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La repressione contro i manifestanti egiziani e noi

Da una settimana hanno ripreso le manifestazioni che chiedono giustizia sociale e democrazia in Egitto. Dopo le mobilitazioni che sono entrate nei libri di storia sotto il titolo “primavera araba”, il colonnello militare e presidente Abdel Fattah al-Sisi nel 2013/2014 aveva represso ogni tentativo di solidarietà e organizzazione sociale delle classi popolari. Negli anni seguenti il regime militare si è caratterizzato da una politica economica che ha visto dei massici investimenti in mega progetti edili, spesso legati proprio all’esercito, che intensificano la segregazione urbana, una svalutazione della sterlina egiziana (il dollaro è passato a costare da 7 sterline a 18 in pochi anni), e – con il pretesto di combattere l’Islam politico dei Fratelli Musulmani – una feroce oppressione delle voci critiche e dissidenti della società egiziana. Tanti giornalisti, militanti politici e imprenditori liberali negli ultimi 5 anni sono fuggiti dall’Egitto. E così l’ha fatto anche Mohammed Ali, imprenditore che ha lavorato per 15 anni per l’esercito egiziano e che nelle ultime settima dalla Spagna ha lanciato una serie di video messaggi nei quali accusa al-Sisi di aver usato soldi pubblici per costruirsi dei palazzi “reali” per se e la sua famiglia. Questi messaggi dalla Spagna sono stati la scintilla che ha fatto esplodere la rabbia del popolo egiziano impoverito da anni di malgoverno.

La reazione del presidente al-Sisi alle manifestazioni degli ultimi giorni è stato netta: repressione, violenza, incarcerazioni arbitrarie. Sono più di 1.500 le persone arrestate nell’ultima settimana, tra l’altro anche avvocati riconosciuti nelle lotte per la giustizia sociale in Egitto. Ieri venerdì 27 settembre le manifestazioni si sono concentrate al nord del paese e nell’isola di Warraq che al-Sisi vuole vendere agli alleati dell’Arabia Saudita. Al Cairo e a Alessandria, la polizia ha letteralmente occupato le piazze e le strade. Al Cairo sono state chiuse cinque stazioni della metropolitana, due ponti e diverse strade principali. Tantissime persone sono state interrogate e i loro cellulari e social media controllati solo perché passavano da strade ritenute “pericolose per l’ordine pubblico”. L’immagine della Piazza Tahrir restituita al popolo suscita ancora tanta paura al regime!

I ricordi dell’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni nel 2016 in Egitto sono ancora molto freschi: Giulio è stato ucciso dal regime al-Sisi perché ritenuto pericoloso. Giulio stava studiando la nascita e lo sviluppo dei sindacati indipendenti della primavera araba. Fino ad oggi le ragioni profonde di questo omicidio sono sconosciute. Al-Sisi in tre anni ha fatto uccidere decine e decine di lavoratori annunciando di aver “colpito i responsabili dell’omicidio Regeni”, ma in realtà si tratta di pura repressione contro chi si organizza per cambiare lo stato delle cose.

All’indomani dell’omicidio di Regeni, il governo italiano di Matteo Renzi ha alzato la voce contro il regime egiziano, ma ha intrapreso ben poco per avere “verità e giustizia per Giulio Regeni”. Alzare la voce sì, ma se si tratta di toccare i rapporti economici tra i due paesi le questioni di democrazia e dei diritti umani meglio starsi zitto e continuare a creare le condizioni migliori per le imprese italiane attive in Egitto.

Allo stesso modo ha continuato il #governodelcambiamento gialloverde. Nel mese di giugno 2019 per quel che riguarda la causa Regeni l’allora ministro degli interni Salvini dichiarava letteralmente che per l’Italia (ufficiale) è più importante avere buone relazioni diplomatiche ed economiche con un paese come l’Egitto che la democrazia, la giustizia e il rispetto dei diritti fondamentali degli esseri umani. L’arroganza politica della Lega è continuata dopo le elezioni amministrative di maggio e giugno 2019 nelle quali la Lega ha conquistato tanti comuni. I sindaci leghisti hanno calato la bandiera del loro partito sopra lo striscione della campagna lanciata da Amnesty International “Verità e Giustizia per Giulio Regeni” che le precedenti amministrazioni comunali avevano fatto esporre dalle finestre dei municipi. Proprio nella gestione “law and order” del dominio pubblico le idee di Salvini e quelle di al-Sisi non solo molto distante.

E il #governodellasvolta cosa farà? Il ministro degli esteri Luigi Di Maio si esprimerà su quel che sta succedendo con i diritti dei lavoratori e delle persone in uno dei primi paesi di partenariato commerciale dell’Italia nel mondo arabo?

Noi stiamo affianco al popolo egiziano che sta scendendo in piazza per riconquistare i diritti sempre più sotto attacco dal regime autoritario di al-Sisi e rivendichiamo che i rapporti diplomatici ed economici tra l’Italia e l’Egitto siano interrotti finquando le richieste delle classi popolari egiziane non saranno soddisfatte.

Solidarietà ai manifestanti in lotta per i loro diritti e repressi in Egitto!

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