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[TORINO] Giù le mani dagli studenti antifascisti, giù le mani dagli spazi autogestiti

Le foibe: il grimaldello del revisionismo storico

Gli anni della Resistenza e della lotta partigiana in Italia sono spesso stati vittime dell’uso e del discorso politico delle fasi storiche successive. Ma proprio in questi ultimi tempi ci troviamo di fronte ad un sempre più pericoloso e sistematico tentativo di riscrivere a tutti gli effetti la storia di quel periodo. Ciò avviene non solo ad opera dei piccoli gruppi neofascisti ancora in circolazione ma, in modo scandaloso, anche da parte delle istituzioni. Le manovre a cui assistiamo puntano a coprire responsabilità storiche (istituzione della giornata del ricordo), equiparare fascisti e comunisti (risoluzione del Parlamento Europeo) e a rimuovere i soggetti di classe che hanno dato il contributo principale alla sconfitta del nazifascismo come ha dimostrato la resistenza jugoslava, unico paese europeo capace con immenso sforzo di liberarsi da solo dalle truppe d’occupazione nazifasciste. Tutto questo inoltre permette una incredibile agibilità politica ai fascisti, che possono così inserirsi all’interno di momenti istituzionali e in un dibattitto che azzera differenze e responsabilità politiche.

Questi fatti dimostrano, ancora una volta, che una larga parte della politica e delle istituzioni si rapporta alla storia come ad un terreno di gioco cercando di controllarla al fine di giustificare una narrazione del presente che tiri acqua al proprio mulino. Cioè, che punti a mostrare le democrazie liberali come le uniche parti sane di quel periodo e vincitrici di quello scontro e che allo stesso tempo cancelli dal discorso pubblico l’alternativa che hanno rappresentato  soggetti popolari organizzati nella sconfitta del fascismo e nella conquista di nuovi diritti fino al tentativo di costruire società alternative al capitalismo.

Di fronte ad una tendenza di questo tipo, esistono per fortuna sia soggetti organizzati, sia il lavoro accurato di molti storici e storiche che si oppongono a una narrazione strumentale del passato, irrispettosa dei fatti e del contesto all’interno del quale alcuni fatti sono avvenuti. La ricerca storiografica e il racconto della storia consapevoli delle luci e delle ombre dei fenomeni è assolutamente da valorizzare e questo non può in nessun modo nascondere il segno politico di una lotta di resistenza portata avanti anche con durezza e determinazione dal popolo jugoslavo attraverso le sue formazioni partigiane all’interno di un conflitto mondiale scatenato dalle potenze fasciste.

Cosa è successo all’Università di Torino

Gli ultimi eventi di questi giorni a Torino vanno inseriti in questo quadro. Facciamo un passo indietro. Durante una iniziativa all’università di Torino con la partecipazione dell’attore Moni Ovadia e dello storico Stojan Speti su “Fascismo, colonialismo e foibe” organizzata da alcune sezioni dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani e dalle “Mamme in piazza per la libertà di dissenso”, alcuni neofascisti appartenenti a un gruppo molto ristretto (il Fuan) inizia a volantinare all’interno degli spazi dell’università di Torino un vergognoso testo pieno di retorica fascista e di bugie acclarate sulla vicenda delle foibe. Un’iniziativa di valore storico, politico e culturale come la conferenza che si andava svolgendo in università, è stata quindi disturbata e contestata da questo gruppo neofascista.

Ricordiamo che la propaganda fascista è nel nostro paese un reato ma nonostante questo, inspiegabilmente, il gruppo di estremisti di destra viene accompagnato dalla polizia che tenta di tutelare il volantinaggio. Ancora una volta si dimostra quanto i fascisti nel nostro paese siano protetti dalle istituzioni.

Per fortuna, tante e tanti studenti hanno in quel momento reagito per difendere gli spazi universitari dal tentativo del Fuan di utilizzarli come luogo di propaganda fascista. Noi denunciamo e sottolineiamo come sia incredibile e inaccettabile che tale azione di disturbo contro la conferenza “Fascismo, colonialismo e foibe” sia stata tollerata e permessa all’interno dell’Ateneo. Le alte cariche dell’università, invece di reagire prontamente contro il revisionismo neofascista, hanno preferito permettere la contestazione fascista protetta dalla violenta azione della polizia.

Per poi affermare dopo l’accaduto, tardivamente, sotto la pressione delle polemiche, che saranno concessi spazi interni all’università soltanto alle organizzazioni che sottoscriveranno un documento in cui dichiarano di rispettare i principi di “democraticità, libera partecipazione, antirazzismo, antisessismo e antifascismo.” Questa dichiarazione volta solo a calmare le acque non ci basta. Il vero pericolo è che nella popolazione studentesca e non solo sia incoraggiato un atteggiamento di passività e acriticità piuttosto che di mobilitazione. Interroghiamoci tutte e tutti sul nostro comportamento: come reagiremmo se ci fosse un gruppetto che volantina a favore della mafia durante una iniziativa sul crimine organizzato? Come reagiremmo se fossero distribuiti volantini che lodano lo sfruttamento durante un corso universitario che parla di diritti dei lavoratori? Noi personalmente vorremmo che sempre di più le persone utilizzino quanto studiato sui libri per agire con prontezza e intelligenza sulla realtà, anche e soprattutto per contrastare i rigurgiti neofascisti. A Torino per fortuna è successo!

Innanzitutto, l’Università deve assumersi la responsabilità di aver permesso a dei neo-fascisti non solo una contestazione, ma di aver concesso loro, da vari anni, un’aula all’interno dell’edificio nella quale, per la cronaca, in passato erano state trovate nientemeno che croci celtiche e busti di Mussolini.

Per fortuna, all’interno dell’università vi sono studenti che non delegano l’antifascismo a delle istituzioni che lo usano solo di facciata quando fa comodo, ma si muovono in prima persona per impedire che prenda piede. Spesso si tratta della stessa popolazione studentesca che anima il dibattito pubblico con iniziative, incontri, lotte e che si organizza in spazi autogestiti. In tutto ciò, in maniera totalmente ingiustificata, queste e questi studenti vengono allontanati, caricati, e tre di loro addirittura arrestati (scelti un po’ a caso) per la sola colpa di aver provato a impedire al fascismo di entrare nell’università (strano, se è permesso apertamente addirittura un volantinaggio fascista sarà anche permesso quantomeno contestarlo apertamente… e invece pare di no).

Appena all’interno dell’università si sparge la notizia delle tre persone arrestate perché si sono opposte ad un volantinaggio fascista, tantissime altre si radunano, discutono, decidono di scendere in piazza e raccontare la vicenda alla città, raggiungere il Rettorato dell’università e pretendere spiegazioni. Non avendo avuto risposte e dovendo gestire la situazione degli arrestati, si decide dunque di occupare la palazzina del campus dove il gruppo fascista ha una stanza assegnata, liberarla e raccogliere soldi per le spese legali delle tre persone. Questo succede perché, nonostante tutto, siamo ancora in parte un paese in cui la propaganda dei gruppi fascisti muove la coscienza della popolazione studentesca e della cittadinanza, spingendola ad indignarsi, a impedirla e/o a pretendere che sia impedita. La repressione e l’accanimento giudiziario verso chi difende i valori dell’antifascismo lascia senza parole e necessita una più forte presa di posizione.

Il vero problema non sono i burattini ma i burattinai

Questa vicenda ci fa riflettere e sembra essere lo specchio di ciò che accade nella nostra società negli ultimi tempi. Da una parte si dà modo ai fascisti di avere maggior agibilità, sia politica con giornate istituzionali sia pratica con la concessione di sedi e di finanziamenti. Sull’altro piano certi soggetti o istituzioni professano un antifascismo di facciata, emergenziale quanto dura la campagna elettorale o l’attenzione mediatica, e che si vorrebbe il più unitario possibile per arginare la marea nera come professato negli ultimi mesi dal Pd ed il suo carrozzone di alleati. Gli stessi quindi che per anni hanno portato avanti l’equiparazione tra fascisti e antifascisti oggi cercano una nuova verginità affannandosi dietro grandi proclami o comunicati. Il loro atteggiamento diventa però evidentemente ipocrita quando arrivano le misure repressive adottate dalle autorità accademiche e istituzionali per punire chi l’antifascismo lo pratica realmente per le strade della città e che si inseriscono nel più ampio quadro di chiusura degli spazi democratici e di agibilità politica e di repressione preventiva delle lotte che si generano o si potrebbero generare a cause delle contraddizioni dell’attuale assetto economico-sociale sempre più in crisi.

I gruppi neo-fascisti continuano a sopravvivere anche perché sono funzionali al gioco dei padroni. Si nutrono e crescono protetti nei nostri quartieri sui resti della macelleria sociale prodotta anche da chi oggi, nell’arco istituzionale, si professa antifascista. Questi gruppi non fanno che fomentare una guerra tra poveri che impedisce di rendersi conto di chi è veramente responsabile delle condizioni sempre più pesanti in cui vivono le classi popolari. Noi dobbiamo opporci e smascherare ogni giorno questa ipocrisia che fa permanere, se non addirittura alimenta, l’ideologia razzista e fascista all’interno della nostra società.

Nelle vicende degli ultimi giorni intorno alla “Giornata del ricordo” non va dimenticato come sia siano distinti in negativo due personaggi. Il primo è l’assessora regionale alla scuola, Elena Chiorino, di Fratelli d’Italia che ha portato avanti un vergognoso tentativo di introdurre in tutte le scuole della regione il fumetto “Foiba Rossa”, un testo scritto da persone dichiaratemente fasciste, intriso di retorica fascista e pubblicato da una casa editrice nata da personaggi di estrema destra al solo scopo di pubblicare ciarpame dell’estrema destra altrimenti impubblicabile. Il secondo è Alessandro Sciretti, presidente dell’Edisu, ente per il diritto allo studio, che ha osato incalzare la persecuzione contro gli studenti antifascisti arrestati, minacciando la revoca delle borse di studio. Le borse di studio sono un diritto, non sono un riconoscimento che dipende dalla volontà di un personaggio di destra di premiare o punire gli studenti per il loro orientamento politico.

Giudichiamo il rettore e l’amministrazione universitaria responsabili della libertà di manovra che i neofascisti hanno in università; assolutamente riprovevoli le azioni repressive che la polizia mette in atto all’interno dell’università in forma sempre maggiore; scandalose le dichiarazioni del presidente dell’Edisu sul ritiro delle borse di studio agli studenti antifascisti e, infine, assolutamente piena solidarietà agli spazi autogestiti in università che vengono minacciati dalle dichiarazioni di alcuni consiglieri regionali.

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