Rassegna Stampa

Potere al Popolo: “Sembriamo radicali solo perché vi siete abituati a tutto”

Fonte: Linkiesta
di Andrea Coccia

Il movimento di estrema sinistra nato da pochi mesi punta al 3% e sta facendo parlare di sé grazie a un programma fatto di idee radicali: dalla riforma dell’abitare a quella del carcere, dal lavoro fino all’Europa. Ne abbiamo parlato con la portavoce, Viola Carofalo, ricercatrice precaria

Tra le tante costanti della vita politica italiana degli ultimi decenni ce n’è una che riguarda in modo particolare la Sinistra italiana: il dividersi in partiti e partitini, gruppi e gruppuscoli, movimenti e sommovimenti. L’ultimo episodio di questa storia rocambolesca risale a qualche mese fa, quando il 15 giugno al Teatro Brancaccio di Roma, durante l’incontro pubblico che avrebbe portato poi alla costituzione di Liberi e Uguali, una parte dei presenti capì che quello non era il posto dove volevano essere. Tra loro c’era anche Viola Carofalo, ricercatrice precaria 37 enne con un passato nei movimenti napoletani.

Da quel giorno sono passati parecchi mesi e quel gruppo di persone che al Brancaccio si era ritrovato nel posto sbagliato ha preso un’altra direzione, ancora più a sinistra, ha fondato un movimento chiamato Potere al Popolo e, nel frattempo, di strada ne ha percorsa parecchia. Assemblee in 160 città italiane, una raccolta firme completata con ampio margine — circa il doppio di quelle necessarie — e la conseguente candidatura alle elezioni del 4 marzo con l’obiettivo di raggiungere un ulteriore traguardo che all’inizio sembrava impossibile, superare la quota di sbarramento del 3 per cento.

Un programma di proposte radicali su lavoro, casa, scuola, carcere ed Europa; una attività attenta e capillare sul territorio; una rete di endorsement internazionali che va dal regista britannico Ken Loach al politico francese Jean-Luc Mélenchon e, nelle ultime due settimane, una campagna elettorale che è riuscita a conquistarsi diverse comparsate nei più importanti programmi televisivi. A due settimane dal voto abbiamo incontrato la loro portavoce Viola Carofalo, ricercatrice precaria di 37 anni che, citando la burocrazia delle scartoffie necessarie per presentare un partito alle elezioni, ironicamente si definisce “capo politico”, e abbiamo cercato di capirci qualcosa in più.

Sono quasi vent’anni che la sinistra in Italia è frantumata e divisa, costantemente. Perché avete deciso di lanciare un ennesimo partito? Che cosa avete di diverso dagli altri?
Noi lavoriamo sul territorio quotidianamente. Questo cambia. E ci definiamo di sinistra perché noi ci riconosciamo nei valori della sinistra: la centralità del lavoro, l’antirazzismo, l’antifascismo, l’eguaglianza sociale, per esempio. Però l’aspetto che è più importante di questa esperienza politica è il lavoro concreto nei territori in cui operiamo, in termini di solidarietà, di mutualismo, di lavoro sociale. Noi non siamo un semplice partito, rappresentiamo realtà variegate, che non sono solo quelle classiche della sinistra e che non sono nemmeno tutte realtà partitiche.

Che cosa sono?
Sono comitati, associazioni, centri sociali, ovvero realtà che di solito non si presentano alle elezioni. Poi, dentro Potere al Popolo ci sono anche realtà organizzate, soggetti politici come Rifondazione Comunista, ma il progetto parte con una natura diversa e i processi decisionali per la costruzione del programma e delle liste sono stati sotto tutto un altro segno rispetto a quello che è, di questi tempi, il funzionamento di un partito. È molto più simile a quella di un movimento.

Come va la convivenza tra queste diverse anime e strutture?
Per il momento va molto bene perché siamo tutti partiti da una esigenza comune: superare le identità individuali. Tutti noi abbiamo una realtà di appartenenza e nessuno ha intenzione di rinnegarla o tanto meno di scioglierla, però tutti ci siamo detti che era fondamentale partire da contenuti molto concreti e condivisi.

Qual è il motivo di questa urgenza?
Perché purtroppo c’è un forte arretramento nel dibattito pubblico di una serie di discorsi e di valori che dovrebbero invece essere considerati di buon senso, perfino banali qualche volta. Perché anche quando parli di lavoro, di scuola o di sanità e le tue idee ti sembrano cose scontate, invece ti trovi ad avere a che fare con discorsi politici di tutt’altro tipo.

Per esempio?
Ormai senti parlare di scuola esclusivamente in funzione del lavoro, o senti ragionamenti come quello paradossale di Minniti sui migranti, fatto a poche ore dai fatti di Macerata. Questi discorsi esistono perché in Italia ormai da anni si sta espandendo un senso comune che si è rassegnato al razzismo, al precariato o all’idea di una scuola intesa come la intende la buona scuola renziana. Noi cerchiamo di invertire la tendenza, perché siamo convinti che la gente comune abbia altri desideri, che abbia bisogno di altro.

Qualche giorno fa avete pubblicato un sondaggio che vi dà al 3 per cento, sinceramente, è una speranza realistica?
Sono scaramantica, quindi per me è una domanda terribile, però sì, certo che è una speranza realistica. Ho visto più di un sondaggio che dava dei buoni risultati da questo punto di vista e devo dire che abbiamo avuto una crescita molto veloce, senza contare il coinvolgimento dei territori. Pensa anche solo alle assemblee cittadine. Ce ne sono state in 160 città. Ma anche alle firme raccolte, che sono state il doppio di quel che ci serviva. Insomma, tutti i passaggi sono stati segnati da successi in gran parte inattesi, soprattutto consci del fatto di essere una realtà che esiste da pochissimo. Personalmente se vuoi ti posso dare un altro feedback positivo: dopo essere stata due o tre volte in televisione per strada mi ferma tanta gente comune, che non viene da storie di militanza e attivismo. Credo che sia un ottimo segno.

Oltre ai voti di militanza delle realtà che sono confluite in Potere al Popolo, che voti sperate di intercettare per superare la quota di sbarramento?
Prima di tutto speriamo di intercettare il voto di chi non ha mai votato e di di quelli che, delusi, hanno smesso. Informalmente siamo andati a fare dei sondaggi fuori dalle scuole superiori chiedendo ai maturandi neo maggiorenni per chi avrebbero votato e anche lì abbiamo avuto un ottimo riscontro. Speriamo di prender i voti anche di tutti quelli che hanno sempre votato a sinistra ma ormai non si ritrovano più in quella che è diventata ora la sinistra. Da ultimo, poi, non lo nego, speriamo di intercettare tanti voti di sinistra che ora stanno andando ai 5 Stelle, perché sappiamo che ce ne sono e ce ne son tanti che votano il Movimento 5 Stelle per protesta o per mancanza di alternative.

In un clima di voto utile e di “vocazione maggioritaria”, che cosa dovrebbe convincere un elettore a votare per un partito così piccolo come il vostro?
Io capisco questo timore. Anche perché è tanto tempo che non si parla d’altro che di governabilità. E sai cosa rispondo ogni volta che mi fanno questa domanda? Mi limito a far notare che è proprio in nome della governabilità — e quindi grazie al voto utile — che si sono fatte le scelte omicide degli ultimi anni, quelle che hanno penalizzato le persone che fanno una vita normale.

Di quali scelte parli?
Dall’aumento dell’età della pensione generalizzato, alle politiche sanitarie, scolastiche, e alla generale compressione della spesa sociale: il voto utile negli ultimi anni è servito a questo, a comprimere i salari, la spesa sociale e i diritti. Se questo è il voto utile allora meglio votare per qualcuno in cui realmente ti riconosci, che possa portare idee diverse in parlamento. È certamente vero che votare un partito piccolo come il nostro fa paura, fa parte di una vulgata che abbiamo sentito fare tantissime volte negli ultimi anni, ma anche votare partiti che sono stati al governo negli ultimi vent’anni dovrebbe fare paura, visto che sappiamo già molto bene qual è la loro ricetta e ne stiamo vivendo i risultati.

In nome della governabilità — e quindi grazie al voto utile — che si sono fatte le scelte omicide degli ultimi anni, quelle che hanno penalizzato le persone che fanno una vita normale: dall’aumento dell’età della pensione generalizzato, alle politiche sanitarie, scolastiche, alla generale compressione della spesa sociale.

Uno dei punti centrali del vostro programma è dedicato al lavoro e tra i punti che proponete c’è anche l’abolizione della riforma Fornero. Come rispondete a chi vi controbatte che questa è una opzione impraticabile tecnicamente, che costerebbe troppo e che sarebbe un bagno di sangue?
Rispondiamo che la questione è di scelte, non di possibilità o di sostenibilità. Ho visto anche io quanto costerebbe tornare alla situazione precedente, ed è una spesa enorme. Si parla di 20 miliardi di euro all’anno, a regime. Però è la stessa cifra che è stata spesa per il salva banche. Quindi è chiaro che ha un costo sociale il fatto di mettere le persone nella condizione di vivere una vita decente, però le soluzioni ci sono, se si vogliono imporre.

E quali sarebbero?
C’è da mettere un tetto massimo alle pensioni, perché non è un diritto vivere con 10 o 15mila euro al mese. Noi pensiamo che un tetto massimo ragionevole sia per esempio 5mila euro al mese, una cifra che tra l’altro è molto più che decente per un pensionato, è circa dieci volte la pensione minima. In più, rispetto al discorso della sostenibilità vorrei far presente che l’INPS è l’unico ente che è in pari e che, in più, è anche gravato dai costi delle cassaintegrazioni, degli assegni familiari. E ancora, abbiamo il 2 per cento del PIL che diamo alle spese militari. Anche questa è una scelta politica. La domanda che bisognerebbe porsi quindi è un’altra: come vogliamo spendere i soldi? In spese militari, per gli sgravi fiscali alle imprese, o per far vivere meglio i cittadini? Sono tutte scelte politiche, non c’è nulla di impossibile, e quelle che sono state prese negli ultimi anni, prima dal centro destra e poi dal centro sinistra, sono scelte liberiste che avvantaggiano alcuni e svantaggiano altri.

E voi cosa volete fare?
Noi vogliamo fare il contrario: avvantaggiare chi è sempre stato svantaggiato, ovvero chi campa con la pensione minima di 500 euro. E lo vogliamo fare non facendo contenti tutti, no no, noi qualcuno lo vogliamo scontentare. Chi ha una pensione troppo alta lo vogliamo scontentare. Vogliamo una tassazione progressiva, il che vuol dire che noi vogliamo alzare le tasse per i ricchi. Noi non siamo il partito di tutti, vogliamo essere il partito dei precari, degli sfruttati, di chi fa fatica a vivere in questi anni. Ora ho fatto solo qualche esempio, ma ce ne sono tanti. Bisogna sapere in che direzione si vuol andare politicamente e fino ad ora siamo andati nella direzione di impoverire i cittadini e aumentare la forbice tra i tanti poveri e i pochissimi sempre più ricchi. Noi vogliamo andare nell’altra.

Hai detto che non avete paura di scontentare qualcuno pur di accontentare gli altri. Se avrete la possibilità di farlo, che reazione ti aspetti dalla classe che vorreste scontentare?
Mi aspetto che ci faccia la guerra. Ma non è una novità di certo, è già così. È già così nel piccolo. Veniamo tutti da esperienze di lotte concrete, di vertenze sui posti di lavoro, di occupazioni, nelle nostre liste ci sono tanti sindacalisti e tanti attivisti. Noi lo sappiamo che quando vai a dire qualcosa che va contro un certo tipo di interessi — di chi ha il potere e di chi ha i soldi — la conseguenza è che poi questi ti fanno la guerra. E ce la stanno facendo da anni. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa: per quanto tu possa riempire la testa alla gente comune di chiacchiere e dirgli che viviamo nel migliore dei mondi possibili e che non ci sono alternative al capitalismo e al neoliberismo, alla lunga se ne accorge che non è vero, perché la fame la sente. Quindi, gli attriti ce li aspettiamo, ma quello che vogliamo fare è soprattutto invertire quel discorso.

Come?
Con delle pratiche vincenti, creando solidarietà, aiuto dal basso e far sapere che se esiste questo disagio nei bassifondi della società non è certo colpa di chi lo prova. Non è colpevole chi è disoccupato o chi è malato e non si può curare. Tanto meno è colpa degli immigrati, ormai attaccati dal pensiero dominante come degli untori: l’immigrato che ti ruba la casa popolare, quello che ti ruba il posto in ospedale e via dicendo. È evidente che non è così, quindi il lavoro da fare è, oltre che materiale, anche sul discorso. E i risultati nel mio piccolo li vedo, ricevo messaggi e telefonate di gente che non vedo da anni che magari mi vede ospite in qualche trasmissione emi scrive: “sei la prima a cui sento dire in televisione che magari lavorare di notte a 4 euro all’ora non è una scelta”. Lavorando su questo senso comune e cambiandolo, vedrai che cambierà anche l’offerta politica, perché la gente a un certo punto si accorge che la vita che fa non è giusta e che se è costretta a fare quella vita è perché qualcun altro sta vivendo nel lusso. Oltre alla rivoluzione in strada c’è anche quella delle coscienze, e credo che sia la più auspicabile.

Non è colpevole chi è disoccupato o chi è malato e non si può curare. Tanto meno è colpa degli immigrati, ormai attaccati dal pensiero dominante come degli untori: l’immigrato che ti ruba la casa popolare, quello che ti ruba il posto in ospedale e via dicendo. È evidente che non è così, quindi il lavoro da fare è, oltre che materiale, anche sul discorso.

Avete scelto un nome ingombrante, Potere al popolo, che mi pare contenga però una sottile contraddizione: da una parte viene subito in mente il passato della sinistra novecentesca, socialista e comunista, dall’altra però, viene in mente un discorso di Trump, quando disse che voleva diventare Presidente per “ridare il potere a voi, il popolo”. Non avete paura da una parte di spaventare gli elettori moderati di sinistra e dall’altra di essere tacciati di populismo anche voi?
Mentre facevi riferimento a Trump io pensavo anche ai 5 Stelle. Ma se quelle formazioni e quelle idee sono populiste, noi ci dichiariamo popolari. Tutti i movimenti populisti della storia hanno due caratteristiche. La prima: un uomo forte al comando, che abbia carisma e trascini le masse. Su questo punto noi siamo dalla parte opposta, siamo un soggetto plurale e non abbiamo leader, il nostro baricentro sono le assemblee. La seconda: il populismo parla alla pancia della gente, assecondandone i bassi istinti. Sia Trump che i 5 Stelle, in modi e contesti diversi, hanno la tendenza a inseguire questi istinti del proprio elettorato: la rabbia e la frustrazione per esempio.

E voi?
Noi, al contrario, vogliamo parlare alla testa della gente e lo vedi molto bene leggendo il nostro programma, che parla di solidarietà, una delle cose meno populiste che ci siano, perché significa togliersi qualcosa per darlo a qualcun altro che ne ha più bisogno. Abbiamo scelto di usare la parola Popolo perché ci sentiamo popolari e perché Popolo è una parola che tiene insieme tante cose diverse, che non ha in sé il concetto di nazionalismo e di patria, che non discrimina tra chi lavora e chi non lavora, ma che è l’insieme delle persone che non ha avuto voce in capitolo per decidere della propria vita e che in questi anni hanno pagato duramente la crisi.

E invece, tornando alla mia domanda, non avete paura di allontanare qualcuno con un nome del genere?
No, non abbiamo paura di spaventare, anzi: vogliamo spaventare chi è giusto che si spaventi, che sono poi quelli di cui ti parlavo prima. E non abbiamo ne avremo problemi ad intaccare i privilegi di quelle persone. Al contrario, invece, credo che ci sia tanto bisogno di sinistra e di idee radicali. E non credo che sia un caso infatti la crescita molto forte che abbiamo avuto tra i primi e gli ultimi sondaggi. C’è tanta gente che non vedeva l’ora di sentire discorsi diversi dalla cantilena che dice che siamo tutti sulla stessa barca, salvo poi scoprire che c’è chi sta in prima classe e c’è chi sta in terza.

Vorrei passare ad un altro punto del vostro programma: il lavoro. Voi insistete molto sulla stabilità del lavoro e sul ristabilire le tutele del lavoro a tempo indeterminato, eppure molti dei lavoratori delle generazioni più giovani, più che il posto fisso vogliono semplicemente essere pagati il giusto. Come conciliate queste due esigenze?
Da precaria mi permetto di dire che il discorso che fai tu sulla stabilità dei diritti e sulla paga è in perfetta continuità con quello che sosteniamo. Quando noi parliamo di lavoro tutelato, stabile e sicuro, non significa che una persona non possa scegliere di far diversamente e fare il libero professionista. Il nostro compito però è tutelare i soggetti più deboli e ricattabili, quelli che non possono scegliere. Ti faccio un esempio che riguarda anche il tuo settore, le partite IVA. Ci sono tantissime persone che lavorano a partita IVA e a cui sta bene così, ma gli sta bene così perché sono vere partite IVA e il loro lavoro funziona bene così. Noi non vogliamo vietare le partite IVA, ma che queste tipologie di lavoro autonomo smettano di sostituire i contratti veri, che smettano di rappresentare una forma di lavoro subordinato privato delle tutele del contratto, della copertura pensionistica, assicurativa e sanitaria, senza malattia né maternità. Vogliamo che si facciano sul serio i controlli e, di conseguenza, che contratti capestro e finte partite IVA vengano commutate in contratti stabili. Il discorso quindi non è contro quei pochi fortunati che possono scegliere, ma per tutti quelli che non lo possono fare. Perché diciamocelo, la maggior parte delle persone che in questo momento fanno tanti lavori insieme lo fanno per campare, non perché vogliono farlo. Anche perché il contratto a tempo indeterminato non ti vieta di licenziarti se vuoi cambiare lavoro. Lottare per riavere il diritto a un contratto che ti permetta di non essere licenziato da un momento all’altro, tipo se mi ammalo, o se sono un sindacalista un po’ più combattivo degli altri, o, e penso alle tantissime donne in questa condizione, nel caso di una gravidanza. E questi sono diritti che tutelano tutti. Aggiungo una cosa: non si può chiedere un aumento retributivo senza chiedere un contemporaneo aumento dei diritti, sono due battaglie che vanno di pari passo.

Non abbiamo paura di spaventare, anzi: vogliamo spaventare chi è giusto che si spaventi, che sono poi quelli di cui ti parlavo prima. E non abbiamo ne avremo problemi ad intaccare i privilegi di quelle persone.

Un altro punto delicato del vostro programma riguarda l’Europa, tema sul quale sembra quasi di percepire una dualità. Che opinione avete dell’Europa?
Noi non siamo contrari al concetto di Europa, perché se fossimo in grado di costruire un’Europa il cui cardine fosse la solidarietà per noi sarebbe la più grande vittoria che possiamo immaginare. Noi vogliamo un’Europa dei popoli, che si possa allargare ai paesi del nord del Mediterraneo, che per tante ragioni, non soltanto per l’aspetto delle migrazioni, sono coinvolti. L’Europa di oggi però non è così, è l’Europa del pareggio di bilancio, della contrazione della spesa sociale. Il ragionamento che facciamo è molto simile a quello di France Insoumise, il partito di sinistra francese guidato da Melenchon.

In sostanza che ragionamento fate?
Vogliamo intervenire sui trattati, provare a cambiarli, soprattutto quelli che riguardano la spesa sociale e il pareggio di bilancio. Se questo non fosse possibile il nostro messaggio è che non moriremo per questa Europa. Perché se per stare dentro l’Unione Europea non possiamo curarci o non poter lavorare con un salario decente, preferiamo riuscire a capire se è possibile fare un’alleanza tra i paesi mediterranei e del sud Europa e farla su dei principi diversi, solidali, e non sulla concorrenza sfrenata tra lavoratori, perché è anche questo che è diventata l’Europa. Insomma, a noi piace l’Europa, d’altronde siamo internazionalisti, non ci disdegna nemmeno il mondo intero, però deve essere un’Europa che non ci strozza, che non ci uccide.

Alcune delle proposte più radicali del vostro programma riguarda la politica dell’abitare. Ti faccio una domanda secca a questo proposito: la riforma abitativa è la nuova riforma agraria?
Sì, assolutamente. Perché la riforma abitativa è centrale per la sostenibilità dell’esistenza di tutti i cittadini. E mi permetto, da attivista in questo settore da anni, che sia tutta questione di volontà politica, perché gli spazi ci sono, esiste un patrimonio demianiale sterminato ed esiste anche la possibilità di imporre a chi possiede non una, ma quindici case, di mettere in affitto quelle sfitte a prezzi calmierati. Non vuol dire che devono metterle gratuitamente a disposizione, diciamo solo che se hai 10 case e 9 sono sfitte abbiamo il diritto, in piena emergenza abitativa, di imporgli di metterle in affitto. Mi rendo conto che queste cose sembrano radicali, ma in realtà lo sembrano perché sono anni che non le dice nessuno, non perché siano cose fuori dal mondo. Qualche anno fa sarebbero state di assoluto buon senso, anche perché in quanti hanno 10 case di proprietà? Non credo proprio che siano la maggioranza degli italiani, io non conosco nessuno che ce le ha. E se, come mi dicevi prima, questi pochi si spaventeranno, bene, che si spaventino.

Prendiamo un altro punto del vostro programma che fa strabuzzare gli occhi a non pochi…
Eheheh ho già capito cosa vuoi chiedermi.

Il 41bis, come dice la corte d’appello europea e anche l’ONU, è considerabile tortura, perché oltre agli elementi preventivi — parlare con l’esterno e quindi potenzialmente continuare a gestire i propri affari — ci sono tutta una serie di elementi accessori che sono solo atti di pressione e di violenza

Sì? Che cosa?
Del 41bis…

Eheheh, sì, esatto. Come spiegate questa battaglia agli elettori?
Io lo rivendicherò sempre questo punto sul 41bis, però è chiaro che se lo estrapoli da tutta la proposta che abbiamo pensato per le carceri, magari storci il naso. Quello che noi proponiamo è una riforma del carcere che parta dalla constatazione che il carcere in Italia non funziona e che registriamo tassi di recidività del 68%. La nostra idea è che il carcere debba avere come scopo il reinserimento sociale, oggi il carcere non serve a quello, ma serve come discarica sociale per i poveretti, e basta farsi un giro in carcere per capirlo. Ma è anche un posto dove lo Stato esercita una specie di vendetta, e infatti il 90 per cento degli addetti carcerari sono addetti penitenziari, mentre nel resto d’Europa le proporzioni sono molto diverse e c’è spazio per mediatori culturali, assistenti sociali, psicologi, formatori. Oggi solo il 3 o 4 per cento delle persone che sono in carcere seguono un percorso di formazione. E sono gli unici che, quando escono, hanno qualche speranza di reinserimento. Il restante 96-97 per cento si ritroverà in condizioni peggiori di quelle di partenza, perché oltre alle sue difficoltà di partenza si somma il fatto di essere stato escluso dalla società civile per tanto tempo. Noi vogliamo che il carcere divenga un luogo di rieducazione effettiva.

E invece per quanto riguarda il 41bis?
Il punto sul 41bis si deve innestare su questa visione del carcere come luogo di passaggio per reinserire nella società i detenuti. Qualcuno ci ha addirittura accusato di fare un favore alle mafie, come se le mafie si appoggiassero a partiti di estrema sinistra che rasentano il 3 per cento per imporre le proprie convenienze e farsi fare favori, suvvia. Noi ovviamente non abbiamo alcuna intenzione di fare un piacere alle mafie, tutt’altro, solo partiamo dal presupposto che l’antimafia si faccia in un altro modo, non solo reprimendo, ma anche cambiando le condizioni che rendono agevole al sistema criminale di proliferare e prendere il posto dello Stato. Posto questo come punto di partenza, il 41bis, come dice la corte d’appello europea e anche l’ONU, è considerabile tortura, perché oltre agli elementi preventivi — parlare con l’esterno e quindi potenzialmente continuare a gestire i propri affari — ci sono tutta una serie di elementi accessori che sono solo atti di pressione e di violenza. Per esempio, qualcuno mi deve spiegare cosa serve vietare ai detenuti in 41bis di cucinarsi i cibi, o non avere la possibilità di avere un poster in cella, o di leggere un libro, o di essere visitato dai parenti in punto di morte. Questi sono puri elementi di violenza, quindi di tortura e cambiarli renderebbe l’Italia un paese più civile. Per questo, in un punto complessivo sul carcere abbiamo voluto mettere anche questa battaglia.

Un’ultima domanda: cosa accadrà a Potere al popolo nel caso non supererete la soglia di sbarramento?
È molto semplice. Succede che andiamo avanti. Ne sono sicura perché per tutti noi quello che si sta costruendo in questi mesi — ovvero le assemblee territoriali — è ancora più importante dell’esito elettorale in se stesso. Per quanto mi riguarda ti posso dire che io non ho mai votato alle politiche, quindi come potrei pensare che un progetto in cui mi spendo finisca se non riusciamo ad andare in parlamento (cosa su cui comunque resto ottimista)? Potere al popolo andrà avanti, perché le 160 assemblee territoriali andranno avanti, così come le altre attività sul territorio, nei comitati ambientalisti, nei posti di lavoro. Siamo riusciti, in questi mesi, a riattivare una partecipazione politica sul territorio che non si vedeva da tanto tempo, quindi i presupposti per andare avanti ci sono tutti e lo faremo.

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