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UN SASSOLINO NELL’INGRANAGGIO. PERCHE’ PARLARE DI PALESTINA, IN TUTTI I LUOGHI, CON TUTTI I MEZZI, E’ COMUNQUE IMPORTANTE.

A Sanremo non si può nemmeno nominare la parola Palestina.
Tra i tanti temi da portare in una degli eventi più seguiti in Italia, non si concedono nemmeno 10 minuti alla condanna di un genocidio in corso.
Non ci aspettiamo un “Free Palestine” gridato da Amadeus dal palco dell’Ariston, ma almeno uno spazio per la denuncia (anche semplicemente “umanitaria”!) della situazione in corso sarebbe il minimo.
Proprio per questo, piccoli grandi gesti come quelli di Dargen (che accompagna a una serie di eventi di informazione nella sua “Edicola Dargen”), sebbene insufficienti, sono un sassolino nell’ingranaggio del silenzio e dell’indifferenza imposto da mamma Rai.

Portare la Palestina a Sanremo è importante perché:

1) le palestinesi e i palestinesi ci chiedono di parlare sempre di Palestina e chi lo ha fatto – senza andare fino in fondo? vero – lo ha comunque portato davanti a 10 milioni di telespettatori. È ciò che Israele odia e non vuole.

2) Solo la resistenza palestinese e la mobilitazione popolare hanno “costretto” (pochi) artisti a parlare di Palestina a Sanremo, così come avevano “costretto” il Sudafrica a denunciare Israele per Genocidio. Sono i popoli che scrivono la storia, in questo caso l’agenda politica, mediatica e finanche sanremese.

3) Il Festival in questi giorni è uno spazio di visibilità per eccellenza, e dirottare gli sguardi da Sanremo a Gaza, anche solo con una frase o un simbolo, è un gesto prezioso. Oggi in tante e in tanti stanno parlando di Palestina, invece che dei capelli della Bertè o del Serpente di Angelina mango. E per questo, diciamo grazie.

4) Il nostro compito deve essere amplificare ulteriormente il messaggio, prendere a spunto quelle parole per andare oltre, portare le nostre posizioni, spingere alla partecipazione di piazza e all’organizzazione le tante e i tanti che si stanno avvicinando al tema.

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