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La domenica italiana non esiste più, il Natale nemmeno: note sul nuovo contratto della distribuzione

Nel 1987 Toto Cotugno cantava “Una domenica italiana”: c’era qualcuno che ti amava e una schedina tra le dita a cui la gente affidava speranze di fortuna. Con la legge di bilancio 2019 il Totocalcio sparisce per sempre, ma non parliamo di questo, bensì della scomparsa delle domeniche, intese come giorno di riposo dal lavoro. Il 20 dicembre scorso, CGIL, CISL e UIL hanno firmato il nuovo contratto della Distribuzione Moderna Organizzata (DMO) con Federdistribuzione, colosso nato da una “scissione” di Confcommercio nel 2012 e che rappresenta il 49,3 % del fatturato del settore, associando aziende del calibro di Carrefour, Conforama, Decathlon, Ikea, Leroy Merlin ed altre.

Che cosa prevede questo contratto?

Flessibilità oraria: le Aziende possono portare l’orario lavorativo a 44 ore settimanali per 16 settimane all’anno, in coincidenza con i periodi di maggiore fatturato. Al secondo livello di contrattazione si potrà derogare in peggio, arrivando fino a 48 ore in cambio di qualche permesso retribuito in più.

Domeniche e festivi lavorativi: resta l’impossibilità per il lavoratore o la lavoratrice di scegliere se lavorare o meno la domenica. Salvo alcune categorie (portatori di handicap, assistenti di portatori di handicap, madri di bambini fino a 3 anni o padri affidatari – non i padri “naturali”), tutti sono tenuti a farlo, in cambio di una maggiorazione onnicomprensiva e non cumulabile del 30% sulla paga oraria. Se hai già un’integrazione salariale comunque motivata, non puoi prendere la maggiorazione del 30%.

Salario: gli aumenti sono di 24 euro al IV livello, oltre ad una somma una tantum di recupero degli arretrati per tutti gli anni con contratto scaduto pari a soli 889 euro lordi. L’erogazione della quattordicesima mensilità viene spostata al 1 luglio.

Questi sono i punti salienti, uguali al contratto firmato da Confcommercio nel 2011. Perché allora le aziende non aderirono? Perché non volevano contribuire per il finanziamento degli enti bilaterali – welfare, sanità, pensioni – con cui CGIL CISL e UIL si finanziano e sopravvivono.

Che cosa è cambiato? Qualche mal di pancia anche da parte della CGIL, rispetto ai festivi lavorativi, in questi anni c’è stato. Due scioperini nel 2015, per dare un segnale alla controparte, anche se depotenziati dal ricorso – totalmente illeggitimo – agli interinali per sostituire gli scioperanti (se ne parla qui). L’obiettivo di questi scioperi adesso è chiaro – ma lo era anche allora -: portare i colossi della distribuzione a più miti consigli sul fronte degli enti bilaterali (in buona sostanza a finanziare CGIL, CISL e UIL) in cambio della resa totale ad ogni richiesta padronale.

Eppure l’occasione era buona per insistere sulla revisione della disciplina sulle domeniche lavorative, complice anche un governo che nella sua parte grillina aveva dichiarato già in campagna elettorale di volerle cancellare – salvo poi dimenticarsene e non fare nulla -. Era il momento buono per ricordarlo, ma i sindacati confederali hanno mangiato un ricco panettone offerto dalle aziende e si sa, la digestione
pesante non aiuta la memoria…

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