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Il Dissesto Idrogeologico ai tempi del Climate Change

Il Dissesto Idrogeologico ai tempi del Climate Change

La Protezione Civile dirama l’Allerta Rossa: è arrivata la stagione delle piogge, è arrivata l’ennesima stagione delle emergenze e della conta dei danni e per ultimo dei nuovi e vecchi buoni propositi della politica.

Altamura, Matera, Venezia, Pomezia, e alcune valli del Trentino Alto Adige, sono solo alcune delle località severamente colpite dalle piogge e dal dissesto idrogeologico e mentre scriviamo altri pericolosi fronti di crisi si aprono. Il fiume Po sta esondando all’altezza di Alessandria e tutta la Liguria è tempestata da una miriade di fenomeni franosi, che hanno portato anche al crollo del viadotto sulla Savona-Torino; a Reggio Calabria le strade della città sono divenute fiumi.

Le attività umane che determinano il dissesto sono diverse: la cementificazione, la deforestazione, l’abusivismo edilizio, l’abbandono delle aree interne e montane, lo scavo delle cave, le estrazioni di idrocarburi e di acqua dal sottosuolo, gli interventi invasivi sui corsi d’acqua e la mancanza di manutenzione degli stessi.  Persino la siccità e gli incendi con la modificazione dello stato dei suoli e delle coperture arboree diventano concause determinanti per l’insorgere di frane e alluvioni.

Studi recenti mostrano evidenze nella connessione diretta, seppur attraverso processi fisici complessi, fra cambiamento climatico e dissesto idrogeologico. L’intrinseca fragilità del territorio italiano insieme alla scriteriata gestione dello stesso è quindi un ulteriore acceleratore distruttivo per i cambiamenti climatici.

In pratica i fenomeni meteorologici estremi aumentano d’intensità con il climate change e colpiscono un territorio già esposto e indebolito dalle attività umane.

La cura del territorio è quindi il primo punto della lista per un’effettiva realizzazione di quello che in gergo tecnico si chiama “mitigazione del rischio”.

Mitigare e prevenire il rischio idrogeologico significa intervenire ora e subito con politiche che mettano un freno al consumo del suolo e sventino la realizzazione di infrastrutture inutili e dannose, rilanciando le infrastrutture verdi, sia nella gestione delle aste fluviali sia agrarie e boschive.

Quali risposte ha dato la politica? Nel 2014, il governo Renzi isitituì una missione chiamata ItaliaSicura con il compito di pianificare ed accelerare gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico. Dismessa ItaliaSicura nel 2018 dal governo Lega-M5Stell, venne l’ora, nel marzo 2019, di un nuovo piano per combattere il dissesto idrogeologico battezzato dal premier Conte ProteggiItalia.

A fronte delle fanfare e delle dichiarazioni roboanti di Conte “il più grande piano di messa in sicurezza, lotta al dissesto idrogeologico e prevenzione del nostro Paese”, e prima ancora di Gentiloni: “l’Italia è dotata di un piano nazionale di opere e interventi e di un piano finanziario per la riduzione del rischio idrogeologico”, i risultati di questo impegno non sono tangibili né incisivi.

I dati ISPRA (Istituto Superiore per protezione e ricerca ambientale) del 2017 rivelano che è a rischio il 91% dei comuni italiani (88% nel 2015) e che è aumentata la superficie potenzialmente soggetta a frane (+2,9% rispetto al 2015) e quella potenzialmente allagabile nello scenario medio (+4%).

Se la disponibilità di risorse economiche per la manutenzione dei territori è molto importante, più ingenti ed importanti sono i costi degli interventi emergenziali. Il non fare quindi costa economicamente di più della messa a punto organica.

ANBI (Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e tutela del territorio e acque irrigue) presentando l’annuale report per la riduzione del rischio idrogeologico scrive: “‘Non è possibile stimare il valore della sicurezza ma quello del costo del dissesto idrogeologico sì: 2,5 miliardi di euro all’anno”. Inoltre, se c’è una ragione per chiedere all’Unione Europea l’espansione del debito pubblico, essa è la destinazione delle risorse per la difesa del suolo, incluso un forte sostegno agli enti pubblici, che, a tutti i livelli, sono interessati alla prevenzione del dissesto.

Un’indagine della Corte dei Corti, segnala che le risorse effettivamente erogate alle Regioni dal 2017 alla fine del 2018 rappresentano solo il 19,9% dei 100 milioni di euro in dotazione al fondo in questione. La verità è che le risorse economiche sono disponibili spesso solo in parte e in parte non vengono erogate alle Regioni e agli enti preposti.

Una volta stanziati i fondi è quindi difficile passare alla fase di pianificazione e programmazione degli interventi sia di infrastrutture, sia di manutenzione ordinaria e straordinaria dell’esistente. La macchina amministrativa si blocca e la capacità di prevenzione risulta fortemente indebolita.

Il dissesto idrogeologico non è un destino ineluttabile, è la risultante di scelte, di processi politici e amministrativi e soprattutto di un modo di concepire il rapporto tra uomo e ambiente che va cambiato. Anche se non può essere proprio eliminato, il dissesto idrogeologico può essere contenuto e gestito in un quadro più ampio di lotta ai cambiamenti climatici, che comprenda anche partecipazione e controllo popolare alla progettazione e alla realizzazione degli interventi.

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