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Elezioni del presidente della Repubblica in Irlanda, vince il socialista Higgins

Venerdì scorso, 26 ottobre, l’Irlanda ha votato il Presidente della Repubblica. Vogliamo fare qui una considerazione del voto con la quale accompagnare il quadro offerto dal buon articolo di Jacobin. Alcuni dati preliminari: il Presidente della Repubblica in Irlanda ha un ruolo prevalentemente cerimoniale, ma a differenza dell’Italia, è votato direttamente dal popolo. Questo fa sì che possa influenzare il dibattito pubblico più pesantemente che altrove, pur rimanendo sostanzialmente privo di poteri effettivi. Questo però vuol dire che c’è una campagna elettorale, le persone si muovono, si attivano, discutono. È quindi un momento di confronto durante il quale la società si guarda allo specchio, almeno parzialmente.

Come previsto, ha vinto il presidente uscente Micheal D. Higgins, con oltre il 58% delle preferenze contro altri 5 candidati. Che abbia vinto Higgins è un bene. Poeta e sociologo, Higgins è infatti un vecchio socialista, che incarna però un’anima di lottatore e sognatore. Negli anni della sua presidenza ha più volte criticato il neoliberismo, indicandolo come causa di sofferenza. Nei suoi discorsi cita David Harvey, Ernst Bloch e Michel Foucault. Propone di insegnare la filosofia fin dalle elementari, perché ogni uomo deve dotarsi degli strumenti per pensare criticamente. Insomma, come Presidente ha un buon ascendente sul discorso politico, indirizzandolo verso temi sociali e umani.

Come suo principale avversario è emerso Peter Casey, un milionario divenuto famoso grazie alla partecipazione ad un reality show per imprenditori. Ha impostato la sua candidatura su un binomio di bigottismo e razzismo, proponendo un neoliberismo dal sapore trumpiano. Ha infatti fatto fortuna in campagna elettorale con dichiarazioni offensive nei confronti dei “Travellers”, la comunità nomade irlandese per anni discriminata pesantemente che nel 2017 ha ottenuto lo status di minoranza etnica, e strizzando l’occhio alle frange più conservatrici della Chiesa Cattolica, appena scottata dal referendum sull’aborto della primavera scorsa, che ha visto una schiacciante vittoria di chi ne chiedeva la legalizzazione. Insomma, Casey rappresentava la classica reazione: conservatorismo aggressivo e neoliberismo rampante. Ha infatti sostenuto che l’Irlanda è un paese dipendente dal welfare state. Solo per dare un assaggio della distanza dalla realtà delle affermazioni di Casey: in Irlanda dal settembre 2017 il numero di famiglie che ha perso la casa ed è allo stato di senzatetto è aumentato del 21%! Lo scorso settembre, 3829 bambini hanno trovato rifugio nelle strutture d’emergenza. Sono numeri altissimi se pensiamo che l’Irlanda ha circa 4.700.000 abitanti. A questo si deve aggiungere che gli sgomberi delle case occupate possono essere effettuati direttamente da polizie private. In uno degli ultimi sgomberi, un furgone targato GB senza scritte ha accompagnato uomini mascherati e vestiti di nero che hanno materialmente operato lo sgombero protetti dalla polizia irlandese. Non proprio il quadro di uno stato assistenziale!

Tornando all’elezione del Presidente, è quindi un bene che abbia vinto Higgins. Dobbiamo però capire meglio che valore dare a questo risultato. Infatti, Higgins si può dire abbia stravinto ed è molto apprezzato. Ma questo a fronte di una sinistra politica che in Irlanda è quasi inesistente, dove solo lo Sinn Féin è una forza che raggiunge il 15%, mentre le altre forze sono ridotte a un pulviscolo di sigle, spesso frammentate. Se quindi Higgins potrebbe esser visto come un Corbyn o un Sanders, in realtà ciò non si traduce affatto in una domanda di sinistra nella politica del paese, dominata invece dai due partiti di centro-destra liberale (Fine Gael) e centro-destra conservatrice (Fianna Fail).

Se poi vediamo un po’ la distribuzione del voto ci accorgiamo che sì Higgins ha vinto ovunque, ma che la sua miglior performance è avvenuta a Dublino sud, l’area più ricca della capitale (e forse del paese). Mentre nelle campagne dell’ovest, nelle province di Limerick o Galway, si è fermato a poco sopra il 40%, lì dove Casey è riuscito a superare il 30%. Dato il valore prettamente simbolico della Presidenza della Repubblica, anche il valore del risultato di Casey va interpretato con cautela. Potrebbe però essere il primo segnale della crescita di idee xenofobe e securitarie anche in Irlanda, dove al momento nessun partito supporta apertamente questo tipo di politiche.

Insieme al voto per la Presidenza della Repubblica, l’Irlanda ha anche votato un referendum per l’abolizione del reato di blasfemia dalla Costituzione, uno dei residui del conservatorismo irlandese. È chiaro quindi che il paese sta andando verso una progressiva secolarizzazione, sancita da una serie di referendum importanti che hanno legalizzato prima i matrimoni fra persone dello stesso sesso nel 2015 e poi l’aborto nel corso di quest’anno. Benché queste siano conquiste importanti, non bisogna illudersi. La politica irlandese rimane al momento dominata da due forze: centro-destra liberal e centro-destra conservatrice. La vittoria di Higgins quindi può essere interpretata come la candidatura perfetta. Un vecchio saggio, simpatico a molti, con la schiena dritta, e che ha il coraggio di parlare chiaramente contro i comportamenti di egoismo che affliggono la società, ma non abbastanza per non firmare leggi neoliberiste imposte dai mercati o dalle forze dominanti. Salutiamo con favore la sua vittoria, ma sappiamo che è nella società che si dovrà formare una forza di opposizione. E che finché questo non avverrà, personaggi come Higgins, impossibili da non amare e stimare, diventeranno la foglia di fico di attacchi di classe contro i poveri, trasformando l’Irlanda nell’isola del tesoro di multinazionali, imprenditori spregiudicati e speculatori.

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