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L’ESTATE DEGLI INCENDI SENZA FINE

Brucia l’Italia delle foreste, delle campagne e dei coltivi. Da nord a sud, comprese Liguria, Umbria, Piemonte e Lombardia, 140mila ettari di boschi in tutta Italia sono bruciati da inizio anno a oggi, secondo i calcoli dello European Forest Fire Information System (Effis) della Commissione europea, proprio mentre il gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) pubblicava – forse non casualmente, in quest’estate di incendi senza fine – l’ultimo monito sulle sue conseguenze irreversibili.
E sono solo dati parziali e incompleti, che condannano il 2021 come uno dei peggiori anni, con un’estate di incendi senza fine. I danni sono enormi, non solo ambientali ma anche economici e sociali, con centinaia di aziende agricole, greggi e coltivi distrutti.
Dal Lazio (Roma, Tivoli, la Sabina e il Cicolano), all’Abruzzo dell’ormai distrutta pineta di d’Annunzio a Pescara, dalla Toscana della Maremma e dei colli pisani alle aree vesuviane in Campania, passando per la Puglia di Canosa, Gravina e del Salento.
Le situazioni più gravi si registrano in Sicilia (Parco delle Madonie, sull’Etna e nelle provincie di Enna e Agrigento), in Sardegna, dove il fuoco ha inghiottito oltre 20mila ettari tra bosco, macchia e pascoli, soprattutto nel Montiferru in provincia di Oristano cancellando per sempre anche l’olivastro millenario di Cuglieri.
Tragica la situazione in Calabria, dove oltre ai 15mila ettari attualmente percorsi dal fuoco (mentre scriviamo le fiamme continuano a distruggere), cinque persone sono morte nel tentativo disperato di salvare le proprie coltivazioni dalle fiamme; diversi centri abitati sono assediati dalle fiamme nel cosentino e nel reggino, costringendo anche a sfollamenti; danneggiata gravemente la pineta di Sovereto, in provincia di Crotone.
È nel Parco Nazionale dell’Aspromonte però che si stanno verificando i danni maggiori alle aree forestali, causando una perdita di patrimonio inestimabile, paragonabile all’inaccettabile distruzione del Colosseo: distrutte pinete secolari, salve (per ora) miracolosamente le faggete vetuste recentemente dichiarate patrimonio UNESCO.

A chi interessano i boschi?

Le foreste sono ecosistemi senza i quali qualsiasi tentativo di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici risulterà vano: è fondamentale comprendere a fondo il valore enorme che i boschi hanno per i territori, per la loro tutela e anche per la nostra sicurezza. Dove viene preservato l’equilibrio naturale delle foreste, la loro integrità e i loro ritmi, nessun rischio sarà mai così alto da provocare devastazione; laddove invece l’attività dell’uomo ha modificato quest’equilibrio, costruendo, disboscando, insediando impianti boschivi, incendiando, “pulendo” i corsi d’acqua, il suolo perde i suoi strati protettivi, i suoi filtri naturali, e il dissesto idro-geologico per il territorio circostante, centri abitati e valli inclusi, diventa la norma.
Spesso gli effetti anche a breve termine degli incendi sono molto più gravi degli incendi stessi: i terreni percorsi dal fuoco, infatti, vanno più facilmente incontro a dissesto idro-geologico e degrado dei suoli, dinamiche che – soprattutto in area mediterranea – portano alla desertificazione. Gli stessi fumi generati dagli incendi incrementano i livelli di anidride carbonica in atmosfera e contribuiscono al cambiamento climatico, mentre la fauna selvatica viene decimata fino all’estinzione di intere popolazioni e la scomparsa degli habitat idonei ne impedisce un’eventuale ricolonizzazione.
Il primo passo, dunque, è riconoscere il valore delle nostre foreste sia come “polmoni verdi”, che come prime guardiane del territorio: allo stesso tempo è imprescindibile comprendere come “governare” il territorio non sia sempre la cosa migliore da fare, che l’uomo non può sempre risolvere tutti i suoi danni e che in certi contesti “non fare” è molto più opportuno che “fare”. Proprio a seguito di questi danni, dunque, vanno intensificati, rafforzati e realmente attuati tutti i vincoli e le tutele che permettano alla natura di rigenerarsi autonomamente. La biodiversità è infatti un bene prezioso per tutte le specie, che abbiamo il dovere di tutelare e difendere, sia proteggendo intere aree che vivendo e producendo in modo meno impattante e sostenibile, consumando meno energia e producendo quella necessaria con tecnologie pulite.
Non solo gli incendi, ma anche altre azioni umane contribuiscono alla perdita di biodiversità, come ad esempio l’introduzione di specie aliene invasive ed il consumo del suolo. Anche interventi che in teoria appaiono positivi, possono essere molto dannosi, come i rimboschimenti fatti sull’onda dell’emotività senza studi ed analisi puntuali che in questi casi sono necessari. Non è una copertura di quantità quella che ci serve, ma di qualità.

Perché tanti incendi?

Chi cerca una risposta univoca non l’avrà: la genesi e le cause della disfatta sono molte e complesse, talvolta intrecciate. Si va dall’abbruciamento delle stoppie sfuggite al controllo del contadino (pratica diffusa spesso per ignoranza dei divieti – concentrati soprattutto nel periodo estivo – e carenza di controlli), fino agli interessi delle ecomafie per alimentare le centrali a biomassa, dagli incendi per creare nuovi pascoli a quelli appiccati per ritorsione, dal business dei mezzi aerei antincendio a quello legato ai rimboschimenti e relativi finanziamenti, ecc.
Dall’inchiesta giudiziaria “Stige” svolta in Calabria è emerso come, dopo un incendio, fosse più facile ottenere licenze di taglio, persino in aree sottoposte a vincoli. L’incremento del fenomeno degli incendi registrato in questi ultimi tempi, quindi, può anche essere messo in relazione con gli interessi di spregiudicate aziende boschive che mirano a saccheggiare ciò che è sopravvissuto alle fiamme ad evidente scopo di lucro!
La mano di tutti questi incendi è quasi sempre umana, spesso effettivamente criminale. Mentre si cerca di puntare il dito su presunti piromani seriali, affetti da un piacere sadico nell’appiccare il fuoco, si distrae lo sguardo dalle enormi responsabilità istituzionali in questo sfacelo. L’ultimo attacco viene infatti proprio dal cuore delle istituzioni: il Ministro delle politiche agricole e forestali Patuanelli, in visita nei luoghi degli incendi, annuncia ristori per le attività produttive, ma chiarisce che la prevenzione degli incendi dovrà basarsi sulla “gestione attiva” del territorio, una logica a cui fanno eco alcune assurde e illogiche posizioni di rappresentanti locali e sindaci che indicano proprio nella presenza di vincoli e tutele la “causa” degli incendi. Tradotto in termini pratici significa attaccare direttamente qualunque impedimento all’attività dell’uomo e una concezione del bosco esclusivamente per il suo valore economico, come già contenuto nel Testo Unico Forestale, uno dei doni del governo Renzi, insieme alla riforma Madia del 2016 che ha sciolto il Corpo Forestale dello Stato e ha spacchettato le funzioni dell’AIB (anti-incendio boschivo) tra i Vigili del Fuoco e i nuovi Carabinieri forestali.

E mentre il corpo dei Vigili del Fuoco, già ampiamente sotto organico e sottofinanziato (come ripetutamente denunciato dai sindacati di categoria) ha e dovrebbe avere normalmente tutt’altra funzione rispetto all’antincendio boschivo, i tanto vituperati operai forestali anche grazie alle superficiali campagne denigratorie nei loro confronti, in particolar modo in Calabria e Sicilia, si sono visti letteralmente tagliare i viveri. È il caso, ad esempio, della chiusura della calabrese A.For. e delle Comunità Montane, accorpate in un nuovo organismo denominato Calabria Verde, un’azienda in totale caos e attualmente commissariata, i cui 500mila euro di fondi stanziati per i mezzi antincendio non sono mai stati spesi, mantenuta costantemente sotto organico e con personale in larga parte vicino all’età pensionabile.
Sul piano istituzionale è infatti imprescindibile ricordare che il funzionamento dell’AIB dipende dalle regioni; quindi la capacità di prevenire e spegnere gli incendi è legata, come previsto dalla legge quadro 353/2000, alla programmazione e alla efficienza delle diverse realtà regionali. Se l’AIB non è finanziato, se le opere forestali in funzione preventiva non vengono realizzate e il personale non è formato, né sostenuto da mezzi adeguati, la battaglia è persa in partenza. Esattamente come sta succedendo in Calabria, dove la mancanza di coordinamento regionale e locale è non solo evidente ma addirittura ammessa dagli Enti preposti, in un vergognoso scaricabarile mentre l’immenso patrimonio aspromontano continua a bruciare.

A chi interessa l’emergenza?

L’obiettivo che, senza alcuna vena complottista, sembra trasparire dall’intera situazione è la creazione di un nuovo, ennesimo e destinato all’eternità, stato di emergenza, che possa essere il non-luogo in cui far realizzare i più biechi interessi. È ciò che va evitato.
Se infatti la situazione attuale è determinata dalla concreta mancanza di programmazione e pianificazione (alcuni territori del Parco Nazionale dell’Aspromonte sono stati assegnati in convenzione alle associazioni il 6 agosto, in pieno disastro) da parte di tutti gli attori in gioco, con diversi livelli di coinvolgimento e responsabilità, certamente la soluzione non può venire dal continuare sulla stessa strada.
Il piano quinquennale AIB 2018-2022 in Aspromonte ha stanziato 120mila euro come piano di spesa antincendio, sia per prevenzione che per spegnimento: con i 64mila ettari di Parco si tratta della spesa ridicola di circa due euro per ettaro.

Bisogna agire su più fronti: le nostre proposte.

L’AIB dev’essere inteso in modo sistematico, integrato e nella sua intera complessità su tutto il territorio e coinvolgendo moltissimi attori, senza pensare che concentrare sforzi e risorse solo sui mezzi aerei possa lontanamente essere efficace.
Su tutti i territori comunali va fatta una capillare azione di censimento e aggiornamento del catasto delle aree percorse dal fuoco, come previsto dalla già citata Legge Quadro ma spessissimo disattesa, in particolare al meridione, esponendoli a nuove forme di speculazione; serve inoltre che ogni comune sia dotato di una propria unità di avvistamento e spegnimento, avvalendosi di personale sia professionale che volontario, permettendo alla popolazione di contribuire alla cura del proprio territorio e intervenire tempestivamente sui principi d’incendio anche fuori dalle zone protette. Serve un piano regionale di assunzioni di personale forestale, scelto con criterio e adeguatamente formato, dotato di mezzi in numero e in tipologia idonei: l’AIB non può e non deve essere scaricato interamente sul Terzo Settore che, piuttosto, dà un contributo prezioso nella sensibilizzazione e formazione della popolazione, oltre al supporto pratico nelle fasi più critiche. Le Regioni devono fornire ai territori tutti gli strumenti idonei a supportare al meglio le attività di controllo, avvistamento e spegnimento a terra, in presidio permanente e a continua disposizione, quali termocamere, elicotteri e canadair, gestiti in forma interamente pubblica.
È fondamentale che tutti gli Enti attivino collaborazioni con gli attori che vivono più intensamente il territorio naturalistico e montano: allevatori, escursionisti, agricoltori, comitati (ad esempio il Coordinamento Salviamo i Boschi – Sicilia e il Comitato Stop Incendi Calabria, nati entrambi nel 2017) e che tutti si sentano coinvolti e attivamente responsabili della tutela del territorio e della collettività. Servono poi protocolli d’intesa e continue collaborazioni con gli Enti di ricerca e le comunità scientifiche per progetti di formazione della popolazione e progettualità specifiche per la migliore tutela della biodiversità e degli habitat naturali.

Riteniamo imprescindibile dunque concentrare oggi tutto l’aiuto possibile fino a fine stagione, per fermare il fronte del fuoco ed evitare che altri preziosi ettari di inestimabile patrimonio naturale diventino cenere; serve supportare concretamente chi ha subìto danni alle attività economiche per ripartire; vanno immediatamente coinvolti gli Enti di ricerca per individuare e monitorare le migliori strategie scientifiche di rinaturalizzazione del territorio danneggiato, evitando rimboschimenti scriteriati e impianti artificiosi.
Sosteniamo che solo una politica pianificata sia la strategia attuabile e rifiutiamo qualunque proposta di attivazione di emergenzialità per la gestione della fase immediatamente successiva all’attuale urgenza.

Pretendiamo infine che tutte le responsabilità di questo disastro immane siano accertate e che ne venga pagato il conto: proporremo in Parlamento una Commissione d’Inchiesta su quanto avvenuto in Aspromonte, perché è una questione nazionale su cui il popolo calabrese merita giustizia

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