28 MAGGIO - VII ASSEMBLEA NAZIONALE

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MENTRE IL PIANETA BRUCIA, SPENDONO SOLDI IN ARMI

*Il mese scorso sono stati pubblicati due importanti rapporti, nessuno dei due ha ricevuto l’attenzione che merita. Il 4 aprile 2022 è stato presentato il rapporto del Gruppo di Lavoro III del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici che ha suscitato una forte reazione da parte del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. “Il rapporto è una litania di promesse climatiche non mantenute. È un dossier della vergogna che cataloga promesse vuote; questo non agire ci porterà direttamente in un mondo invivibile”.

Alla COP26, i Paesi industrializzati hanno promesso di spendere un modesto importo di 100 miliardi di dollari per il Fondo globale per promuovere l’adattamento al cambiamento climatico destinati ai paesi in via di sviluppo. Quasi contemporaneamente, il 25 aprile 2022, l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI) ha pubblicato il suo rapporto annuale, svelando che le spese militari globali hanno superato i 2.000 miliardi di dollari nel 2021; si tratta della prima volta che queste spese superano la soglia dei 2.000 miliardi di dollari. I cinque maggiori “spreconi” – Stati Uniti, Cina, India, Regno Unito e Russia – rappresentano il 62% di questo importo; gli Stati Uniti, da soli, rappresentano il 40% della spesa totale per le armi.

C’è un flusso infinito di denaro per le armi, ma meno di una miseria per evitare il disastro planetario.

Un inquinamento disuguale

La parola “disastro” non è un’esagerazione. Il segretario generale dell’ONU Guterres ha avvertito che “si sta andando velocemente verso il disastro climatico… È ora di smettere di bruciare il nostro pianeta”. Queste parole si basano sui fatti contenuti nel rapporto del Gruppo di Lavoro III. Nella documentazione scientifica è ormai assodato che la responsabilità storica della devastazione del nostro ambiente è degli stati più potenti, guidati dagli Stati Uniti. C’è poco da discutere su questa responsabilità nel lontano passato, una conseguenza della guerra spietata contro la natura condotta dalle forze del capitalismo e del colonialismo.

Ma questa responsabilità si estende anche al nostro presente. Il 1° aprile, una nuova ricerca pubblicata su The Lancet Planetary Health dimostra che dal 1970 al 2017 “i Paesi ad alto reddito sono responsabili del 74% dell’eccesso di uso globale di materiale, principalmente gli USA (27%) e i Paesi ad alto reddito dell’UE-28 (25%)”. L’eccesso di uso di materiale nei Paesi del Nord Atlantico è dovuto all’uso di risorse abiotiche (combustibili fossili, metalli e minerali non metallici). La Cina è responsabile del 15% dell’eccesso di uso globale di materiali e il resto del Sud del mondo è responsabile solo dell’8%. L’uso eccessivo di materiali in questi paesi a basso reddito è guidato in gran parte dall’uso di risorse biotiche (biomassa). Questa distinzione tra risorse abiotiche e biotiche ci mostra che le risorse consumate eccessivamente nel Sud del mondo sono in gran parte rinnovabili, mentre quelli degli stati del Nord Atlantico sono non rinnovabili.

Questi studi avrebbero dovuto essere presentati sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, in particolare nel Sud globale, e i suoi risultati ampiamente discussi sui canali televisivi. Ma a malapena sono stati accennati. Perché dimostrano che i Paesi del Nord Atlantico ad alto reddito stanno distruggendo il pianeta, che hanno bisogno di cambiare i loro modi e che versano quote nei vari Fondi di adattamento per aiutare paesi che non stanno creando i problemi, ma che ne soffrono gli impatti.

Dopo aver presentato i dati, i ricercatori che hanno scritto questo documento spiegano che “i Paesi ad alto reddito hanno la maggiore responsabilità del collasso ecologico globale, e quindi hanno un debito ecologico verso il resto del mondo. Questi Paesi hanno bisogno di prendere l’iniziativa per ridurre radicalmente l’uso delle risorse e, così, evitare un ulteriore degrado, che probabilmente richiederà approcci trasformativi post-crescita e decrescita”. Questi sono pensieri interessanti: “riduzioni radicali dell’uso delle risorse” e “approcci post-crescita e decrescita”.

Ma le spese militari continuano a crescere

Gli stati del Nord Atlantico – guidati dagli Stati Uniti – sprecano più di tutti la ricchezza sociale per l’acquisto di armi. Il Pentagono – le forze armate americane – “rimane il più grande consumatore di petrolio e, di conseguenza, uno dei maggiori emittori di gas serra del mondo”, svela una ricerca della Brown University. Per convincere gli Stati Uniti e i loro alleati a firmare il protocollo di Kyoto nel 1997, gli stati membri dell’ONU hanno dovuto accettare che le emissioni di gas serra prodotte dal complesso militare fossero escluse dai rapporti nazionali sulle emissioni.

La volgarità di queste questioni è confermata da due valori monetari. Il primo: Nel 2019, le Nazioni Unite hanno calcolato che il deficit di finanziamento annuale per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals SDGs) ammonta a 2.500 miliardi di dollari. Con la trasformazione dei 2.000 miliardi di dollari annuali di spese militari globali in SDGs si potrebbero combattere i principali problemi che colpiscono la dignità umana: fame, analfabetismo, mancanza di casa, mancanza di cure mediche ecc. È importante sottolineare che la cifra di 2.000 miliardi di dollari presentato dal SIPRI non include lo spreco di ricchezza sociale investiti dai produttori privati di armi per i sistemi di armamento. Per esempio, si calcola che il sistema Lockheed Martin F-35 costerà quasi 2.000 miliaredi di dollari.

Nel 2021, il mondo ha speso più di 2.000 miliardi di dollari per le guerre, ma ha investito solo – e questo è un calcolo generoso – 750 miliardi di dollari in energia pulita ed efficienza energetica. L’investimento totale in infrastrutture energetiche nel 2021 è stato di 1.900 miliardi di dollari, ma la gran parte di questo investimento è andata ai combustibili fossili (petrolio, gas naturale e carbone). Insomma, gli investimenti in combustibili fossili e gli investimenti in armi aumentano, mentre gli investimenti per la transizione verso nuove forme di energia più pulita rimangono insufficienti.

Più armi in Ucraina

Il 28 aprile, il presidente americano Joe Biden ha chiesto al Congresso degli Stati Uniti di fornire 33 miliardi di dollari per sistemi di armi da inviare in Ucraina. La richiesta di questi fondi arriva insieme alle dichiarazioni incendiarie del Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin che ha detto che gli Stati Uniti non vogliono rimuovere le forze russe dall’Ucraina visto che “la Russia è indebolita”. Il commento di Austin non ci sorprende, piuttosto rispecchia la politica degli Stati Uniti dal 2018 che è stata quella di evitare che Cina e Russia diventassero “quasi rivali”. I diritti umani non sono la loro preoccupazione; l’obiettivo è prevenire qualsiasi sfida all’egemonia statunitense. Per questo motivo, la ricchezza sociale viene sprecata in armi e non utilizzata per affrontare i dilemmi dell’umanità.

Ne è una prova anche il modo in cui gli Stati Uniti hanno reagito a un accordo tra le Isole Salomone e la Cina, due vicini. Il Primo ministro delle Isole Salomone Manasseh Sogavare ha detto che questo accordo vuole promuovere il commercio e la cooperazione umanitaria, non la militarizzazione dell’Oceano Pacifico. Lo stesso giorno del discorso del Premier Sogavare, una delegazione statunitense di alto livello è arrivata nella capitale Honiara. La delegazione ha spiegato a Sogavare che se i cinesi dovessero stabilire “installazioni militari”, gli Stati Uniti “risponderebbero di conseguenza”. Questa reazione può solo essere definita come minaccia.

La Dottrina Monroe globale

Pochi giorni dopo, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin ha reagito: “I Paesi insulari del Pacifico meridionale sono indipendenti e sovrani, non un cortile degli Stati Uniti o dell’Australia. Il loro tentativo di imporre la Dottrina Monroe nella regione del Pacifico meridionale non avrà alcun sostegno e non porterà da nessuna parte”.

Le Isole Salomone hanno una lunga memoria della storia del colonialismo australiano-britannico, le cicatrici dei test della bomba atomica sono ancora ben presenti. Tramite la pratica del blackbirding sono stati rapiti migliaia di isolani delle Salomone per lavorare in condizioni di schiavitù nei campi di canna da zucchero nel Queensland, in Australia, nel XIX secolo; la Ribellione di Kwaio del 1927 a Malaita ne è stata la conseguenza.

Le Isole Salomone hanno lottato duramente contro la loro militarizzazione, nel 2016 hanno votato la poibizione delle armi nucleari. Le Isole non vogliono essere il “cortile di casa” degli Stati Uniti o dell’Australia. Questo è stato evidenziato anche nella luminosa poesia Segni di pace (1974) dalla scrittrice delle Isole Salomone Celestine Kulagoe:

Un fungo spunta da
un arido atollo del Pacifico
Si disintegra nello spazio
Lasciando solo un residuo di forza
a cui per un’illusoria
pace e sicurezza
l’essere uomano si aggrappa.

Nella calma del primo mattino
il terzo giorno dopo
l’amore trovò la gioia
nella tomba vuota
la croce di legno della disgrazia
trasformata in un simbolo
di servizio d’amore
e pace.

Nel calore della tregua pomeridiana
la bandiera dell’ONU sventola
nascosta alla vista da
stendardi nazionali
sotto i quali
siedono uomini con i pugni stretti
che firmano trattati
di pace.

Un affettuoso saluto,
Vijay

*Traduzione della diciottesima newsletter (2022) di Tricontinental: Institute for Social Research.

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