryanair, i lavoratori portuali, i giovani per il clima….. Il cambiamento verrà dai rapporti di forza nelle strade! La sfida delle elezioni in Belgio e in altri paesi è quella di avere dei deputati della sinistra autentica che possano, in un modo o nell’altro, rivelare tutti gli intrallazzi e l’essenza delle politiche antisociali che si stanno attuando all’interno delle istituzioni, e incoraggiare la mobilitazione. Non è scrivendo il miglior emendamento al mondo, ma rivelando le questioni invisibili e sconosciute, che un deputato del PTB può fare la differenza. Abbiamo bisogno che questo tipo di parlamentari della sinistra autentica stimolino, e contribuiscano a rafforzare e unificare questi movimenti europei contro l’Europa dei soldi.

L’Europa è attualmente guidata dalla coppia franco-tedesca?

Questi sono i due paesi principali, direi. Ma entrambi giocano per le multinazionali nel loro paese e per quell europee, non per le loro popolazioni. Quando lavorare insieme conviene alle loro multinazionali, ci sono “progressi” a livello europeo. Ciò vale in generale per tutte le questioni relative all’approfondimento del mercato interno. Ovviamente, quando si tratta di difendere i loro datori di lavoro nazionali, vediamo invece che si creano attriti.

L’esempio del Portogallo non dimostra forse che è possibile rimettersi in carreggiata con la crescita economica pur appartenendo alla zona euro?

La questione portoghese è speciale. A causa della pressione dei buoni risultati elettorali ottenuti dal Partito Comunista e dal Bloco de Esquerda, ma anche di molte mobilitazioni sociali, il Partito Socialista ha dovuto accettare di guidare un governo di minoranza che ha annullato una serie di misure di austerità adottate in precedenza. Ciò, da un lato, dimostra che l’austerità non funziona, che dobbiamo rompere con l’austerità. Ma, d’altra parte, il governo socialista vuole rimanere nella logica dei trattati. Accetta quindi i criteri europei sul debito e sul deficit di bilancio. Ciò ha un impatto sugli investimenti pubblici, che in Portogallo sono estremamente bassi. E quando non s’investe nelle infrastrutture, nei servizi, si costruisce un altro debito, a più lungo termine. Un giorno, queste infrastrutture dovranno essere riparate. E costerà di più. In questo senso, il futuro è compromesso. Senza rompere con la logica dei trattati, un altro modo non è possibile.

Lascia un commento