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Repubblica: Paolo Sollier su Potere al Popolo

“Voto utile? A me interessa dar battaglia anche se sono uno sconfitto”

«Non sono mai stato tipo da voto utile io». Il suo è il pugno chiuso più famoso del calcio: Paolo Sollier, ex centrocampista del Perugia, ha appena festeggiato 70 anni. Ieri ha firmato un appello per Potere al popolo, con Citto Maselli, Moni Ovadia, Christian Raimo, Paolo Pietrangeli, Lidia Menapace.

Dopo Renzo Ulivieri lei è il secondo allenatore schierato così a sinistra.

«Ho allenato sempre tra i dilettanti, salvo un anno in C2.

Avrei voluto fare di più, ma forse il mio talento non era sufficiente.

Con Renzo faremo un’iniziativa comune a Bologna».

Ma quello per Potere al popolo non rischia di essere un voto di testimonianza?

«Invece spero che entreremo in Parlamento. Dovesse andare male, sarebbe l’inizio un percorso. Parliamo molto ai giovani, che altrimenti non saprebbero per chi votare».

I giovani non sono attratti dai 5 Stelle?

«L’ho votato anch’io Grillo, al Senato, nel 2013, mentre alla Camera scelsi Ingroia. Su molte battaglie la pensiamo uguale, tipo sul no alla Tav. Ma la mancanza di democrazia interna mi ha spaventato: quel che è successo a Genova con la Cassimatis non è tollerabile».

Perché non vota per Liberi e uguali?

«Perché molti di loro hanno sostenuto fino all’altro giorno le politiche del Pd, quelle in accordo col capitale. D’Alema era la guerra in Jugoslavia, Bersani era per privatizzare tutto, Grasso non si è messo di traverso sulla legge elettorale. Non è più sinistra».

Cos’è per lei la sinistra?

«Tassare chi ha di più, sostenere chi è più debole».

Lei come farebbe?

«Servirebbe un po’ di conflitto sociale, che è l’unica cosa che possa fare progredire la società: ai miei tempi si scendeva molto in piazza. Bisogna tornare a quello spirito lì: farsi sentire, parlare con gli altri, non stare sempre con lo sguardo sul telefonino».

Cosa ha fatto in questi anni?

«Avevo aperto una libreria a Milano, ma non ho avuto successo. Poi ho allenato nelle serie minori: ultima fermata Oleggio, Eccellenza, quattro anni fa».

La foto col pugno la perseguita?

«Mi rappresenta, ma non sono io: la vita non si può racchiudere in un’istantanea. Senza quella immagine però mi avrebbero dimenticato: calcisticamente stavo nel mucchio».

L’avversario più ostico incontrato sul campo?

«Mario Frustalupi in un Perugia-Cesena. Castagner mi ordinò di non farlo ripartire: non lo presi mai».

Sono 50 anni dal ’68. Si sente uno sconfitto?

«Le conquiste di allora sono state ridimensionate. Guardi i ragazzi di oggi: sono quasi tutti precari.

Aveva ragione Gaber: la mia generazione ha perso»

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