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Embraco: Calenda a Riva di Chieri preso con le mani nel sacco

Sulla “reindustrializzazione” alla ex Embraco di Riva di Chieri, lo scorso 31 luglio è andato in scena uno spettacolo di prima grandezza, nel quadro della finzione totale che caratterizza la politica in Italia.
Preannunciato da un comunicato sindacale, Carlo Calenda, ex ministro per lo sviluppo economico nei governi Renzi e Gentiloni ed ora europarlamentare PD, il maggiore responsabile del fallimento raccapricciante in cui versa la cosiddetta “reindustrializzazione” della fabbrica (passata dalla Whirlpool-Embraco alla Ventures SpA per rilanciare con nuove produzioni lo stabilimento) ritorna sul luogo del delitto (da europarlamentare o da “ministro ombra”?). Calenda ha visitato l’azienda, verificando che, ben oltre le scadenze previste dall’accordo di più di un anno fa e dopo l’allarme continuo sui rientri dei 413 dipendenti (nettamente inferiori al previsto), al posto delle nuove produzioni non c’è ancora nulla. Poi ha incontrato, al municipio di Riva di Chieri, sindacato e lavoratori/lavoratrici (c’eravamo anche noi, in solidarietà con loro).
Quindi lo show: “sottoporrò a mie spese Ventures”- in Francia lo fa lo Stato, perché in Italia un privato? – “ad un audit per verificarne i conti; e a settembre se, per l’appunto, i conti non tornano – o se l’azienda rifiuta l’audit – si dovrà voltare pagina”. Come? Ci arriviamo, in ogni show il “clou” va preparato: prima occorre dare ancora fiducia a Ventures, perché i ritardi – in parte a causa dei lavori di manutenzione e bonifica non completati da Whirlpool – sono all’ordine del giorno in ogni “reindustrializzazione” (per forza, sono tutte finte!).
“A meno che (colpo di scena)…a meno che non sia stato tutto preordinato”. O bella, preordinato il fallimento di Ventures? E chi gliel’ha fatto fare, allora, se tra l’altro non ha mai preso soldi pubblici? Perché un’impresa sconosciuta dovrebbe buttarsi in un’avventura simile investendo soldi (finora 11 milioni, dicono, di cui 4 già spesi) preordinando il proprio fallimento? Infatti, commenta lo stesso Calenda, sarebbe incomprensibile: ma allora perché questa frase sibillina?
Forse perché è tutto preordinato, ma non da Ventures, bensì da Whirlpool e da chi all’epoca al governo l’ha assecondata, come oggi sta facendo a Napoli il governo successivo Lega-5 Stelle. Forse perché la “reindustrializzazione” è solo un espediente, con cui al MISE si gestiscono le crisi aziendali frutto delle scelte di delocalizzazione, operate dalle multinazionali che scorrazzano nel paese. Si gestiscono, cioè, le conseguenze di queste scelte in termini di perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, pur di non contrastarle (altro che legge anti-delocalizzazione di cui, con incredibile faccia tosta, ancora si vanta il governo attuale: e chi l’ha vista?).
Calenda, quindi, a Riva di Chieri l’abbiamo preso con le mani nel sacco: sì, è stato tutto preordinato; e ora abbiamo un reo-confesso del “reato” commesso sulla pelle di chi resta aggrappato alla cassa integrazione (per l’Embraco, ancora solo meno di un anno). E di cui però diventerebbe complice lo stesso sindacato, se a questo punto non riorganizzasse la lotta per riaprire la vertenza. Perché infatti il “momento clou” dello spettacolo arriva quando Calenda incalza la FIOM: “per prevenire il rischio di fallimento della reindustrializzazione ho creato per voi” – dice ai lavoratori e alle lavoratrici – “presso Invitalia il fondo paracadute anti-delocalizzazione. Se il tentativo Ventures non va avanti, bisogna richiedere l’attivazione di quel fondo (200 milioni) con il quale Invitalia riassorbirebbe la forza-lavoro restante allo scadere della C.I.G.: la FIOM nella sua storia ha spesso richiesto la nazionalizzazione, ora che ve la offro io datevi da fare”.
Non sappiamo se lo farà la FIOM, ma sicuramente su questo ci daremo da fare noi: e non perché crediamo nei fondi fantasma di Calenda o Di Maio, ma proprio perché si dimostra così che l’intervento pubblico è possibile, e dipende solo dalla volontà politica di reagire alla deindustrializzazione in atto nel paese; attuando una politica industriale laddove, per sudditanza nei confronti della ricerca del massimo profitto da parte delle multinazionali, non ne esiste neanche l’ombra.
Da settembre, di fronte alla finta reindustrializzazione in atto nella loro fabbrica, indicheremo questa strada ai lavoratori e alle lavoratrici della ex Embraco, affinché l’azione sindacale metta in pratica le “autorevoli sollecitazioni” di Calenda: per disvelare l’ennesimo trucco, e richiedere che l’intervento pubblico ci sia davvero. E’ un segnale generale, anche per tutte le altre vertenze: occorre il blocco dei licenziamenti, e l’azione diretta dello Stato, contro la stessa ipocrisia della UE che vorrebbe impedirla. E contro la rassegnazione, la guerra tra poveri o il “si salvi chi può”: l’alternativa c’è, perciò a lavoratrici e lavoratori ex Embraco diciamo che, da settembre, su questa strada Potere al Popolo sarà come sempre al loro fianco.

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