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SULL’ “ARRESTO” DI MATTEO MESSINA DENARO

Arresto Matteo Messina Denaro

Sono due giorni che non si parla d’altro: Matteo Messina Denaro, il capo di Cosa Nostra super latitante, ricercato da 30 anni, è stato arrestato a Palermo. Giorgia Meloni si è precipitata in Sicilia per commemorare quella che ha definito una “vittoria dello Stato”.

L’euforia dei festeggiamenti che grandi media e politici hanno messo in scena, rischia però di mettere in ombra non solo i legittimi dubbi sulla natura dell’arresto, ma anche i legami sistemici che ci sono oggi tra le mafie e la classe dirigente di questo paese.

Arresto o consegna? Sta facendo molto discutere l’intervista a Salvatore Baiardo, uomo di fiducia dei boss Graviano, che solo due mesi fa profetizzava in tv la possibile auto-consegna – travestita da clamoroso arresto – di Messina Denaro, afflitto da una grave malattia oncologica come in effetti è. Come fa discutere il fatto che Giovanni Luppino, autista che ospitava presso la sua casa di Campobello di Mazzara il boss dei boss, fosse stato segnalato già vent’anni fa come principale favoreggiatore di Messina Denaro. D’altronde non sarebbe la prima volta che un boss venga consegnato, accadde anche nell’ambito della Trattativa stato-mafia con la consegna di Totò Riina.

I “protettori eccellenti”. Trent’anni di latitanza in Sicilia non si giustificano se non attraverso protezioni importanti. I legami tra Forza Italia e Cosa Nostra, comprovati in diversi processi e riemersi recentemente nelle indagini sulla Trattativa Stato mafia, fanno presupporre che l’arresto-consegna di Messina Denaro sia potuto avvenire senza che questo metta in pericolo i mandanti morali delle stragi dei primi anni ’90, che hanno garantito alla borghesia mafiosa un posto d’onore nella vita della Seconda Repubblica.

La mafia è un sistema, non sono singoli criminali. Un sistema che prolifica dove c’è disoccupazione, lavoro nero, bassi salari. Un sistema che fa affari grazie al proibizionismo sulle droghe leggere che garantisce affari d’oro sul traffico. Un sistema che si insinua negli appalti pubblici e privati grazie alla voluta abolizione del controllo pubblico (finanziario, gestionale, ambientale) sulle grandi e piccole opere. Un sistema che continua a proliferare grazie a legami con una parte della classe politica (molto recenti gli arresti di membri locali di Lega e Fdi per legami con la ‘ndrangheta).
La spettacolarizzazione dell’arresto di Messina Denaro, la punizione “esemplare” che spetta ai mafiosi, servono a farci dimenticare che la mafia è un pezzo della borghesia di questo paese, ben rappresentata anche in Parlamento.

Solo con l’antimafia sociale, lottando contro lo sfruttamento lavorativo, dotandosi di una politica industriale, intervenendo a sottrarre settori economici (a partire dalla legalizzazione delle sostanze e da una regolamentazione del mondo degli appalti) è possibile buttare fuori questa grande montagna di m…a da dentro casa nostra.

E non sarà questo Governo, ma solo tutti e tutte noi insieme, a farlo.

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