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L’Italia in Africa: Quando la guerra prende il posto della politica

Il 27 febbraio si è tenuto a Napoli il vertice italo-francese che ha riguardato principalmente le politiche militari e di sicurezza. Grandi protagonisti dell’incontro non sono stati i fotografatissimi Giuseppe Conte e Emmanuel Macron, ma i ministri della difesa Lorenzo Guerini e Florence Parly. Nella dichiarazione finale del vertice è stata formalizzata “la creazione della Task Force Takuba, per la quale l’Italia sta valutando le modalità di un contributo”. La missione dovrebbe essere comandata nei primi 6 mesi dai francesi, dopodiché il comando ruoterà tra i paesi partecipanti. Si parla di una durata di 3 anni, e la missione potrebbe essere lanciata ufficialmente già questo mese per essere operativa a gennaio 2021. 

Così l’Italia, non contenta del suo dispiegamento militare in Niger, non lascia, ma anzi raddoppia il suo impegno contro il jihadismo e l’immigrazione detta “clandestina”, promettendo di inviare suoi militari in Mali. Lo fa a seguito di una richiesta della Francia che ha visto negli ultimi mesi degenerare la situazione securitaria in tutta l’area del Sahel. Nonostante infatti nella regione ci siano più contingenti internazionali che in ogni altra parte del globo, si è pensato che la soluzione migliore fosse aggiungere militari a militari.

Attualmente  nella regione è attiva la più grande missione Onu al mondo (Minusma), con 13.200 soldati e 1900 poliziotti impegnati. Inoltre in Niger si trovano 4500 militari francesi delle unità speciali antiterrorismo Barkhane che operano insieme a contingenti  di Stati Uniti (800 unità), Germania (50), Canada (27) e Italia (80). Dal 2017 è in vigore lo stato d’emergenza ed è formalmente operativa la forza congiunta G5 Sahel composta da 5 battaglioni di 750 militari di Burkina Faso, Mali, Mauritania, Ciad e Niger. Visti però gli scarsi risultati ottenuti e il recente attacco jihadista a Inates alla frontiera tra Niger e Mali che ha provocato oltre 70 morti, il Ministro degli esteri francesi Jean-Yves Le Drian aveva dichiarato al quotidiano francese Le Monde: “Se ciò non viene risolto attraverso accordi e un chiarimento degli impegni, dovremo porci domande e ripensare il nostro posizionamento militare”.

Ed ecco quindi come i francesi hanno pensato di riposizionarsi: in primis hanno chiesto ed ottenuto dall’Unione Africana l’invio di altri 3.000 soldati di rinforzo che opereranno nei prossimi mesi nel contesto della stessa Barkhane a fianco delle forze del G5 Sahel; in secundis hanno fatto un appello alle altre nazioni europee. A questo appello ha subito risposto presente l’Italia. Perché andiamo a metterci in questo nuovo ginepraio? 

Perché dobbiamo recuperare il disastro della politica estera italiana in Libia, dove chiunque è passato davanti ai governi Conte (sia il primo giallo-verde, sia quello attuale giallo-rosa) in termini di capacità di influenza e della possibilità futura di poter accedere alle ingenti risorse energetiche libiche. Quindi offriamo a Macron il nostro aiuto, sperando che, se in Libia vincerà Haftar, la Francia e uno dei principali attori privati mondiali nel comparto del petrolio e del gas naturale, la Total, saranno clementi nei nostri confronti. Per recuperare terreno in Libia, insomma, rischiamo che questo sprofondi sotto i nostri piedi in Mali.

Qualcuno diceva che la guerra è la continuazione della politica. Si sbagliava, dalle nostre parti è la sua sostituzione.

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