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FOTOVOLTAICO E DINTORNI PERCHÉ CONTA “ANCHE” COME SI FA LA RICONVERSIONE ECOLOGICA

di Niccolò Ricciotti

Questa è una storia semplice ma poco conosciuta, perché non sono in tanti a criticare alla radice come funziona il rapporto tra Stato ed Economia in questo sistema economico, e di conseguenze non si fa né molta informazione né molta riflessione pubblica su queste cose.

Pochi lo sanno ma l’Italia è uno dei paesi con più potenza da fotovoltaico installata: più di 20 Giga Watt, in Europa solo in Germania ce ne sono di più. Tale risultato è dovuto ad una massiccia politica di incentivazione statale che ha distribuito soldi a pioggia nel settore a partire dalla metà degli anni 2000. Fino al 2013 chi voleva installare un impianto, riceveva dallo Stato dei soldi per ogni KWh di energia prodotta. Attenzione: prodotta, non venduta all’Enel o a qualcun altro. Riceveva questi soldi anche se quell’energia la consumava interamente lui. Questi soldi li riceve ancora, perché sono stati garantiti per tutto il ciclo di vita dell’impianto fotovoltaico (in media 25 anni). Questo tipo di incentivo, chiamato “conto energia”, è stato interrotto nel 2013 quando ha raggiunto il tetto di spesa annua di 6,7 miliardi di euro. Cioè, ancora oggi, lo Stato spende 6,7 mld di euro all’anno d’incentivo per chi ha installato un impianto tra 2006 e 2013.

Una parentesi: quando ci presentano come un vantaggio epocale per le casse dello Stato la riduzione di 345 parlamentari (al prezzo di una perdita di rappresentanza democratica), pensiamo che lo Stato garantisce ad aziende e privati numerosi incentivi come questo! Solo il conto energia implica delle uscite equivalenti al taglio di più di 40 mila parlamentari (se mai esistessero).

Fermi tutti. Il problema non è che lo Stato spenda 6,7 mld di euro all’anno per il fotovoltaico (più i mancati introiti per gli sgravi fiscali, che dal 2013 hanno sostituito gli incentivi diretti). Il problema è che questi soldi potevano essere utilizzati per installare la stessa potenza (e probabilmente di più) a vantaggio della collettività e non di privati cittadini, banche o grandi aziende.

Infatti chi ha approfittato dell’incentivo sono state in primis le banche che hanno finanziato la costruzione di impianti fotovoltaici in cambio della cessione dell’incentivo e le grandi aziende che hanno installato sui propri terreni vere e proprie centrali fotovoltaiche, riuscendo così (oltre a vendere l’energia) ad avere un rendimento sicuro per 25 anni (sicuro come un buono del tesoro, ma molto più conveniente!). Anche tante famiglie con reddito stabile ed una casa di proprietà hanno installato il loro impianto da 3 o 6 KW; non si tratta di famiglie necessariamente ricche, ma comunque si tratta di una fascia della popolazione che non ha un bisogno particolare di aiuti pubblici.

Un alternativa c’era: lo Stato poteva investire quei soldi per costruire impianti fotovoltaici sugli edifici di sua proprietà (palazzi di enti pubblici, scuole, ospedali, uffici…).
Avrebbe ottenuto lo stesso vantaggio in termini di aumento della produzione di energia pulita, ma in più avrebbe diminuito i suoi enormi costi energetici potendo investire quei risparmi a beneficio della collettività. Sarebbe stata anche una scelta più intelligente dal punto di vista della distribuzione dell’elettricità, visto che l’energia va consumata appena prodotta (a meno di immagazzinarla in costose batterie). Infatti i consumi domestici sono concentrati soprattutto dopo il calar del sole, al contrario dei consumi degli edifici utilizzati come uffici o altri luoghi di lavoro. Oggi la potenza installata su edifici della pubblica amministrazione non arriva nemmeno ad 1 Giga Watt e ammonta solo al 4,3% della potenza totale, ed è questa un’altra prova dell’assurdità della strada percorsa.
La pianificazione avrebbe anche consentito di intervenire tenendo conto di tutti i fattori ambientali, cosa che non hanno fatto i privati interessati solo al profitto (pensiamo ad esempio alle enormi distese di terreni ricoperte da pannelli fotovoltaici, con danni permanenti alla rigenerazione del suolo).

Perché non è stata seguita questa strada alternativa? La risposta è che ormai da trent’anni è stato assunto come dogma economico l’idea che il libero mercato debba risolvere i nostri problemi, che lo Stato non debba intervenire in economia se non “incentivando” i comportamenti virtuosi dei privati. Questa posizione puramente ideologica serve a far arrivare soldi pubblici a certe classi sociali (come in questo caso) e all’economia privata, ma dal punto di vista degli interessi collettivi ha ampiamente dimostrato il suo fallimento. Se si vuole veramente cambiare rotta sull’ambiente è necessaria una vera opera di pianificazione, che comprenda l’intervento attivo dello Stato, nell’interesse della collettività. Per alcuni settori economici i liberisti hanno gioco più facile perché possono dire che nel pubblico non ci sono le competenze per fare certe cose (ma se uno volesse le potrebbe costruire), nel settore dell’energia non è così: nei Centri di Ricerca e nelle aziende semi-pubbliche (come l’Enel, da ripubblicizzare totalmente) c’è già chi ha le competenze necessarie. Quello che serve è la volontà politica, e qualcuno che li costringa a farlo.

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