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A Carlo, 18 anni dopo il suo assassinio

Sono passati 18 anni. Per tante e tanti di noi quel 20 luglio 2001 è stato uno spartiacque. C’è chi proprio quel giorno, davanti alle immagini del corpo di Carlo in una pozza di sangue, ucciso dal proiettile di un poliziotto, ha deciso che doveva impegnarsi per trasformare questo mondo. C’è chi ha deciso l’esatto opposto ed è tornato a casa.

A Genova la repressione picchiò duro. In molti ce ne si stupì: uno Stato democratico può uccidere, può manganellare, torturare? Possono davvero esistere Bolzaneto e la Diaz?

Quei manganelli quelle torture quel colpo di pistola che ha ammazzato Carlo erano diretti contro tutte e tutti noi. Contro chi da qualche anno stava occupando le strade e le piazze di mezzo mondo, da Seattle a Genova, passando per Nizza. “No global” era l’etichetta. Quanto mai impropria per ragazzi e ragazze, giovani e meno giovani, che guardavano alla Palestina, al Chiapas, volevano intrecciare rapporti, viaggiare, imparare ovunque fosse possibile. Non volevamo che la “globalizzazione” del capitale potesse strozzarci più di quanto non accadesse già.

18 anni sono passati. Avevamo ragione noi. Su tutto. Sulla piega che stavano prendendo le cose, sulla violenza degli apparati repressivi dello Stato, su quella delle multinazionali. Avevamo ragione perché sono le condizioni del mondo nel 2019 a mostrarcelo.
Ma della ragione non ce ne si fa nulla, perché la nostra non è una discussione al tavolo di un bar per convincere un interlocutore che ha mille dubbi o ci è ostile. La nostra è lotta politica per riprenderci il presente e il futuro. Per riscattare il passato. Non lo faremo solo con le parole. Quelle non bastano.
Serve che ci organizziamo, che scuotiamo le catene della rassegnazione.

Carlo è anche questo. È memoria nostra, è il legame sentimentale e politico col passato recente. Dobbiamo impegnarci affinché lo sia anche per chi 18 anni fa nemmeno era nato o era all’asilo, alle elementari.
Perché Carlo è speranza di un futuro diverso, fatto di libertà, di uguaglianza, di giustizia sociale, di fraternità.
Carlo poteva essere mio fratello, tuo figlio, un nostro amico. Carlo è te, è me. Per questo quando gridiamo “Carlo vive” non pensiamo sia sola retorica, ma sentiamo la verità di quelle parole, che bruciano nel profondo.

A Carlo.
E alla sua mamma Haidi e al suo papà Giuliano che non hanno mai smesso di lottare e che forse non sanno quanto hanno dato a ognuna e ognuno di noi e quanto determinanti siano stati per le nostre scelte quotidiane.

P.s.: Grazie, come sempre, a Mauro Biani pagina per le sue vignette.

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